LE PAROLE FRA NOI

PARVULUS: UNA SILLOGE DI GRANDE RAFFINATEZZA E SENSIBILITÀ

di Angela Costanzo

Parvulus come fanciullo, come bambino. Come piccolo, di poca o nessuna importanza. Un titolo apparentemente di basso profilo per una silloge di grande raffinatezza e sensibilità: in essa Lidia Are Caverni esprime la finitezza e imperfezione umana di fronte all'illimitato dell'universo, al mistero della natura, all'incomprensibilità del dolore esistenziale. Un'eco montaliana si coglie nella ricerca, da parte dell'io poetico, di una risposta da parte di un ipotetico interlocutore relativamente alla sconfitta nei confronti della vita. Montale cercava un "varco", una "maglia rotta nella rete"; la Caverni cerca l'essenza, il noumeno, l'alterità che si cela dietro l'apparenza del fenomeno, ossia dietro la realtà visibile. E basta un fruscìo, un niente che bisbiglia per proiettare la mente in una dimensione surreale e metafisica, ove convivono tra incontri e scontri l'immanente e il trascendente, il tangibile e l'etereo, il particolare e l'universale. Sì, dal momento che i dubbi dell'autrice sono gli stessi di ogni essere vivente e vera poesia, come afferma Benedetto Croce, è quella che "riannoda il particolare all'universale, accoglie sorpassandoli del pari dolore e piacere, e di sopra il cozzare delle parti contro le parti innalza la visione delle parti nel tutto, sul contrasto l'armonia, sull'angustia del finito la distesa dell'infinito". Consapevole e rispettosa della tradizione, ma al contempo attuale e fresca nelle immagini e nei moduli, Lidia Are Caverni si pone a buon diritto sulla linea della poesia novecentista senza tuttavia cadere nel rischio dell'oscurità e dell'eccessivo sperimentalismo. Una concretezza naturalistica è ravvisabile nei testi, oltre la quale si avverte immediatamente l'emozione, un sentire profondo che rimanda ai dilemmi ontologici di sempre. Un treno che scorre innesca il desiderio di "navigare nel cielo" e osservare i tetti e la vita dall'alto, con il distacco del barone rampante. La sabbia del deserto è amara come la memoria di quello che si è stati; l'approdo e l'ancora simboleggiano la sosta dell'uomo, una pausa esistenziale prima di procedere in ulteriori viaggi. E se risposte mancano agli incessanti interrogativi del vivere, "non ci sono albe a indicare percorsi" né "candidi rossori che delineano case": ci sono strade che non "percorreremo mai" e "non ci saranno parole a designare nomi". Non si cerchino formule che possano aprire dei mondi e che squadrino l'animo informe, scriveva Montale: con personale reinterpretazione la Caverni ripropone un simile sentire, esprimendo la resa dell'umano allo svanire nel nulla, il privilegio dell'"assenza", ossia l'ignorare le ferite "che fanno più male" e la luce è solo un'illusione, quale maschera di cera che un improvviso calore scioglie. Solo e piccolo, oppresso dall'incomunicabilità e dall'incessante desiderio di una meta, l'uomo si sfinisce seguendo un tempo dal ritmo troppo veloce e alienante; si fermi dunque ad attendere, ad osservare, a contemplare anche il minimo particolare. In fondo, anche la rosa più bella è composta da minuscoli petali.