SPECIALE GRAMSCI

PENSARE GRAMSCIANAMENTE

LA LETTERATURA

di Francesco Muzzioli

Gramsci è ben consapevole che la critica dell'ideologia non è sufficiente (usa di rado quel termine): la dimostrazione razionale non basta quando ci si trova di fronte a "fedi" molto radicate, a investimenti e interessi molto resistenti, che possono perdurare a dispetto delle convinzioni "ufficiali". Il lavoro sulla coscienza deve tener presente la pluralità e stratificazione della personalità.


Oggi si discute poco di estetica marxista, anche se ci sono in giro per il mondo profondi ripensamenti di Marx (e si torna persino a parlare di "comunismo" in termini nuovi); però anche da noi è ricomparsa la richiesta di un impegno etico-politico dello scrittore, e allora non sarebbe male tornare a visitare questo nodo per come è stato affrontato - nel bene e nel male - nella prima metà del Novecento.

Perché non c'è dubbio che il marxismo di quel periodo si è trovato di fronte al difficile problema di una valutazione politica dell'opera d'arte; di fronte a un bivio: o la politica invadeva l'arte annullandone le caratteristiche, e allora però finiva per decretarne la morte in favore dell'attività pratica; oppure provava a rispettarne il lato estetico, e allora però l'estetica rimaneva salva dalla critica e salda nei suoi vecchi principi e canoni. Che fare (come di diceva all'epoca)?

Lo sforzo di Gramsci è stato di pensare il rapporto politica-letteratura in modo da evitare sia l'uno che l'altro scoglio. E per farlo ha individuato una categoria mediatrice, una sorta di cuscinetto che impedisse gli inconvenienti del rapporto diretto: questa intercapedine è la cultura. Occorre considerare il "valore culturale" della letteratura, il modo di organizzarsi dei gruppi intellettuali in modalità a loro proprie, nelle diverse tendenze non immediatamente rapportabili alle strategie dei partiti; a sua volta, il configurarsi della cultura dovrà venire valutato alla luce delle istanze politiche, però su durate più lunghe, meno tattiche e più strategiche, alla stregua dei "rifornimenti" in una guerra di posizione. Come la guerra di posizione - scrive Gramsci nel Quaderno 13, § 24 - «non è infatti solo costituita dalle trincee vere e proprie, ma da tutto il sistema organizzativo e industriale del territorio che è alle spalle dell'esercito schierato», allo stesso modo la cultura costituisce l'elemento essenziale, il contesto favorevole, per il raggiungimento dell'egemonia (termine fondamentale nel pensiero gramsciano) e, di conseguenza, per la creazione del consenso, senza il quale nessuna rivoluzione potrà avere luogo, esclusivamente manu militari (lo dimostra la sconfitta, in Italia, ad opera del fascismo).

Quindi alla letteratura viene riconosciuto un apporto specifico ed essa diventa un campo di lotta che non va ridotto semplicemente a un territorio da colonizzare, una voce che non va ridotta semplicemente a megafono. Gramsci è ben consapevole che la critica dell'ideologia non è sufficiente (usa di rado quel termine): la dimostrazione razionale non basta quando ci si trova di fronte a "fedi" molto radicate, a investimenti e interessi molto resistenti, che possono perdurare a dispetto delle convinzioni "ufficiali". Il lavoro sulla coscienza deve tener presente la pluralità e stratificazione della personalità. Gramsci, nei Quaderni del carcere, enuncia una originale concezione di "psicologia politica" per cui l'interiorità individuale è vista come una complessa realtà collettiva, un «blocco storico»: «L'uomo è da concepire come un blocco storico di elementi puramente individuali e soggettivi e di elementi di massa oggettivi o materiali coi quali l'individuo è in rapporto attivo» (Quaderno 10, § 48). In questo intreccio, la letteratura può portare il suo contributo proprio come "sommovimento" dell'immaginario. È in questo senso che Gramsci riconosceva a Pirandello che «le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero»422 (Cronaca teatrale del 29 novembre 1917). Non si tratta quindi soltanto del livello "sociologico" delle alleanze tra scrittori e tra poetiche, e del sostegno che possono fornire a una causa politica, ma anche precisamente degli effetti "critici" della dinamica verbale di un testo. Dove certamente in Gramsci residuano ancora impostazioni di gusto idealista, ma altrettanto certamente lo anima la convinzione che non ci si debba limitare alla scriminatura crociana, quella distinzione netta tra poesia e no, che ridurrebbe tutto a vibrazioni impalpabili ed escluderebbe qualsiasi connessione culturale-sociale.

Negli anni più recenti, Gramsci è stato il teorico italiano più citato nel dibattito internazionale, sia positivamente, come in Edward Said (che lo ha tenuto a punto di riferimento insieme a Foucault), sia negativamente, come in Harold Bloom (che lo ha additato a esempio negativo, nella prima parte del Canone occidentale). La Spivak ha ripreso da lui la nozione di «subaltern subject», il soggetto subalterno. Magari attraverso traduzioni parziali, Gramsci è entrato nel bagaglio degli studi postcoloniali (Stuart Hall, Anja Loomba, ecc.), forse perché proveniente da un luogo marginale (la Sardegna) e perché vittima del potere. E valga per tutti questa annotazione di George Steiner: «In questo momento un certo numero di miei studenti ha le lettere dal carcere di Gramsci nella tasca sinistra» (Nessuna passione spenta, p. 188). Siamo orgogliosi di questa diffusione mondiale, a patto che non lo si faccia diventare - a partire proprio da quella geniale indicazione sul ruolo della cultura, cui accennavo sopra - un precursore dei Cultural studies. È vero che Gramsci, in un'epoca di forte dislivello tra alta e bassa cultura, non si esime dal guardare in giù, però lo fa senza mai dismettere una prospettiva critica, come si vede dalle acutissime pagine sopra il «superuomo d'appendice». Ma s'anche fosse, sicuramente si sarebbe reso conto del ribaltamento operato in seguito dalla società dei consumi, nella quale il "popolare", dalla posizione gerarchicamente inferiore è passato ai piani alti, in base all'affermarsi indiscriminato delle regole di mercato. Pensare gramscianamente significa elaborare un'azione contro-egemonica e quindi una radicale messa in discussione del senso comune «filisteizzatore» e «mummificatore». «Una filosofia della prassi - leggiamo nel Quaderno 11, § 12) - non può che presentarsi inizialmente in atteggiamento polemico e critico, come superamento del modo di pensare precedente e del concreto pensiero esistente (o mondo culturale esistente). Quindi innanzi tutto come critica del "senso comune"». Al contrario, i Cultural studies si presentano come neutrali, a causa del pregiudizio "politicamente corretto" che sarebbe aggressivo guardare criticamente alla cultura degli altri. Anche nei casi di giusta rivendicazione delle minoranze, il risultato è di una poco incisiva protesta, se il soggetto subalterno si limita a chiedere il riconoscimento proprio al sistema che lo esclude (e che magari è ben disposto a concederlo a parole...). Mentre quella che Gramsci auspica è sempre una alternativa al sistema.

Certo oggi l'alternativa è difficile da scorgere, le conquiste novecentesche sembrano arretrare da tutte le parti. La cosa potrebbe portare allo sconfittismo e al rientro nell'ordine; ma, a pensarci bene, non stava ancor peggio di noi Gramsci rinchiuso nella prigione fascista? Ed egli già intravedeva con grande lucidità la potenza perversa della "strategia della confusione" oggi all'apice:

La quistione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l'uomo-massa di cui si fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasio­nale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una mol­teplicità di uomini-massa, la propria personalità è compo­sita in modo bizzarro: si trovano in essa elementi dell'uomo delle caverne e principii della scienza più moderna e progre­dita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Critica­re la propria concezione del mondo significa dunque ren­derla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto cui è giunto il pensiero mondiale più progredito. Significa quindi anche criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto es­sa ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L'inizio dell'elaborazione critica è la coscienza di quel­lo che è realmente, cioè un «conosci te stesso» come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un'infinità di tracce accolte senza beneficio d'in­ventario. (Quaderno 11, § 12)

Il nodo della coscienza e della sua rielaborazione critica diventa un ineludibile e decisivo passaggio politico. Oggi diremmo: la lotta sull'identità. Dove Gramsci, poco sopra la nota citata, pone, in un aut aut senza scappatoie, il vantaggio della consapevolezza:

Avendo dimostrato che tutti sono filosofi, sia pure a mo­do loro, inconsapevolmente, perché anche solo nella mini­ma manifestazione di una qualsiasi attività intellettuale, il « linguaggio », è contenuta una determinata concezione del mondo, si passa al secondo momento, al momento della cri­tica e della consapevolezza, cioè alla quistione: è preferibi­le «pensare» senza averne consapevolezza critica, in modo disgregato e occasionale, cioè «partecipare» a una conce­zione del mondo «imposta» meccanicamente dall'ambiente esterno, (...) o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfe­ra di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accet­tare passivamente e supinamente dall'esterno l'impronta alla propria personalità?

Questo bivio è ancora il nostro, checché se ne dica, e tanto più quanto più si allarga la sfera del "disgregato" e dell'"occasionale".

Pensare gramscianamente la letteratura è quindi pensare una letteratura consapevole la quale renda coscienti pur attraverso finzioni, fantasie, allegorie. Significa che tutti sono chiamati ad "essere critici", così come tutti, secondo Gramsci, sono intellettuali. E significa che la critica non può esaurirsi né nella sublime percezione di impalpabili essenze né nella mera descrizione tecnica neutrale, ma deve realizzarsi come "tendenza culturale" nella giunzione dialettica dello «specialista+politico».