CULTURA & DIRITTI

NEWS OF LIVE - NOTIZIE DI VITA

di Vincenzo Vita


ALTO E BASSO GRADIMENTO

Uno sguardo d'assieme ci fa cogliere, senza buonismi di circostanza, le pratiche alte e quelle basse di un protagonista assoluto della vita radiotelevisiva. Gianni Boncompagni ha rappresentato con realismo creativo ed eversione leggera le storie di mezzo secolo di radio e televisione dell'era analogica e generalista, tuttavia già percependo e anticipando la stagione degli incroci con il Web. Infatti, molti frammenti narrativi sembravano anticipare i tormentoni della rete e dei social. Come calchi costruiti in una bottega artistica, alcuni dei notissimi programmi da lui ideati -spesso con l'altro della strana coppia, Renzo Arbore- hanno influenzato tanto di ciò che è stato poi immaginato e trasmesso. Anzi. La radio, soprattutto, è vissuta due volte proprio grazie ai cult "Bandiera gialla" e "Alto gradimento", veri e propri romanzi di formazione di generazioni allora giovani: anticipatori o immediate conseguenze delle scosse politiche e semantiche del '68. La musica internazionale varcò i confini di un paese sonnolenta e conservativo, fermo alle pur nobili e gloriose hit di Sanremo, ma inconsapevole della rivoluzione culturale in corso. E così, satira, ironia e comicità surreale conquistarono un pubblico avvezzo al barzellettume un po' casereccio che andava per la maggiore. Nacquero linguaggi e stili comunicativi imperituri. Furono lanciati i dj con "Discoring", balera elettronica popolare e democratica. La rottura della sintassi classica e ormai obsoleta trovava imprevedibile consenso, fino alla definitiva legittimazione. Perché il tutto entrava ufficialmente nei palinsesti della Rai, azienda-tabernacolo del potere ufficiale.

E poi la lunga sequenza televisiva, segnata dal sodalizio con la gloriosa Raffaella Carrà, tracimante via via dalla sperimentazione al trash, talvolta intessuti nella stessa stoffa. Capace di rovesciare con arguzia e brillante "scorrettezza" gli stereotipi farisaici del varietà, il rinnovato catalogo di Boncompagni -da "Pronto, Raffaella" a "Pronto, chi gioca?" a "Primadonna a "Non è la Rai" alla tv negata di "Macao"- ha navigato tra le sponde del servizio pubblico, di Mediaset e de La7 giocando sulla teledipendenza degli italiani, avvolti dalla coperta lunga del video. L'innovazione si coniuga alla parte arcaica e istintuale del consumo, accarezzandola e ringalluzzendola. Sempre -però- con un certo stile, figlio di un mestiere levigato e "globalizzato" dai primi anni di vita in Svezia.

Non solo. Dalla fattoria sono scaturiti volti e corpi che, da sconosciuti, divennero interpreti di un nuovo divismo. Non costruito con l'accurata preparazione teatrale o cinematografica, bensì con la serialità del tempo veloce della televisione gestita da un coach efficace. Si cita come una sorta di epifenomeno Ambra Angiolini, del resto diventata proprio brava, teleguidata da chi forse voleva dirci con crudezza la verità sulla società dello spettacolo. Lei come numerose altre, tra cui la (giustamente) blasonata Claudia Gerini. Non basta. Autore e cantante egli medesimo, a lui si devono piccoli capolavori interpretati da Patty Pravo, o da Renato Zero, o da Jimmy Fontana.

Boncompagni è stato davvero capace sia nell'"alto" sia nel "basso", per riconosciuta qualità professionale poggiata sull' "spirito animale" dei media. Tuttavia, c'è ancora qualcosa da sottolineare. E' stato un narratore dal vivo dell'essenza del mezzo, disvelando esattamente il punto mediano tra il colto e la spazzatura. Capire dove sta la linea di confine è lo specifico di quel territorio espressivo. Capire che le due facce si tengono, inesorabilmente, lo è ugualmente.


EDITORIA DELEGATA E ABBANDONATA

Le leggi dell'era attuale sono poco più di un trailer di un film o di una fiction. Non sfugge a simile senescenza della democrazia parlamentare la riforma dell'editoria varata lo scorso 26 ottobre (l.198), cui stanno facendo seguito i testi delle deleghe. Non pervenuto per il momento quello delicatissimo inerente alla rete di vendita, questione assai seria su cui si tornerà più avanti, è invece in questi giorni sottoposto al parere delle Camere lo schema di decreto "recante ridefinizione della disciplina dei contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici (407)".

Abolita la Commissione tecnica per l'editoria, il Governo rimane l'unico padrone del campo... A furia di delegare, davvero del doman non c'è certezza, a partire dalla data entro la quale deve essere emanato l'atto del Presidente del consiglio per la ripartizione delle risorse, per l'intanto rimossa. Eppure sarebbe stata la prima delle certezze da consegnare ad un settore in crisi profonda, disegnando una previsione almeno triennale. Ma l'occhiuto articolato si tiene lontano proprio da alcuni passaggi essenziali, come-ad esempio- la definizione di periodicità, decisiva per regolare davvero un territorio falcidiato e sofferente. Oltre un terzo delle testate interessate dalla norma ha chiuso i battenti e il quadro generale è sconfortante. La relazione illustrativa esordisce proprio, infatti, sui numeri impietosi della caduta degli dei: riduzione del 22% delle copie vendute nell'ultimo quinquennio, calo secco degli investimenti pubblicitari. Cui va aggiunta la pesante riduzione degli occupati, con la generale precarizzazione del lavoro. Torna, poi, la grottesca vicenda della distinzione tra "nazionale" e "locale". Durante la discussione sulla legge vi fu sul punto un asperrimo dibattito, che vide ripristinare una ovvia differenza mediale (connessa alla percentuale del venduto, rispettivamente 20 e 30 per cento sul distribuito) scomparsa nella proposta originaria. Ora si ritorna di fatto al pasticcio iniziale, laddove si afferma all'articolo 5e che "è da intendersi testata nazionale quella distribuita in almeno cinque regioni con una percentuale di vendita in ciascuna regione non inferiore al 5 per cento della distribuzione totale" . Se la matematica non inganna, 5 per 5 fa 25. Qui, dietro l'aridità apparente del calcolo, si cela una bella insidia per le testate di opinione non radicate in un singolo luogo e che rischiano una secca decurtazione dei contributi. Tra l'altro, appare illegittimo che un decreto possa cambiare la legge e, quindi, è augurabile che simile gaffe venga immediatamente stralciata.

Dopo tante elegie dell'era digitale, ecco che la testa analogica colpisce ancora: per accedere ai contributi è eccessivo prevedere un minimo giornaliero di 20 articoli aggiornati almeno 3 volte al dì per le testate quotidiane e 4 volte alla settimana per i periodici (!?). Il digitale è un altro mondo.

Ci sono ulteriori "cadute" nei 33 articoli, sulle quali hanno già approntato pareri ed emendamenti le associazioni dell'editoria non profit.

Si è accennato al buio che avvolge il capitolo delle edicole. In una recente conferenza stampa delle organizzazioni sindacali (Snag Confcommercio, Sinagi Cgil, Uiltucs-giornalai, Fenagi-Confesercenti, Usiagi-Ugl, FeLsa Cisl) è stato evocato il pericolo del ritorno in grande stile del mito della liberalizzazione totale. Sperimentata anni fa e rivelatasi inutile. No. Le edicole sono una rete formidabile e, appena conclusa l'informatizzazione, diventeranno un'eccellenza.

LE GUERRE DI DONALD

Le due guerre di Trump. Quella analogica -fisica e materiale- dell'attacco della Siria con i missili Tomahawk e quella digitale volta alla conquista del business del secolo: il commercio dei dati personali. Sulla prima si è detto e scritto molto. Si può azzardare che nella società dell'informazione "...le pratiche di guerra non siano scindibili dal loro racconto, dalla loro rappresentazione e messa in forma narrativa...questa dimensione è talmente cresciuta da divenire ipertrofica, fino a diventare parte della stessa pianificazione strategica..." (F.Montanari, 2004). Guerra e media vanno in simbiosi ed è difficile separarli. Per questo le guerre stellari per il controllo delle comunicazioni sono oggi più attuali che mai. La "lotta di classe" nell'iCloud è un pezzo sostanziale della nuova geopolitica, che sta attraversando un cambiamento senza precedenti dopo le elezioni americane.

Lo scorso 3 aprile, all'incirca in contemporanea, lo stesso Trump ha firmato un provvedimento -votato poi dal congresso- che abolisce di fatto la protezione dei dati personali dei cittadini utenti dei servizi di telecomunicazione. E' stata abrogata, tra l'altro, una misura molto recente, della fine del 2016, adottata dalla Federal Communications Commission (Fcc) in linea con gli orientamenti europei (Regolamento 2016/679 Ue). "Disgusting", ha commentato su "The Guardian" il creatore del World Wide Web, Tim Berners Lee. Giustamente la rivista "Interlex" (10 aprile 2017) sottolinea che "Per chi ama pensar male, non sono solo informazioni che riguardano la lotta al terrorismo, ma interessano anche ai padroni dei Big Data, i "profilatori" a fini commerciali dai quali non riusciamo a difenderci".

Eccoci, la guerra digitale arriva nelle case private, negli smartphone e nei computer. E la nostra identità è sottoposta ad una inedita e forsennata sorveglianza, mentre i dati sono oggetto di una impressionante mercificazione. Ne ha scritto con la consueta precisione Stefano Rodotà su "la Repubblica" dello scorso 31 marzo, analizzando i mutamenti "rivoluzionari" in atto nella dialettica tra sfera pubblica e coscienza privata. Non solo. L'atto di Trump S.J.Res 34 segue la rimessa in discussione della net neutrality, vale a dire l'eguaglianza dei diritti di accesso e di utilizzo di Internet. Senza pari opportunità di entrata e di navigazione il prepotente medium della post-modernità rischia di diventare un luogo di vandalica selezione sociale. "L'algoritmo comanda il mondo" si intitola il saggio di Michele Mezza sul numer0 2/2017 della rivista "liMes", dove -citando il biotecnologo Craig Venter- l'autore dice che "La rete non serve a giocare con i social, ma a riprogrammare la vita umana...La nostra mente e il nostro cervello sono il ring su si combatte per governare, attraverso la digitalizzazione delle informazioni, i comportamenti umani". E "non solo l'algoritmo dovrà rientrare nei beni negoziabili sulla base del pubblico interesse, ma la stessa progettazione della potenzialità di calcolo non potrà rimanere attività occulta e separata dagli interessi sociali".

Insomma, il conflitto parallelo non vede scorrimento di sangue e tuttavia è assai cruento. Da una parte è in gioco l'integrità dei corpi, dall'altra l'autonomia delle menti. Guai a non leggere la realtà nella sua pornografica evidenza. Servono -contro le due guerre- due appassionati movimenti pacifisti.

Stiamo parlando della vera difesa della sovranità culturale, spogliata dalla scorza del dominio "imperiale"e declinata nella dimensione dello spazio pubblico.

LA MATERIALITÀ DEI MEDIA E LA DITTATURA DEGLI ALGORITMI

"Buio a mezzogiorno", così il titolo del famoso romanzo di Arthur Koestler. Sembra assai appropriato per fotografare la situazione dell'informazione italiana, punto nero delle politiche del governo, malgrado la competenza al riguardo del Presidente del consiglio Gentiloni. Se ne è parlato nell'assemblea dell'Associazione della stampa romana, mobilitata sui vari fronti della crisi. Una laica via crucis, un girone dell'inferno. Dalle emittenti locali scomparse o ridotte all'osso (T9, Roma uno, Teleroma56), alle scelte nordiste di Sky (con un management sordo persino ai richiami di Papa Francesco) e ora pure di Mediaset, alla inquietante vicenda del Sole24Ore.

C'è materia per convocare con urgenza degli "Stati generali", come fu fatto con successo in Francia, in cui il potere esecutivo presenti un piano straordinario fondato su finanziamenti adeguati delle ristrutturazioni, su agevolazioni fiscali, sull'obbligo per tutti gli uffici stampa delle aziende di assumere giornalisti disoccupati e precari. La recente legge sull'editoria, con il corredo dei suoi decreti attuativi, non basta. E le imprese che utilizzano le onde herziane -bene comune- non possono fare il bello e il cattivo tempo, come già si accennò in questa stessa rubrica. L'affidamento delle frequenze in tanto è avvenuto in quanto si legava ad un piano industriale. Si deve vigilare sul rapporto tra le pompose dichiarazioni dei vertici del gruppo di Murdoch o del Biscione sulle prospettive societarie, e la miseria delle soluzioni pratiche. Anzi. Dietro lo spostamento degli studi a Rogoredo o a Cologno Monzese si può sospettare che si celino progetti di ridimensionamento del lavoro e della stessa ampiezza dell'offerta.

Tra le diverse pagine buie spicca ora, l'emergenza delle agenzie di stampa. Sabato scorso le redazioni hanno scioperato, in risposta alla mancanza di riguardo sindacale della parte governativa e all'inopinata evocazione di una "gara europea" per l'affidamento dei servizi di informazione di palazzo Chigi. Siamo di fronte ad una vera e propria bizzarria. Si sta parlando, per l'appunto, di specifici servizi e non di appalti generali. Non si vive di solo Bolkestein. E poi, se c'è un elemento connotativo dello Stato-nazione è proprio questo. Le agenzie sono il tessuto nervoso del'edificio democratico e -in un certo senso- sono l'epifania della lingua intesa come identità profonda e non solo grammatica o sintassi. Si chiuda finalmente simile querelle, che rischia di ridicolizzare la sacrosanta richiesta di correttezza e trasparenza del codice degli appalti, nonché dell'Autorità anticorruzione.

Del resto, quale altro paese europeo mette a bando le proprie fonti primarie? La valenza pubblica delle agenzie non è meno significativa di quella che ispira la convenzione tra lo Stato e la Rai, in discussione presso la commissione parlamentare di vigilanza. Esistono, cioè, comparti che per loro natura non possono sottostare alle medesime regole di movimento delle merci "normali".

Serve, forse, uno specifico atto di indirizzo, supportato magari da una condivisa mozione parlamentare. Serve un chiarimento impegnativo, che assuma la veste di una norma "speciale".

Insomma, la materialità dei media torna pesantemente di attualità. La mostruosa potenza tecnologica digitale e la dittatura degli algoritmi non permettono leggerezze. Serve un bagno di realismo, aprendo gli occhi sulla povertà reale di un settore, mai preso davvero sul serio.

CONCESSIONE DELLE MIE BRAME

La commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai sta per definire il parere sullo schema di decreto del governo in merito alla concessione del servizio pubblico, con l'annessa convenzione. Per rispetto dello spirito del tempo, si parla anche di "multimediale": parola magica vent'anni fa, soppiantata a sua volta dai linguaggi digitali. Tuttavia, meglio di niente. Come già si era scritto in questa rubrica lo scorso 15 marzo, il testo è discreto e -per dirla con una battuta cara a Pier Luigi Bersani- poteva andare peggio. Volteggiano, infatti, su viale Mazzini i cocciuti cavalieri della privatizzazione.

Se n'è parlato diffusamente nel bel convegno della passata settimana (tenutosi presso la casa del cinema di Roma su iniziativa di Renato Parascandolo) promosso da Articolo21 e Fondazione Di Vittorio con Fnsi, Slc-Cgil, Usigrai, Adrai, Eurovisioni. La relazione introduttiva di Roberto Zaccaria ha messo in luce l'ambiguità originaria del provvedimento, figlio di un artificioso ripescaggio della "convenzione", il cui ultimo esemplare risale al 1994. Si era giustamente puntato sul contratto di servizio, vero e proprio atto negoziale dal quale diritti e doveri scaturiscono con maggiore dettaglio. Zaccaria si è chiesto retoricamente perché non si è inserita la concessione direttamente nella recente legge 220 del 2015, quella che spostò il baricentro dal parlamento al governo. Ma lì l'intenzione era di "sorvegliare" da palazzo Chigi. Una botta di autoritarismo, senza un vero costrutto.

Nel corso del convegno sono state avanzate osservazioni puntuali sullo schema, a cominciare dall'incertezza sull'ammontare delle risorse e sulle linee di sviluppo industriale. Assenti, poi, i riferimenti essenziali per connotare un servizio pubblico: il rapporto con gli utenti, le organizzazioni della società civile, i movimenti reali. E sì, perché è opportuno mettersi in testa che il "pubblico" si differenzia dal privato non per un'improbabile lista di generi buoni o cattivi, bensì per la capacità di far crescere i fruitori, trasformandoli da tele-corpi in cittadini digitali. Un altro limite, infatti, sta nella stucchevole riedizione della discussione sulla differenziazione tra i programmi pagati dal canone e quelli finanziati dalla pubblicità. Si sente sempre il fiato di coloro che, senza avere il coraggio di sputare il rospo, vorrebbero utilizzare la discussione per tagliare un pezzo della Rai. Tra l'altro, è utile rammentare che già l'articolo 9 del vecchio contratto di servizio chiede la pubblicazione sul sito della Rai dei programmi con le diverse finalità. Tornare sempre sullo stesso argomento è sospetto, oltre che noioso.

Più nette devono essere l'attenzione alle contraddizioni di genere e la critica alla pubblicità sessista. Siamo reduci dal battage sulla trasmissione di Paola Perego, chiusa per le volgarità contro le donne. Tuttavia, pressoché ogni giorno vengono trasmessi spot terribilmente offensivi verso l'universo femminile.

Comunque, varata la convenzione, si apra una consultazione sul contratto di servizio. Al convegno di Articolo21 il sottosegretario Giacomelli ha suggerito di non interrompere il dialogo. Sarà. Rimane, però, il problema di fondo. Serve una nuova legge, che si misuri con l'evoluzione rapidissima del sistema e chiarisca ciò che significa un servizio pubblico. Per esclusione: non ciò che si vede in ampia parte della giornata. Un teatrino sempre uguale. E basta con gli agenti plenipotenziari, che "giocano" sull'immaginario collettivo: chiamandolo share.

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