In Prosa e in Versi - Le parole fra noi

NON POSSO DIMENTICARE

di Marco Palladini

Non posso dimenticare le strida acute dei gabbiani svolazzanti e casinari che poi planavano in centrocittà sulla capote delle auto parcheggiate a spina di pesce o direttamente sui tavolini all'aperto dei bar, protendendo il becco adunco da rapace e roteando l'occhio vitreo e cattivo. Uccelli voraci, aggressivi, imperiosi come trasmigrati dal film-incubo di Hitchcock del 1963.

Non posso dimenticare quei devastanti uragani tropicali, sempre battezzati con gentili nomi femminili, che si abbattono con la loro enorme potenza distruttiva su coste, alberi, case e uomini, serenamente e sovranamente indifferenti a tutto. Pura furia acquiventosa che appare, per qualche giorno o settimana, la terrorizzante padrona del mondo. Alla faccia delle visioni grettamente antropocentriche, anche quelle ecologistiche. Chi ama la natura vera, non quella immaginata dalle anime belle, ama pure la sua terribilità e assenza di pietà.

Non posso dimenticare l'incontro con una giovane donna straniera. Una moretta dal colorito olivastro e l'accento ispanico, coi capelli cortissimi e una strana faccia rincagnata che piangeva disperata su una panchina di marmo. Lagrimando copiosamente, con il mento che le tremava, mi raccontò di essere stata cacciata dal suo uomo: "Adesso non so dove andare". Mi chiese una moneta per andare a chiamare ad un telefono pubblico. La vidi di lontano parlare e gesticolare invano. Tornò indietro affranta, si risedette e riprese a piangere a dirotto. Unico conforto il suo cane dal pelo bianco e nero che la leccò a lungo in volto, quasi detergendole le lagrime. Forse soltanto un animale a quattro zampe è in grado di starti fedelmente accanto e di darti un affetto e una solidarietà totali. E senza chiederti niente in cambio.

Non posso dimenticare uno zio, Giuliano Cortes, medico sportivo impegnato a combattere gli atleti sleali di varie discipline che mi ripeteva: "Purtroppo il doping è sempre più avanti dell'antidoping. La nostra è una continua, affannosa rincorsa contro chi tarocca risultati e prestazioni". Teneva un bollettino dove aggiornava in permanenza l'elenco delle sostanze dopanti. Dall'eritropoietina (detta EPO) all'eritropoietina ricombinante (detta rEPO); dal CERA all'androsterone; dal nandrolone al clenbuterolo; dal metandrostenolone alla somatotropina (ovvero l'ormone della crescita); dal tamoxifene al methyltestosterone; dalla sibutramina al turinabol; dal GHRP-2 M2 all'ipamorelin; dall'acetazolamide al methandienone; dallo stanozolo al metenolone; dal drostanolone alla dimetilmilammina, all'oxandrolone. La sua battaglia era soprattutto contro i dirigenti malpancisti, che cercavano di sfumare, di sminuire le tante, troppe malefatte chimiche che inquinavano l'agòn sportivo. Perché il doping era (è) un tassello economico determinante del sistema dello 'sporc'.

Non posso dimenticare il vecchio amico Nicola Marrone e la sua compagna di classe Carla Sortelli. Il professore gli aveva detto: "Devi imparare da lei a disambiguare le frasi dei testi in greco antico che vi dò da tradurre". E lui ci provava, prendeva appunti, stava appresso a Carla, ma poi si lasciava trasportare dall'istinto. Il pyr lo proiettava subito verso la piromania. Ché a lui e ad altri due teppistelli piaceva assai giuocare con il fuoco. Così, una notte andarono ad incendiare la Ford Taunus del professore parcheggiata sotto casa. Si erano pure costruiti un artigianale diaulos, e come velenosi satiri suonarono beati il doppio flauto mentre la macchina bruciava.

Nicola alla Sortelli (che comunque non glie la dava) chiese quindi di esplicargli il senso della eutaxia, e venne fuori che si riferiva alla conservazione di un buon ordine, allora gli si chiarì perché lui immodestamente inclinava sempre all'insubordinazione, allo scompiglio, a gettare all'aria l'ordine costituito. Lei insisteva a istruirlo sulla sophrosyne, spiegandogli che la saggezza o temperanza del vocabolo faceva etimologicamente riferimento alla salvezza (per via del verbo sozo) e all'anima (per via della parola fren). Ma lui riluttava, non gl'importava di salvarsi l'anima, a cui non credeva, né di mostrare una vera padronanza di sé. Un giorno la felicità selvaggia che sentiva ruggirgli dentro, lo condusse sul tetto della scuola, a fare il parkour da un cornicione all'altro. All'ultimo salto calcolò male la distanza e, così, Nicola Marrone se ne volò via. Per sempre.

Non posso dimenticare che avrò avuto nove o dieci anni e in un parco vicino casa mi ritrovai in mezzo ad una sassaiola incrociata, due bande di bulli del quartiere si stavano affrontando. Alla fine per decidere chi comandava in quello sputo di territorio i due capetti delle ghenghe si affrontarono in una sorta di duello rusticano. I ragazzini, quorum ego, si disposero in cerchio, così delimitando una effettuale arena sterrata dove avanzarono al centro i due bulletti che si atteggiavano a spavaldi boss, sostenuti dalle grida dei loro compari. Franchino detto 'il sorcio' aveva una camicia rossa a quadri con le maniche arrotolate, mentre Richetto detto 'il porko' perché era sempre sudicio e bestemmiava ogni due frasi (porkoddio! porkoddio!) aveva una maglietta girocollo verde bottiglia. Dopo qualche schermaglia e diversi sanguinosi insulti, lanciati come per farsi coraggio, incominciò la scazzottata. Più mimata che cruenta a dire il vero. Almeno all'inizio. Poi i pugni si fecero più duri ed efficaci e Richetto sembrava in difficoltà. I due caddero più di una volta a terra, rotolandosi e azzuffandosi confusamente, rialzandosi poi tutti impolverati. La camicia di Franchino era già stracciata, ma 'il sorcio' pareva potere avere la meglio, adesso picchiava forte, e l'altro arretrava, si chiudeva, replicava sempre più debolmente. 'Il porko' non era, però, uno che si arrendeva facilmente, né uno che combattesse pulito, aveva un'anima sgherra, così nonostante avesse la faccia abbottata micamale, invitò Franchino a venirgli sotto, gli fece credere che si stava arrendendo, poi approfittando di un suo momento di distrazione, piazzò una testata feroce con cui gli fratturò il setto nasale. Il sangue schizzò a pompetta, 'il sorcio' urlava di dolore, mentre si strappò la camicia, tentando di fermare l'emorragia e andando verso una fontanella per sciacquarsi. Il cerchio dei ragazzi si ruppe in mezzo al casino di accuse e vaffankulo. Nel frattempo erano arrivate le guardie e in tanti si misero a scappare. Io tardai a mettermi in moto e venni acchiappato. "Come ti chiami?", mi intimò un barbuto appuntato. Tarquinio Cortes, risposi prontamente, e non c'entro nulla, stavo soltanto a guardare. In commissariato mi beccai una solenne ramanzina, poi fu convocato mio padre che mi allungò uno scappellotto e anche lui mi fece un'aspra reprimenda. Ma io non avevo parlato: avevo detto che stavo lì per caso. A casa per punizione mi mandarono a letto senza cena. Richetto seppi poi che lo fermarono e lo spedirono al riformatorio. Franchino, se non ricordo male, sparì dalla circolazione per un bel po'. Quindi mi dissero che si era messo a fare il ladro. Qualcuno un giorno mi disse: se lo sono bevuto, ora sta al gabbio. Io avevo già una quindicina d'anni e il parco non lo frequentavo più.

Non posso dimenticare al Caffè Centrale di Porto Santo Stefano, il look estivo d'ordinanza negli anni Sessanta dei ragazzi-bene, i fighetti à la page: camicia bianca o celeste di oxford col collettone e le maniche rimboccate sugli avambracci, pantaloni di cotone a righine sottili biancazzurre, candidi calzini e mocassini neri o testa di moro, di foggia inglese. Questo era il must della moda giovane maschile pre-'68. Oggi mi colpiscono le figlie o nipoti di quegli antichi gagà balneari che indossano jeans e anche leggings sistematicamente stracciati, pur se doviziosamente griffati. Il finto povero che fa conformista tendenza.

Non posso dimenticare quei comunisti radical-chic che tenevano concioni politiche di intonazione pauperista a chicchessia, intanto loro abitavano nella capitale in eleganti case ai Parioli o a Vigna Clara e Vigna Stelluti e almeno una volta l'anno passavano una settimana a ritemprarsi il fisico negli esclusivi centri benessere di Messegué.

Non posso dimenticare che il papa predica la povertà e la morigeratezza, ma poi si muove sempre con l'elicottero privato come il più cafone e iattante dei miliardari. Contraddizioni in seno al sedicente spirito santo? Abuso del nome del poverello di Assisi? In effetti, non ce lo vedo San Francesco viaggiare in top class.

Non posso dimenticare quello scrittore neo-realista che mi disse: i libri che ho pubblicato non li ho scritti io, ma la vita che ho fatto.

Non posso dimenticare un mio vecchio professore di lettere, Antonio Dorigliano, che ci diede un tema in classe che recitava così: "Madame de Staël disse a Napoleone Bonaparte: 'La gloria, sire, è il lutto che scoppia di felicità'. La baronessa de Staël-Holstein era una sarcastica protopacifista? Commentate il suo aforisma contestualizzandolo nel periodo storico in cui visse tra il 1766 e il 1817".

Non posso dimenticare, viaggiando in auto sulla consolare Flaminia, quel cartello segnaletico indicante 'Sacrofano' in cui però si era cancellata la lettere effe, per cui si leggeva tout-court 'Sacro ano'. Notevole. Direi un titolo buono per un libro postumo di Georges Bataille.

Non posso dimenticare le nuances rosa del vestito di Antonella, la ragazza con cui ho fatto a diciotto anni per la prima volta all'amore. Eravamo nel salotto dell'appartamento dei suoi che erano andati fuori città. Io, maldestro, goffo ed emozionato, ero in totale confusione. Ne venne fuori una sorta di coitus interruptus e io finii per eiaculare proprio sul suo vestito. Lei, indispettita, decise di buttarlo via.

Non posso dimenticare la drôle de guerre dei turchi che stanno nella Nato epperò fanno passare al confine con la Siria i carichi di armi per l'Isis e i foreign fighters che vanno a combattere per il sedicente Califfato. Verò è che di strane guerre e di doppi e tripli giuochi militari è piena la storia, che non ha mai ammaestrato niente e nessuno.

Non posso dimenticare molte canzoni di Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica, il più ispirato, mi sembra, dei nuovi cantautori italici. Che apre il suo cd Terra (2017) cantando: "Possiamo correre possiamo andarcene / o stare immobili e lasciare tutto splendere / possiamo prenderci possiamo perderci / dirci solamente cose semplici / possiamo ridere e farci fottere / ... possiamo credere farci esplodere / come armi solo chitarre elettriche / possiamo illuderci ballare stando fermi / e fare caso a quando siamo felici / ... poi continuare a vivere / e non avere niente da perdere...".

Non posso dimenticare don Aldo Castropasqua, un prete che incontravo di mattina a colazione, davanti ad un cornetto alla crema e a un cappuccino. Lui, appoggiato al bancone del bar, socchiudeva gli occhi e mi ripeteva: vede, l'esistenza nostra è appesa ad un filo di niente, ma è in quel niente che possiamo trovare il tutto.

Non posso dimenticare e mi ripeto ogni tanto una quartina di ludici versi che mi inviò Carlo Ruidi, un ameno libraio toscano conosciuto un giorno che con la macchina avevo sbagliato strada: "ebbro è il libro delle nostre bevute / mille libbre pesa il libro degli obesi / libero è il libro delle cavalle canute / le labbra posi sul libro dei baci contesi".

Non posso dimenticare l'avvertenza di Albert Camus: "la verità è un ordine". Che tuttavia, viene sistematicamente disatteso praticamente sempre. Perciò stiamo nelle pesti.

Non posso dimenticare le litigate furibonde con mia moglie prima che ci separassimo. Lei che mi urlava: "Basta con le mezze verità! Diciamola tutta la verità, Tarquinio! Diciamola tutta!". E io che la guardavo incarognito e perplesso. Perché, per quanto ci sforzassimo, davvero non sapevamo né io né lei quale fosse 'tutta la verità'. La verità è... che conoscevamo soltanto mezze verità o tre quarti di verità, o anche molto meno. È per tale reciproco deficit cognitivo che fu inevitabile a un certo punto separarsi.

Non posso dimenticare il ruggito punk, pure sarcastico dei Sex Pistols: No Future For You. Correva l'anno 1977. Mero e rozzo anarco-nichilismo giovanile, si diceva. E invece no. Era uno slogan preveggente. Oggi è ancora più vero di tante decadi fa. Il futuro non c'è. Forse non c'è mai stato. E se per caso dovesse esserci, sarebbe spaventoso.

Non posso dimenticare che le odierne invettive leghiste-populiste e della destra neo e post-fascista - "Lo Stato non ci protegge... la criminalità dilaga... la gente ha paura... la gente è stufa... la gente vuole difendersi da sé" - sono esattamente le stesse che c'erano negli anni Settanta, alimentate da quella che veniva chiamata al tempo la 'maggioranza silenziosa' e perfettamente rappresentate nei cosiddetti film poliziotteschi all'italiana. Penso, ad esempio, a Il cittadino si ribella (1974) diretto da Enzo G. Castellari e interpretato da Franco Nero, che impersona un ingegnere genovese preso in ostaggio e massacrato da dei rapinatori, il quale come un 'giustiziere della notte' yankee decide di farsi giustizia da sé, mettendosi alla caccia dei malviventi e dopo varie circostanze e disavventure li elimina uno dopo l'altro in un selvaggio scontro terminale in puro stile da western urbano. E con il commissario che alla fine copre tutto, purché l'uomo accetti di firmare una dichiarazione in cui attesta che è stata la polizia ad ammazzare i delinquenti. Come a dire: va benissimo che hai fatto il lavoro sporco di eliminare quelle carogne, ma non diciamolo in giro, da una parte perché le forze dell'ordine non ci farebbero una bella figura e, poi, perché magari tanti altri vorrebbero seguire il tuo esempio e tramutarsi in altrettali cittadini bounty-killer. La menzogna di Stato è un classico, pressoché un archetipo del modo d'essere della Repubblica italiota. Allora come ora. Qui non cambia mai nulla, me lo ripete Gilda Colimastro un'amica sociologa che pure lei si è stufata e ha giusto deciso di andarsene via dal Bel(brut)paese.

Non posso dimenticare Antonia Rosto che abitava in un seminterrato e scopava in continuazione e mi ripeteva che il sesso è vita. Certo, le replicavo ironicamente, perché è l'atto necessario per la perpetuazione della specie umana. Ma lei non voleva figli, li reputava un impiccio. Lei scopava per scopare, perché solo scopando si sentiva viva, si percepiva vitale. Poi vide un film L'argent fait l'amour, e si diede al porno, che sarebbe il sesso come merce per i voyeuristi, ovvero almeno il novanta per cento dei bipedi maschi che popolano la terra, e ormai anche una bella fetta di femmine più o meno represse. Se il porno è osceno, mi diceva, allora vuol dire che l'immaginario dell'uomo è osceno. È la testa che è sporca o perversa, la carne è innocente. E anche fare denaro con il sesso, liberamente scelto e praticato, insisteva, non ha mai danneggiato nessuno. Chi avrebbe potuto darle torto?

Non posso dimenticare che, al principio dello scorso secolo, l'arte astratta fu reputata dalla critica avanguardista un superamento di quella figurativa. Ossia un avanzamento, un progresso, un balzo futurista di contro a un'estetica passatista. Naturalmente era falso. La superstizione del nuovo, la religione del novismo è stata un'illusione, un puro abbaglio del Moderno declinato come Modernismo. Si è poi capito che non c'è alcun superamento - chi può davvero pensare che Mondrian 'superi' Caravaggio? - ma soltanto una espansione dei confini dell'arte, che con il 'concettuale' si può dire che abbiano finito per includere qualsiasi cosa. Duchamp con il suo orinatoio ready-made (1917) e Piero Manzoni con le sue scatolette di Merda d'artista (1961), l'avevano compreso meglio di chiunque altro.

Non posso dimenticare che l'arte cristiana medioevale e rinascimentale è stata la più grande arte di propaganda mai concepita. L'ekphrasis dei quadri di Giotto, di Simone Martini, di Raffaello, di Michelangelo, di Piero della Francesca e via elencando, dimostra come la committenza di una ideologia religiosa effettualmente totalitaria può comunque produrre sommi capolavori e raffinate, buone, ottime pratiche narrative attraverso le immagini dipinte. Se oggi quella visione teologica del mondo non ispira più nessuno, non è in grado di dare luogo ad alcuna creazione artistica minimamente rilevante, allora vuol dire che nella temperie della secolarizzazione e del dominante relativismo, essa è spiritualmente morta, sopravvive come istituzione burocratica che crede unicamente in se stessa. Il divino è evaporato. Resta un umano ecclesiale ridotto a forma vuota, avvizzita, isterilita. Davvero impossibile da propagandare.

Non posso dimenticare il quadro di Otto van Veen Amazzoni e Sciti, dipinto alla fine del sedicesimo secolo, che mostra una folla di donne ignude e procaci, con vedute sia frontali che posteriori. Una vista di cosce tornite, di implumi vagine, di natiche sode, di seni scoperti, di braccia protese, di volti desideranti, di carni frementi. E già di primi abbracci e iniziali palpeggiamenti con i maschi sciti. Come il preludio ad una gioiosa chiavata collettiva, ad un felice, orgiastico accoppiamento di massa. L'eros amazzonico pronto a prorompere in un epico love-in, nel trionfo di una femminilità audace e liberata, guerriera nella sua libido rivendicata e goduriosamente praticata.

Non posso dimenticare la visione dell'autoritratto del 1630 di Diego Velázquez e di quello del 1635 di Gian Lorenzo Bernini. Autoritratti quasi gemelli di due pittori ancora giovani e assai somiglianti, entrambi con i capelli lunghi e scuri, svolazzanti all'altezza delle orecchie, i baffoni fluenti e arricciati e la abbondante 'mosca' sotto il labbro inferiore. Sembrano Velázquez e Bernini i fratelloni antenati di Frank Zappa, che mi guardava irriverente e spudorato, seduto ignudo sulla tazza di un cesso, in un celebre poster sessantottesco che tenni per anni appeso ad una parete della mia cameretta di ragazzo. Velázquez, Bernini e Zappa: ideale genealogia di un arte che, con i pennelli o con la chitarra elettrica, non si lascia ingabbiare, rompe i limiti e se ne va. Se ne va altrove a cercare quello che neppure si sa. Perché la creazione è in fondo una tautologia: può esprimere soltanto se stessa.

Non posso dimenticare di quando, adolescente, meditavo sull'espressione 'se ne è andato al creatore'. Che voleva dire esattamente? Alludeva al fatto che il creatore, cioè dio, l'essere supremo, la 'cosa', il diavolo o quello che volete voi (di certo non un 'creativo'), lo avrebbe ricreato il defunto? Dunque il creatore pensato come una interfaccia tra una morte e una rinascita? Il creatore come ricreatore permanente della materia della vita? L'aldilà sarebbe, quindi, un'area di 'ricreazione'? Detto così suona allettante.

Non posso dimenticare il marito bengalese emigrato in Italia che picchiava la moglie che si rifiutava di indossare abiti occidentali, preferendo portare il vestito femminile tradizionale del suo paese, lo shari. Peraltro, l'uomo aveva proibito alla donna di imparare l'italiano e non la faceva uscire mai di casa. Di certo la coerenza non era il suo forte.

Non posso dimenticare il 'black man' che staziona perennemente a fianco del supermercato che frequento. Ha una età imprecisata, direi tra i trentacinque e i cinquant'anni, una larga stempiatura sui capelli neri e una barbetta caprina leggermente brizzolata. Indossa dei pantaloni molto larghi e sdruciti, uno scolorito maglione verde militare con la zip aperta sul petto, e un giubbotto di pelle sintetica da motociclista, a strisce verticali blu, bianche e rosse. Ha sempre gli stessi abiti, che definire luridi è un eufemismo, sia in inverno sia in estate. Li porta anche con quaranta gradi all'ombra, come faccia a non crepare di caldo è un mistero. L'uomo che potrebbe venire dal Corno d'Africa - Somalia o Eritrea - non chiede l'elemosina come tanti altri confratelli di miseria. Lui parla soltanto, parla in continuazione, talora anche in modo frenetico, concitato. Parla tra sé e sé, ma a volte volge lo sguardo in alto e forse si rivolge a un dio, a uno spettro, a Lucifero, chissà. I suoi interminabili monologhi hanno qualcosa di teatrale, l'uomo si muove avanti e indietro, talvolta fa dei passettini circolari o dei saltelli bambineschi, poi rotea su di sé quasi mostrando delle movenze di danza. Oramai fa parte del paesaggio urbano, la gente non lo degna più neppure di una occhiata, lo reputa un picchiatello. E se invece fosse, rifletto, una sorta di filosofo di strada? Anche lui apparentemente è incurante di tutta la gente che gli passa accanto entrando o uscendo dal supermarket, però a volte no, ti fissa con degli occhi accesi color pece, come se cercasse un contatto eidetico o volesse infrangere la barriera della tua indifferenza. Mi sono più volte domandato come campa, visto che sta sempre lì e non chiede soldi. C'è qualcuno che pensa a lui? Magari gli dà da mangiare la Caritas? L'altro giorno comunque sono passato e lui non c'era. Mi sono stupito, forse visto che era il quindici di agosto si è preso pure lui un giorno di vacanza? Anche per i barboni Ferragosto è un giorno 'sacro'? Oppure l'uomo nero se ne è andato per sempre? Cantava Stevie Wonder: "First man to die / For the flag we now hold high / Was a black man".

Non posso dimenticare quel tempo lontanissimo, oltre mezzo secolo, quando si collezionavano gli scoubidou e si giuocava con lo yo-yo. Altre generazioni, più recenti, non dimenticano il tamagotchi o il cubo di Rubik. Certi oggetti diventano segni-feticci del tempo in cui appaiono. Ma non è colpa loro, siamo noi che trasformiamo degli stupidi giocherelli da passatempo di massa epifenomenici in durature icone di memoria.

Non posso dimenticare che dopo la morte del nonno di Emanuele Malvento, suo padre portò per un anno all'occhiello sinistro della giacca un bottone di stoffa nera, come simbolo pubblico del lutto. Quando questa tradizionale, affettuosa e virtuosa usanza ha cessato di essere praticata? È stato dopo il Sessantotto? È stato perché il consumismo esige la rapida 'consumazione' pure della morte e, quindi, un veloce oblio dei cari estinti?

Non posso dimenticare che negli anni Sessanta e primi Settanta era assai frequente vedere, anche davanti a spiagge non necessariamente frequentate dai Vip, allegri bagnanti, uomini e donne, praticare lo sci d'acqua al traino di lignei motoscafi Riva o di leggeri gommoni Zodiac o di prestanti lance con potenti fuoribordo. Oggi lo sci d'acqua non lo si vede praticato più da nessuno. È stato sostituito dagli scooter acquatici. Ma il primo era un vero sport che richiedeva capacità atletiche e abilità tecniche per tentare mosse acrobatiche, slalom derapanti e figurazioni estrose. Mentre le moto d'acqua danno luogo soltanto a rumorosissime e scoccianti scorribande su e giù le onde marine, secondo un gioco beota per coglionastri buzziconi, fastidiosi ed esibizionisti, spesso pericoloso per l'incolumità dei nuotatori. E poi non dovremmo dire che si stava meglio quando si stava meglio?

Non posso dimenticare che l'innocenza dei bambini non mi ha mai convinto. Forse per via della loro patente egomania 'scoinvolgente' e che sempre li acceca. Non ho mai conosciuto un bambino altruista, fanno mille moine e capricci perché vogliono tutta l'attenzione per loro. Pensano che il mondo intero debba girare attorno a loro, e nessun genitore gli spiega che è una minchiata mostruosa. Poi, quando crescendo i nodi irrisolti dell'esistere s'intrigheranno al pettine della vita, sarà troppo tardi per provare a scioglierli. Gli ex bambini saranno diventati degli adulti deplorevoli e perdutamente corrotti. Insomma, degli irrimediabili stronzi. Nessuno si senta escluso.

Non posso dimenticare una graziosa amante, Ambretta Maglio, una disegnatrice di storie per piccini, che mi ripeteva: "Tarquinio l'amore è quello che non hai, quello che ti manca, perciò si dice: tu mi manchi". "Allora io ti manco?". "Veramente no".

Non posso dimenticare Giovanna Montana, un'amica che mi ripeteva: io sono la donna più romantica che conosci, poiché perseguo soltanto amori impossibili. L'amore romantico dura tutta la vita, mi spiegava, perché rimane sempre incompiuto, uno stato desiderante mai soddisfatto, una passione perennemente sospesa. Ma tu sei romanticamente felice, le chiedevo? Assolutamente no, replicava, ma non è questo il punto. L'amore felice, ammesso che esista, assopisce, obnubila, ti rammollisce. L'amore infelice ti tiene sempre all'erta, ti angoscia, ti morde le viscere, ti ossessiona, ti rende pazza. Soffrendo come una bestia ti mantieni viva... Contenta lei, pensavo.

Non posso dimenticare che oggi anche l'amicizia si può affittarla. Falsa, naturalmente, anche se i quattrini che devi cacciare - dai dieci ai venti euro l'ora - sono veri. E già, per la serie non facciamoci mancare nulla, adesso in rete ci sono dei siti che promuovono i 'fake friends' da noleggiare. Con tanto di profili con fotografie, caratteristiche e disponibilità. I 'falsi amici' non sono psicopatici, sembrano gente normale che ha necessità di arrotondare delle magre entrate. Forse pure coloro che li 'affittano' non sono persone anormali, specificamente sociopatiche, ma soltanto persone disperatamente sole che cercano qualcuno per parlare, per prendere un drink in un bar, per andare al cinema o per fare shopping. Insomma, per avere un po' di compagnia, sebbene prezzolata. Il 'falso amico' ha una indiscutibile utilità sociale, ma è anche il sintomo di una mercificazione totalizzante del reale e quindi anche dei sentimenti. Vi è sempre stato il sesso a pagamento, adesso si è aggiunta l'amicizia a pagamento. Un passo avanti o indietro nella condizione (e cognizione) attuale dell'anthropos?

Non posso dimenticare la lucidità di Bertolt Brecht secondo cui sfondare una banca era assai meno grave che averla fondata. Egualmente si potrebbe sostenere che il proposito di abolire lo Stato è assai più saggio dello sproposito di averlo creato.

Non posso dimenticare che nel territorio mesopotamico dell'odierna città irakena di Mosul, situata sulla sponda occidentale del fiume Tigri, c'era disposta sulla sponda orientale la città di Ninive, divenuta capitale dell'impero assiro nel VI secolo avanti Cristo, quando raggiunse l'acme della sua magnificenza durante il regno di Assurbanipal. Al crepuscolo di quel secolo quella perla di città poi cadde unitamente all'impero, pur sopravvivendo fino all'arrivo della dominazione islamica. Al presente si assiste alla caduta di Mosul che era divenuta l'effettuale epicentro del sedicente califfato dell'Isis. Una città martoriata coi miliziani di Da'esh in fuga che fanno terra bruciata, facendo saltare in aria, dopo le ancestrali mura di Ninive, persino le loro sante moschee. Da una distruzione all'altra. Declinando la fede islamista integralista con il nulla assassino.

Non posso dimenticare lo scrittore tedesco Clemens Meyer per il quale la letteratura si fonda su "due elementi: la realtà e il sogno, anche se il sogno fallisce". Esatto, fallisce sempre, ciò che rafforza l'idea di Beckett per cui bisogna "fallire ancora, fallire meglio". Il che equivale a dire: sognare ancora, sognare meglio. Non c'è forse un incubo più squisito di questo.

Non posso dimenticare Je me souviens di George Perec.