Leggere il 900

NOTE SULL'AVANGUARDIA

di Piero Sanavio

Marcel Duchamp produsse non più di due versioni di Nudo che scende le scale, criticato perché più futurista che cubista, a Parigi, ma presentato con successo all'Armory Show di New York (1913). Tra i molti ready made dalla Fontana alla Ruota di Bicicletta, alla Finestra non c'è una ripetizione di forma ma un percorso, come un percorso fu, agli inizi, quello del cubismo fino al rischio di diventare una maniera. Per il suo abbandono, non importa se a torto o ragione, Picasso fu accusato di "tradimento".

Che da parte di Picasso, per il quale costante restò il retroterra accademico (esempi - i ritratti della sua famiglia, la suite Vollard, ecc,), l'evoluzione verso nuove forme sia stata tormentata, potrebbe testimoniarlo il molto celebrato Guernica, forse, con Massacro in Corea, una delle opere peggiori dell'artista e non certo per il contenuto politico. Se Massacro in Corea può, dopotutto, essere accettato come si accetta il cartellone di un film, imbarazzante appare Guernica, pot-pourri di simboli arraffati dall'artista a propri quadri e disegni anteriori, anche progetti di opere in fieri , assemblati in un disordine dove la loro decodificazione appartiene a un cripto alfabeto dell'artista stesso - la sorella morta, il Minotauro, l'eterno toro, la lampadine che dovrebbe ripetere in chiave tragico parodistica il sole mitraico, un profilo come "donna che piange" dell'allora musa dell'artista, la fotografa croata Dora Maar. Secondo il critico Richardson, amico di Picasso e estimatore dell'opera in oggetto, sarebbe stata Maar (che da intransigente "marxista" sarebbe evoluta verso un altrettanto intransigente cristianesimo), la vera "ideologa" dell'opera - opera che lasciò perplessi i suoi stessi committenti ed ebbe come difensore d'ufficio il responsabile della cultura della repubblica spagnola, Max Aub. Ho l'impressione che la difesa di Max Aub, poeta, romanziere, drammaturgo d'avanguardia e amico di Picasso, fosse soprattutto una difesa d'ufficio; perlomeno alla luce di confidenze che mi faceva negli anni Cinquanta a Città del Messico , mostrandomi le bozze della sua biografia di un artista inesistente ed egli aveva inventato Jusep Torres Campalan - biografia corredata dalla riproduzione di parodistici quadri che d'altri non erano se non dello stesso Max Aub. Come ho ricordato in un suo omaggio richiestomi dalla facoltà di spagnolo dell'Università di Verona (ma il testo era già apparso anche in "Tuttolibri"), mi diceva lo scrittore, in quell'occasione, sfogliando i suoi falsi, e con un ironico sorriso, "Dopo il cubismo e Picasso, chiunque può fare dell' "arte moderna" e si moltiplicano le falsificazioni."

Certamente Guernica fu importante per la coscienza politica dell'ormai imborghesito e sempre cauto (vile?) Picasso, di cui resta indimenticabile il suo rifiuto alle richieste d'aiuto in favore di Max Jacob, internato dai tedeschi a Rancy, e però non aggiunge nulla alla sua ricerca artistica. Ne sembra anzi e tragicamente una parodia. In questo senso, simbolica appare la fotografia in cui, come un uomo d'affari che s'è tolta la giacca per lavarsi le mani, Picasso si lascia immortalare mentre, in pantaloni impeccabili, scarpe lucide, camicia candida e cravatta finge di dare a Guernica gli ultimi tocchi.

Tutto questo per proporre qualcosa che dai mi ronza nel cranio e cioè che l'avanguardia non può essere ripetuta, e che il termine neoavanguardia è un non senso, se l'avanguardia, come credo, è un percorso, un percorso di laboratorio, aggiungerei. Ripetere un esperimento, invece che incorporarlo (e per il resto andare avanti con nuove ricerche), è soltanto un'operazione di narcisismo. Le "merde d'artista" di Piero Manzoni, replicate in centinaia di vasetti, dopo le esperienze letterarie di Jarry e la Fontana di Duchamp sono un'operazione da liceale immessa in un circuito di industrializzazione del prodotto. Lo stesso direi per i tagli e i buchi di Fontana, ripeterli in una sorta di infinita produzione seriale toglie ogni significato alla prima esperienza. Credo che una qualche annotazione potrebbe essere apportata anche al discorso di Benjamin sulla riproduzione meccanica dell'opera d'arte. Qualcosa del genere, pure se su scala minore, succedeva già in epoca classica con le copie romane di statue antiche ma allora si parlava francamente di "copie". Anche le statue degli imperatori, spedite in tutto l'impero, erano copie e quando cambiava l'imperatore ciò che si cambiava era la testa - una riproduzione della testa.

Il discorso va approfondito e allargato, naturalmente