Cultura e Società

NEWS OF LIVE - NOTIZIE DI VITA

di Vincenzo Vita

SIT IN INFORMATO

Per la prima volta, di fronte alla camera dei deputati manifestano i consigli nazionali della federazione della stampa e dell'ordine dei giornalisti. Insieme. E' un buon inizio, un pezzo di una necessaria mobilitazione generale, a fronte degli errori o dell'inerzia del governo sulle ferite dell'informazione. Infatti, mentre la legislatura è ai titoli di coda, rimangono irrisolte numerose scene della partitura drammatica in corso.

L'elenco è in difetto: l'annunciata normativa sulla diffamazione che avrebbe dovuto eliminare il carcere e mettere un serio freno alle querele "temerarie" è ferma (il gioco cinico va avanti da quattro mandati parlamentari); il decreto sulle intercettazioni del ministro Orlando non garantisce la libertà di cronaca, disponendosi la pubblicazione solo delle trascrizioni "essenziali" (filologi di tutto il mondo battete un colpo) e prevedendo persino la detenzione per i rei; la legge di bilancio nulla contiene sul precariato, vale a dire circa il 65% del settore; la l..233 del 2012 ("equo compenso"), faticosamente strappata all'esecutivo Monti, è incredibilmente inapplicata avvolta com'è nei meandri della giustizia amministrativa e negli esercizi interpretativi. Nel frattempo, però, gli editori sono trattati con i guanti, visto che negli ultimi anni sono piovuti da palazzo Chigi 2/300 milioni di euro di sovvenzioni, cui si è aggiunto nel recente decreto fiscale il credito di imposta sugli investimenti pubblicitari. E' assurdo che simili cospicui finanziamenti non abbiano prodotto risultati sull'occupazione, facilitando al contrario prepensionamenti e disoccupazione. Intere generazioni spedite a casa, senza tante storie. La questione ha finalmente toccato anche la Rai, dopo che il sindacato dei giornalisti Usigrai e la Fnsi hanno portato l'argomento nella commissione parlamentare di vigilanza. Tra l'altro, il nuovo contratto di servizio non può non avere al suo interno una direttiva precisa: l'entità del canone di abbonamento va rapportato al numero dei contratti a tempo indeterminato.

Il diritto ad informare e ad essere informati non è messo in causa solo da norme o scelte economiche. Incombe da tempo un vero e proprio attacco vandalico ai corpi dei giornalisti: minacce, percosse, persino omicidi. Da ultimo, ha ricevuto un ennesimo "avvertimento" Paolo Borrometi, appena diventato - tra l'altro - presidente dell'associazione Articolo21. E nei giorni passati si sono susseguiti il pestaggio ad Ostia di Daniele Piervincenzi della rubrica di Raidue "Nemo", le intimidazioni ai danni di un fotoreporter di Ponticelli o della cronista Marilena Natale di Caserta. La lista è infinita e segna una salto di qualità. Si è creato un clima di vendetta e di odio, figlio della crisi democratica, che prevede un esautoramento progressivo del "quarto potere", perché la criminalità organizzata punta alle commesse e agli appalti pubblici. E la trasparenza è un impiccio, mentre devono prevalere il segreto e l'opacità.

Purtroppo, la sensibilità politica è scarsa e procede per fiammate occasionali presto rimosse o dimenticate. In tal modo la traversata verso l'era digitale rischia di diventare un'ecatombe.

Chissà se agli impegnativi appelli delle alte autorità della repubblica, dal presidente Mattarella a Pietro Grasso e a Laura Boldrini seguiranno atti concreti.

Che vengano finalmente indetti gli Stati generali dell'informazione e, per l'intanto, si concordi un emendamento sul precariato nella citata legge di bilancio, finanziato con l'agognata digital tax.

FREQUENZE S-BILANCIATE

Nel disegno di legge sul bilancio (n.2960), uno degli ultimi atti della legislatura, c'è un vero e proprio colpo di mano. L'articolo n.89, infatti, si butta sul complicato tema delle frequenze radiotelevisive e di telecomunicazione in assenza di una seria riforma del sistema. Si utilizza il veicolo sicuro della legge finanziaria -la cui approvazione è sempre certa- per riorganizzare un sistema colpevolmente sconquassato negli ultimi trent'anni e tuttora privo di un ordine democratico.

Passi per la delega all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a pianificare il percorso della tecnologia 5G previsto dalla Commissione europea. Se mai, si potrebbe obiettare che una simile enfasi tecnologica è figlia di un determinismo un po' fuori tempo massimo nell'attuale stagione del capitalismo cognitivo che ci interpella se mai su contenuti e paradigmi, piuttosto che su ulteriori "gadget", per di più gravosi per l'inquinamento elettromagnetico.E così è comprensibile che il passaggio della prelibata banda 700 MHz dalla televisione alla banda larga (rinviato peraltro al 2022 rispetto al 2020 indicato da Bruxelles) sia normato. E mettiamoci pure i proventi delle gare prevista per l'attribuzione degli spazi alle telecomunicazion. Il resto, però, è del tutto arbitrario e le stesse parti dettate dalle esigenze comunitarie avrebbero avuto un altro respiro se la "Gasparri bis" -come è chiamato con sprezzo del pericolo l'articolo n.89- fosse stata inscritta in un progetto di vera riforma, in cui si prevedesse una reale redistribuzione plurale delle risorse, attribuendone una quota all'area non profit del mercato allargato. Fu fatto con la legge del 2009 in Argentina, e chissà mai perché non si sperimentano anche qui altre vie per la gestione dello spettro radioelettrico: non una proprietà privata, bensì un bene comune.

Tuttavia, la critica non è solo di opportunità, bensì pure di merito. Infatti, scherzando scherzando, si dà una bella botta al servizio pubblico. Non esiste da tempo il "partito rai", ma certamente è cresciuto un bel gruppo "anti rai". Il Mux di maggiore prelibatezza (la banda III VHF), oggi attribuito alla prima rete di viale Mazzini, finisce alle emittenti locali. Per modo di dire, visto che le medesime stazioni sono sloggiate senza troppe storie dai rispettivi territori frequenziali a partire dal 1° luglio del 2020, con una "monetizzazione" della loro memoria. Insomma, un colpo al cerchio della Rai e uno alla botte delle emittenti locali. Mediaset, non per caso, esce sempre indenne da tali tumulti, figlia di un dio maggiore. Ora, poi, che Berlusconi è rientrato in scena, le lancette degli orologi si spostano indietro di trent'anni. Se ci fosse bisogno di una prova provata, eccola: arriva la stagione del DVB-T2, il digitale avanzato di cui solo gli operatori sentono il bisogno. E sì, visto che la crossmedialità sta spostando il consumo su piattaforme diverse, insistere è diabolico. Non mancano gli incentivi per l'acquisto degli apparecchi di ricezione, giusto per riprendere la strada maestra dell'era berlusconiana. Quanto meno si garantisca la gratuità della transizione ai cittadini-utenti, vittime di un business che non li riguarda. Il 2022 è vicino e guai a ricominciare con lo "spezzatino" dello switch-off, già visto con l'allora ministro Romani. Sembra -no?- un album di famiglia.

Non rimane che la protesta, sperando in un ripensamento del governo. Esistono al senato emendamenti soppressivi e l'Agcom ha protestato per lo scarso coinvolgimento. E persino lì si inc...no.