Speciale Mario Lunetta

Per Sanguineti

di Mario Lunetta

Così, inopinatamente avrebbe detto lui, se n'è andato Edoardo Sanguineti. Se n'è andata, cioè, una delle grandi voci del pensiero e della prassi poetica verticale d'Occidente: e mai come nel pieno di questo tetro buio italiano la morte di un vertiginoso intellettuale è parsa un sopruso irrisarcibile, proprio perché nella sua ricchezza e nella sua varietà di carotaggi, l'opera sanguinetiana ha mantenuto nei decenni una saldezza interna e un mood di fondo sempre carichi di un valore d'uso materialistico senza mai cedimenti al valore di scambio che il mercato delle lettere (sempre più mercantile e sempre meno letterario) è andato imponendo, in termini progressivamente più duri. Il "chierico rosso" non ha mai abiurato, anzi ha irriso alle tentazioni che hanno visto troppi altri cedere alla dolcezza avvelenata della conversione.

Nel 1956, quando appare Laborintus sotto gli auspici di Anceschi, il poeta ligure ha ventisei anni, ma il poemetto è stato in gran parte scritto qualche anno prima. Un'epifania folgorante, quindi, e di una precocità assolutamente eccezionale, solo che se ne misurino la forza d'impatto e la tenuta in termini di maturità. Questo testo, che esce a quarant'anni esatti dall'ungarettiano Porto sepolto, scrive Fausto Curi, amico e compartecipe d'avventure intellettuali di Sanguineti, "è il più energico ed efficace tentativo di destrutturazione del codice formale che, pur non senza significative variazioni, ha retto per quattro decenni la poesia novecentesca" ((La poesia italiana del Novecento, Laterza, 1999). E il poeta, nel 1961, cinque anni dopo l'uscita di Laborintus e le note polemiche con Pasolini e Fortini, incrollabili nemici dell'avanguardia, nel corso delle quali Sanguineti aveva sparato il lampeggiante proposito di provarsi a "fare dell'avanguardia (...) un'arte da museo", pubblica sul "verri", da parte sua con intento conclusivo, il saggio Poesia informale?, che è una prova decisiva e quasi sprezzante di consapevolezza: "Si trattava per me di superare il formalismo e l'irrazionalismo dell'avanguardia (e infine la stessa avanguardia, nelle sue implicazioni ideologiche), non per mezzo di una rimozione, ma a partire dal formalismo e dall'irrazionalismo stesso, esasperandone le contraddizioni sino a un limite praticamente insuperabile, rovesciandone il senso, agendo sopra gli stessi postulati di tipo anarchico, ma portandoli a un grado di storica coscienza eversiva". E, certo alludendo al patetismo di Pasolini e - contra - alla propria consapevolezza, egli così chiude: "E' coscienza del fatto che non esiste un patetico puro, ma soltanto un patetico patologicamente straniato, per noi, qui, oggi: che non è possibile essere innocenti: che la forma non si pone, in nessun caso, che a partire, per noi, dall'informe, e in questo informe orizzonte che, ci piaccia o non ci piaccia, è il nostro".

Ergo, questione del linguaggio d'abord se si intende procedere a un vero rimescolamento delle carte, come dire a un rivoluzionamento delle procedure e del senso (e del controsenso, anche): ma sapendo che è ineludibile vivere la crisi che nella sua radicalità passa anche attraverso il linguaggio, strumento anch'esso alienato in una società divisa come quella capitalistica, perché si tratta di una divisione (alienata) esterna al linguaggio e alla scrittura poetica, che pure ne è violentemente investita. His Rhodus, hic salta. Niente affanni metafisici o metastorici, ma una condizione drammatica che è senza scampo storicamente determinata.

E' con allegria da grande tragico innervato di sarcasmo che Sanguineti attraversa i fiammeggianti anni Sessanta, e nei Settanta legge le prime avvisaglie del riflusso. Wirrwar esce nel 1972, e a rileggerlo oggi, ha perso (ma evidentemente non l'ha mai avuto) quel velo di fondotinta illusoriamente "intimistico", "patetico", "sentimentale", "consolatorio", "parenetico" ecc., che più d'uno scambiò a suo tempo con la polpa delle gote: assai scarne, per la verità.

In tanto frenetica corsa per l'Europa, in quel carosello d'incontri, in tutta quella babele cosmopolita disastrosamente gaia e nevrotica, a pronunciare parole, o frantumi di parole, era uno scheletro che vi fischiettava dentro una musica strìdula, e aveva la grande sapienza e il materialistico buon gusto di non assumere, mai, pose statuariamente mortuarie. "Mi sognavo simile a un Hoffmann / in delirio: e sono quasi il sosia di un mediocre comico inglese": cioè, pressoché una dichiarazione/applicazione di autoironia "epica" à la manière de Brecht. Insomma, il proprio "doppio" denunciato come reale, fisicamente esistente: la cancellazione, quindi, della propria proiezione come mera imago psicologicamente metaforica. Né si dimentichi che il libro - francamente stupendo, ora - comprende testi tra il 1966 e il '71: di anni cioè persino definibili, con buona approssimazione, meno torvi dei cinque successivi. Che hanno prodotto, fra tanto male e tanto poco bene, anche le poesie che Sanguineti ha raccolto sotto il titolo di Postkarten (Feltrinelli): le quali programmaticamente si realizzano come entità minimali, trucioli del presente o della memoria (anche futura), scarni appunti/appuntamenti, colpi di wit perlopiù acidi, registrazioni di malesseri e benesseri molto fisici, molto corporei: e forse più di sempre, o più scopertamente, propendono all'assunzione dell'eros come ipotesi di totalità comunicativa.

Quarant'anni dopo l'originale, Sanguineti ci dà la sua personale versione di Hauspostille, ci sottopone il suo proprio "libro di devozioni domestiche", squadernando acremente, o con sempre dubitosa felicità, la propria autobiologia. "Postkarten", cioè cartoline postali: che, scritte - almeno nell'impulso dell'intenzione - sulla stessa velocità e modulazione di frequenza degli eventi (abbastanza trascurabili) che riflettono soprattutto per camuffarli, complicarli, nasconderli, tentano con ilarità piuttosto atroce di miniaturizzare i fatti e i detti del caos già chiamato Wirrwarr, ma senza più opporgli - "eroicamente" - una dichiarata sfida intellettuale e politica; lasciandosi andare, invece, a picco, cedendo in apparenza al crollo dei Macrovalori e dei Macrosistemi (sociali e culturali, certo), denudandosi spudoratamente, senza più remore, irridendo a tutte le proprie rispettabilità.

Sanguineti sa benissimo, con Heine, che "bisognerà ancora offrire grandi sacrifici alla materia perché essa perdoni le antiche offese"; e per sua parte, in Postkarten, gliene offre con sottilissima consapevolezza stilistica, con violenta eleganza. Soprattutto puntando sull'aggressività del comico, tendendo quasi sistematicamente a tracimare dal letto di un'ironia che, in tutti i casi, funziona a un alto règime di crudeltà ("siamo smarriti un'altra volta / nel mondo, ognuno come può: e come merita"); "andrò al macello allegro, / amore, in questo pasticcio di pasta, di colla, di sborra, di vernice"; "sei un vecchio filosofo nuovo, tu con i tuoi anni, / con la tua esperienza, con la tua tanta coscienza: e allora, caro Sciascia, passo e chiudo:"; (e oggi, guarda, mi sorprendo che canticchio, / facendomi la barba, all'improvviso: Montale, gli ottant'anni ti minacciano)".

E il comico, qui, sa essere, come nella poesia n. 33 (diabolica magia dei numeri, si direbbe), di specie brutalmente macaronica, orgiasticamente folenghiana ("voterà un SI' tremendum, in occasione / del referendum, quella poetessa caudata, che si è piuttosto spogliata, / con la sua rosa odorosa cagnazza: la Ciutazza, contessa di razza"); come il dichiarativo sa riuscire galantemente spiritoso e lucido, proprio perché giusto in termini logici e materialistici: vedasi la poesia n. 35, in cui è enunciata la tavola etica dell'autore, che è ovviamente di natura molto edonistica; o come avviene nella n. 39, con un brivido malinconico in più. Ed è chiaro, allora, come la "casualità" turistica e l'abbandono al fluire degli accadimenti obbediscano in Postkarten, come sempre nella minuscola epica del quotidiano sanguinetiano, al ferreo controllo strutturale di un'intelligenza letteraria (dicasi pure, di una forza poetica di prim'ordine): che sa quel che vuole e come lo vuole, agendo dentro le macerie del presente, nel suo buio, nell'alone delle sue luci più stolide, con la scorta ben fredda di una bussola teorico/pratica che non smarrisce il suo nord, e il cui ago impazzisce quando vuole impazzire, come piaceva a Freud, ai fini di una nevrosi produttiva. "Solo nell'umorismo il linguaggio può essere critico", disse quella volta Benjamin. Appunto.

Mi piace ricordare, in questa memoria critica (o metacritico-biologica), un libro come Scartabello 1980, che uscì nel 1982 da Cristoforo Colombo Libraio impreziosito da dieci disegni di Valeriano Trubbiani. Ancora un titolo minimizzatore e ironico, ancora un finto Gioco dell'Oca che copre insidiosamente una materia "periferica" eppure dotata di una centralità tremenda come è sempre quella autobiografica, ammesso che di autobiografismo in letteratura abbia un senso parlare. Questa materia infida Sanguineti l'aveva assunta ormai da tempo sfacciatamente, senza diaframmi visibili: e appunto qui gli risulta totalmente straniata, totalmente iperrealistica direi, più vera del vero: e quindi congelata in una sorta di acida epica mortuaria. Il fatto è che in Scartabello 1980, come già in Stracciafoglio (1980), il poeta non parla più per sua voce, ma quasi per registrazione della sua voce: e se è un interlocutore di se stesso è un interlocutore muto.

In questa assenza di sonorità sta, credo, la straordinaria energia innovativa di questa fase del lavoro di Sanguineti, in cui si assiste al sacrificio più estremo che possa chiedersi a un poeta: quello della rinuncia all'autocontemplazione, della riduzione assoluta dell'esibizione della propria maestria. I cristalli sono ormai schegge di vetro, puntute e laceranti, e non gli appartengono più: appartengono al deserto paesaggio dell'epoca, ne costituiscono non più che i detriti indigeribili. L'autobiografia diventa così biografia collettiva: una biografia degradata, priva di esaltazioni, che si dispone in un dettato epigrafico di enorme potere allegorico, sia sul versante del "tragico" che sul versante dell'"ironico": come una catapulta violentissima e senza clamori.

Cos'è che la fa scattare? E' l'uso abilissimo e sempre spiazzante del paradosso: "me lo schiaccia qui in faccia, il mio sole di capodanno, il vento, sopra questa / mesta passeggiata di Nervi: (come una torta, in un singhiozzante Mack Sennett): / e / ho detto, lì a un mio figlio, che conseguo le mie abitudini animali, ogni volta, / così cieco di luce: (un mistico dell'estasi corporea, al giorno d'oggi, / è certamente sospetto): ma mi tengo il mio mezzo secolo, sopra la mia gobba, / e alquanti dispiaceri, in famiglia): (e, sarà il colmo, un Edipo tiranno, da tradurre):". Oppure, mirabilmente: "mi sto innalzando un mio cazzino in versi, più duraturo di una mia bronzea / cazzata muscolare: il mio monumentale monumentello, quantunque cartaceo, / sarà un fallo cimiteriale e lirico: (e la mia verbale protesta virile, / un'obsoleta colonnetta castrata, uno spezzato fusto, un troncato fiato / di voce, sopra un libresco loculo): / (un'erezione tutta dimidiata):".

Ecco: Sanguineti s'è approntato, così, e anche questo libro ne è un capitolo non trascurabile, una sorta di suo personalissimo (e sigillato) manuale di retorica in versi, che punta - vincendo forte - a sbancare la tautologia del discorso a dominante ideologica, proprio della "società dello spettacolo". Il fatto è che l'uso che Sanguineti sistematicamente fa delle figure e dei tropi è un uso non tecnico-ripetitivo ma tecnico-critico: come del resto l'uso che fa della memoria, o del vissuto invariabilmente trasformato in esperienza allegorica: che non è mai singolare, e invece trova la propria verifica profonda nella contraddizione plurale che al tempo stesso l'attanaglia e la fa vivere poeticamente: su un piano di epopea deprivata di qualunque aura mitica, di qualsiasi eroismo/egotismo privilegiato. L'epopea della sconfitta del pathos, l'avvelenato poema della disperazione laica della ragione dialettica e, il canto basso (sordo e teterrimo perfino nei suoi splendori metaforici, metonimici, allitterativi) dell'intelligenza materialistica in crisi critica di fronte ai rovesci del tempo storico e del tempo politico: questo ci dà il discorso straordinario di un poeta che affronta il lettore come nemico di sé: di un sé che gli è nemico ancor prima.

Sanguineti "poeta d'occasione"? Ovviamente sì. E difatti con Novissimum Testamentum (Manni, 1986) egli impingua viziosamente, e certo senza vaneggiare neanche un po', la sua già ragguardevole produzione di componimenti "occasionali", insistendo sulla naturalità insopprimibile della scrittura e sull'esplosività delle sue tensioni interne, quando implacabilmente rapportate alla saldezza di un logos antielegiaco. (E non voglio dimenticare la frase fulminante di Baudelaire, che in uno dei suoi Salons, dice: "Tous les poètes élégiaques sont des canailles"). L'autobiografia continua, così, a darsi come autobiologia critica. La tragedia della consunzione si fa parapiglia grottesco di infiniti elementi del corpo e del sapere, svacca magnificamente in atrocissima farsa. Il tragico oggi non ammette che di essere rivelato dal comico e dal grottesco: il resto è melodramma. E Sanguineti, che tutto ciò sa benissimo, gioca le sue carte "testamentarie" con furioso, giocoso e autolesionistico sarcasmo, quasi come in un simulacro di testimonianza ante iudicem, di beffardissima baia ai danni di ogni sorta di pentitismo: "nell'anno novecento e ottanta e due, / sul principio del mese di novembre, / gabbati i santi, e gabbati anche i morti, / tra le ore diciassette e le diciotto, / questo settimo giorno, che è domenica, / io qui presente sottoscritto, in Como, / dentro i locali della Media Foscolo, / novanta e nove di via Borgo Vico, / pubblicamente dichiaro e certifico / che per sempre rinuncio all'universo". E ancora: "sono qui a farmi il testamento, apposta, / ma voi, per voi, non vi aspettate niente: / se il mio privato me lo tratto in piazza, / se sopra i tetti grido le mie voglie, / se ancora vivono i cuori gentili, / è meglio assai, se mi lasciano perdere: / fa bene, chi diffida, a diffidare: / e io sto qui per diffidarmi stesso".

Eccolo allora, questo Sanguineti metagoliardico, tra Il Brecht più sghignazzante e un Villon senza maledettismo da "escollier" traviato, a riproporre la problematica del vissuto in termini violentemente, radicalmente straniati, e perciò stesso irrecuperabili al genere "confessione". Nell'intero libro, e più nel primo poemetto, da cui appunto il libro si intitola, ricorre una quantità di riferimenti privati e autobiografici: eppure il suo manierismo, a differenza di quanto è accaduto a troppi Anacronistici a lui coevi, in pittura e in letteratura, non imita ma parodizza: da cui l'inaddomesticabile presenza di questa scrittura, la sua modernità lontanissima da qualsiasi suggestione "postmodernista", anche quando viva del calco paradossale delle Gloriose Forme, dall'ottava alla sestina, dal sonetto alla ballata, sempre con furiosa, mortuaria allegria.