UNO SGUARDO DAL PONTE

PATERSON, UN FILM DI JIM JARMUSH SU UNA VITA SEMPLICISSIMA

di Marina Giacobbe


Il film di Jim Jarmush è in giro da un po', mi sembra senza grande eco.

Mi è piaciuto moltissimo, ma in effetti non è facile parlarne.


Non c'è praticamente una trama: si raccontano otto giorni (dal lunedì al lunedì successivo, compreso) della semplicissima e ultra-routinaria vita del giovane Adam Paterson nella cittadina di Paterson.

Autista del bus 23, metodico, sposato a una simpatica svitata (di cui è innamorato e che lo ama molto), padrone di un cane (che ama pochissimo), cliente fisso di un semplicissimo bar di quartiere per la birra serale.

Niente di più semplice e scarno.

Adam è padrone, anche, di un quadernino nel quale appunta le poesie che scrive; poesie che nascono dalla quotidianità, da piccolissime cose che attraverso la sua sensibilità si trasfigurano in emozioni, sentimenti, storie, ritmo e parola poetica. Poesie che crea ritagliando nella sua vita momenti e spazi modestissimi ma preziosi, e che modestamente tiene per se stesso, condividendole al massimo con la sua amorevole moglie.

L'occhio autoriale di Jarmush e la camera seguono questo "nulla" ricamando inquadrature, profondità di campo e sfocature, linee e colori, piccoli dialoghi apparentemente casuali.

Tutto è casuale, tutto acquista un senso solo nell'intimità del poeta che vive dentro l'autista di un bus.
Non si trova nessun messaggio "forte", non sembra esserci intensità, in questo film.
Eppure mi è piaciuto tanto, anche se non so dirvi precisamente perché.
Forse perché la mia età non più verde mi fa sentire più a mio agio nel "meno" che nel "più", nel nitore zen piuttosto che nel passionale "sturm und drang".


Andate a vederlo, se fate attenzione all'erba che cresce nelle fessure di un marciapiede, se ammirate le ombre che tagliano una facciata, se il rumore di fondo di un bar vi dà gioia.
In questo caso apprezzerete il film, e credo anche la frase che ne rappresenta l'essenza:

Una pagina bianca contiene molte possibilità.