Corto Circuito

PER LA SOSPENSIONE DELLA CREDULITÀ

di Francesco Muzzioli



Se esercitassimo l'incredulità (ragiona Coleridge) la letteratura verrebbe sanzionata e distrutta. È, in fondo, ancora il tentativo di difendere la finzione, operato già in antico da Aristotele contro Platone con la distinzione tra il vero e il verosimile.

Sappiamo che non possiamo essere consapevoli sempre e del tutto. È l'apologo del millepiedi raccontato una volta da Malerba: se dovesse pensare a come muovere ciascuna zampetta non farebbe un passo senza inciampare. Così, se dovessimo compulsare ogni atto non vivremmo più. Ma, d'altra parte, essere del tutto inconsapevoli è essere morti. Quindi, anche ammettendo periodi di "sonno", si tratta di capire la quantità, il grado della consapevolezza. E la domanda è: è possibile e giusto aumentarlo?

A proposito delle questioni letterarie, c'è una formula assai nota di Samuel Coleridge che parla di "sospensione dell'incredulità". Ma vale la pena di leggerla per intero e in originale: Coleridge dunque, nella sua Biographia Literaria (1817), parla dell'accordo con Wordsworth sul progetto delle Ballate liriche e lo riassume nell'intento «to transfer from our inward nature a human interest and a semblance of truth sufficient to procure for these shadows of imagination that willing suspension of disbelief for the moment, which constitutes poetic faith» («trasmettere dalla nostra natura intima un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a conferire a queste ombre dell'immaginazione quella sospensione volontaria dell'incredulità per il momento che dà forma alla fede poetica»). Lasciamo adesso da parte ogni dibattito su tale poetica romantica, sul problema di devolvere la poesia alla "trasmissione della natura intima", sulla parola "fede" applicata alla letteratura - un armamentario tuttora egemone e disastroso (centralità dell'io, confessione in versi, sublimazione del vissuto e via diagnosticando il "cattivo poetese"). Mi interessa piuttosto il senso della formula della "sospensione", perché ci porta nel cuore della legittimità della finzione letteraria, della letteratura in quanto tale in tutte le sue diverse sfumature (lirica, narrativa o teatro). Vale a dire la differenza con la pura e semplice comunicazione di realtà verificabile: perché dovrei interessarmi a patemi e avventure di personaggi che non sono mai esistiti o ad atti che, nella vita normale, sarebbero sintomi di follia (per esempio parlare con la luna)? Presi in sé non sarebbero altro che «shadows of immagination», ombre immaginarie senza costrutto alcuno né valore, patologie e mattane. Se esercitassimo l'incredulità (ragiona Coleridge) la letteratura verrebbe sanzionata e distrutta. È, in fondo, ancora il tentativo di difendere la finzione, operato già in antico da Aristotele contro Platone con la distinzione tra il vero e il verosimile.

Ora, nei confronti della finzione si può operare in due modi esattamente opposti: il primo modo è di assumerla senza prendere alla lettera quanto ci viene mostrato, come avverrebbe se, di fronte alla rappresentazione teatrale di un sopruso, salissimo sul palcoscenico per punire il colpevole. Realtà e finzione esigono reazioni diverse; la finzione utilizza vie traverse e indirette ed occorre quindi "sospendere" le normali vie di fatto. L'altro modo di intenderla è quello che oggi sembra avere attecchito maggiormente nell'approccio alla letteratura e alla fiction: esattamente la sospensione della differenza con la realtà e l'assorbimento nella finzione come se fosse vita vera, partecipando al massimo dell'empatia, quindi in questo caso prendendola assolutamente alla lettera. Questa seconda sospensione fa prevalere il contenutismo, vissuto "come se" ci fossimo dentro e rende impraticabili le operazioni dell'interpretazione allegorica che invece erano incentivate nel primo caso, perché se ciò che avviene nel testo non è da prendere per immediatamente vero, allora contiene forse una diversa verità che è da raggiungere attraverso una riflessione sui rapporti interni alla rappresentazione stessa. E se, nel caso peggiore, la "sospensione dell'incredulità" una volta avviata non si fermasse? Non sarebbe precisamente l'abbandono alle finzioni non altro che un allenamento alla generale "diminuzione di incredulità" verso la creazione di un destinatario cedevole ai messaggi della politica-mito?

Ma allora cosa dovremmo fare? Eliminare del tutto le finzioni letterarie come voleva il Platone della Repubblica? No, quella incredulità generalizzata sarebbe altrettanto stupida della credulità. Se torniamo un attimo a Coleridge e al suo scritto varrà la pena di registrare che la sua "sospensione" era proposta come volontaria («willing») e momentanea («for the moment»). Si tratta di un patto circoscritto, circostanziato e controllato. Potremmo dire: "sospensione consapevole dell'incredulità" e quindi sospensione relativa, priva di abbandono e di assorbimento.

E c'è di più: quello spazio, aperto dalla "sospensione dell'incredulità", potrebbe anche tornar utile per allenarsi al contrario, alla "sospensione della credulità". E qui entrerebbero in ballo i procedimenti elaborati nelle punte più acute della modernità radicale - e non parlo solo delle avanguardie, ma anche di quelli che sono ormai classificati come classici del Novecento. Le mosse di questa torsione interna al campo letterario sono precisamente: la metaletterattura parodistica, lo straniamento, l'allegorismo. E sono le proposte rispettive dei tre big della teoria, le tre "B" (vista la loro comune lettera iniziale) e cioè Bachtin, Brecht e Benjamin. Vedendole una per una: la metaletteratura parodistica chiarisce da subito che non si tratta di vita vissuta, ma di una storia già scritta da altri che viene ripresa con intento polemico e rielaborata in altro modo, quindi a riprova che ciò che è in gioco nella letteratura è precisamente il linguaggio; nello straniamento, si guardano le cose da fuori, per il mezzo di un osservatore impossibile e dunque si rompe precisamente l'orizzonte di appartenenza e con esso il "cerchio magico" dell'illusione; l'allegorismo presenta rappresentazioni imperfette, spostate verso significati secondi e rende impossibile l'immedesimazione in persone che non sono persone ma segni di un sotto-discorso (l'uponoia degli antichi).

Ecco, questa letteratura affetta da contraddizione interna è quello che ci vuole contro il soporifero impero delle finzioni coinvolgenti e addomesticanti. Non è un caso che parodia, straniamento e allegoria abbiano poco corso nel mercato letterario di oggi. Eppure, tanto a maggior ragione, è di questo che dobbiamo parlare, è su questo che dobbiamo insistere.