Cultura e Diritti - Cultura e Società

NEWS OF LIFE - NOTIZIE DI VITA

di Vincenzo Vita

CULT CULT

E' stato presentato lo scorso martedì al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 13° rapporto annuale (2017) di Federculture, l'associazione che raggruppa 140 imprese e istituzioni culturali sotto la presidenza di Andrea Cancellato (Triennale di Milano) e la direzione operativa di Claudio Bocci. Ha chiuso i lavori il ministro Dario Franceschini, in apparenza neppure troppo turbato dai magri risultati del voto siciliano. E già, perché -con qualche eccesso di zelo di taluni intervenuti- si è alzato un coro laudatorio nei riguardi del Mibact e del suo alfiere. Senza nulla togliere ad un dicastero che, dopo i recenti predecessori, non poteva che andare meglio, è proprio l'accurato testo di Federculture (presentato dall'accurata introduzione di Bocci) a raccontarci una verità diversa, più mossa. E' vero che la spesa in cultura delle famiglie è aumentata del 7% nell'ultimo triennio, con un surplus rispetto al resto della filiera dei consumi, è reale l'incremento di numerosi voci del mosaico come il +22% nella fruizione del patrimonio culturale, è indubbio l'impulso dato ad interessanti novità come l'Art bonus, e tuttavia il quadro è assai contraddittorio. Intanto, si legge poco: solo il 40,5% degli italiani dà un'occhiata ad almeno un libro all'anno, in decrescita persino rispetto al 46,8% del 2010. Non solo. Il 37,4% delle persone non svolge alcuna attività di tipo culturale, misura che va oltre il 50% negli strati a basso reddito. Anzi. Ben il 70% ha una debole o debolissima partecipazione. Mentre l'area "alta" è del 28,8%. Viene un brivido a leggere la mole delle cifre del Rapporto ed è immediata l'associazione con l'astensionismo politico. E' lecito tracciare una linea di congiunzione tra i due astensionismi, che si specchiano e si alimentano vicendevolmente. Se, poi, si connettono simili "tracce" con l'eterna arretratezza nell'infosfera digitale, nell'uso di Internet o nella diffusione dei giornali quotidiani, la situazione appare tutt'altro che felice. Insomma, sotto il tappeto delle dichiarazioni propagandistiche c'è un Sud della cultura più ampio e diffuso di quello geografico. Cui non bastano le pur prestigiose assegnazioni delle "città della cultura" del continente o della nazione: Matera e Palermo. Insomma, c'è davvero molto da ri-fare. Oggi, non attraverso affidamenti al governo (quale, poi, dopo le ormai prossime elezioni?) che a fine legislatura sono poco più che norme-spot.

E' in arrivo ad esempio -dopo la terza lettura alla Camera dei deputati- il disegno di legge n.4652, ovvero la "Delega al governo per il codice dello spettacolo". Nell'articolato vi sono spunti interessanti, come i benefici e incentivi fiscali previsti dal'art.5, o come l'incremento del Fondo unico per lo spettacolo (Fus), ma il cuore dell'impianto sta nell'ennesima sequenza di deleghe assegnate al potere esecutivo (art.2). Con il solito corollario dove sguazza l'antica impronta burocratica: il consiglio superiore dello spettacolo, uffa. A che servono le deleghe (a data da destinarsi) per gli addetti di un lavoro culturale precarizzato, impoverito, schiavizzato magari con i "rimborsi degli scontrini"? La crisi rimane nera, se non si forniscono risposte all'oltre metà di coloro che calcano le scene con emolumenti che non arrivano a 5.000 Euro all'anno. E l'altra metà vive di stenti. E con contributi previdenziali dispersi e non utilizzabili, a causa della stagionalità dei contratti, quando ci sono.

Serve un vero "Piano straordinario", con annesso "salario di dignità". Adesso, non domani. Altro che.


UN CONTRATTO PRECARIO

Dopo la non commendevole figura della volta precedente (triennio 2013/2015), quando il Contratto di servizio che regola i rapporti tra il Governo e la Rai non entrò mai in vigore, ecco che finalmente è stato concluso il lavoro del gruppo istituito dal ministero dello sviluppo e dalla concessionaria pubblica. L'articolato ora copre un quinquennio (2018/2022) ed ha una tempistica dettata dalla Convenzione con lo stato del 28 aprile 2017. Lì si prevedevano sei mesi e più o meno ci siamo. Ora, però, c'è il vaglio da parte della Commissione parlamentare di vigilanza, cui seguirà suggello definitivo. Ma, come in una matrioska, dopo aver sfilato la Convenzione, ecco che arriva la legge di (contro)riforma n.220 del dicembre 2015, quella che ha affidato al potere esecutivo la guida pressoché totalitaria dell'azienda: pessima l'ispirazione, pessimi i risultati. Con simile tagliola, i pur diligenti estensori del "contratto" hanno potuto fare un po' di maquillage, intriso -però- di diverse insidie che qua e là peggiorano persino le versioni precedenti, la cui architettura rimane simile.

Qualche considerazione sparsa. Entra in scena tra i generi televisivi e radiofonici agli articoli 3 e 4 il "servizio". Che cos'è? La Rai non è complessivamente un servizio, pubblico? E poi. I "minori" descritti dall'articolo 8 come si collegano al recente decreto legislativo del ministro Franceschini che introduce la classificazione delle opere cinematografiche "non adatte ai minori di anni 6"? Il sistema di "segnaletica" rischia di saltare per eccesso di domanda.

Buona la scelta di rafforzare il processo di catalogazione digitale dell'archivio storico, ancorché non sia chiaro se l'accesso si avvarrà di software aperto. La Rai, anzi, potrebbe farsi capofila di una grande banca dati della memoria, vero antidoto rispetto all'imperante privatizzazione dell'aggregazione dei dati e di chiusura in poche mani della proprietà degli algoritmi. Sarebbe un compito strategico e straordinario, capace di restituire valore profondo all'apparato di viale Mazzini. La dimenticanza non è casuale, se è vero che la "crossmedialità" trova il suo banco di prova "nei servizi interattivi per gli utenti, a cominciare dall'informazione sul meteo e sul traffico". Pochino. Mentre cala la mannaia sulla testata immaginata -davvero sì con occhi e testa digitali- da Milena Gabanelli, sulla cui annunciata uscita dai ranghi dell'azienda è sceso un torpore "doroteo". Censura in salsa Nazareno? Alla luce degli eventi tecnologici e della calata degli "Over The Top" serviva un coraggio che nei vari commi non si intravvede.

Anzi. Don Abbondio vince il girone di andata al comma 6 dell'articolo 23, laddove la quantificazione della promozione dei film e audiovisivi italiani ed europei rimane uguale a prima, non tenendosi conto neppure del decreto del ministero delle attività culturali (n.469) che innalza le soglie.

Un'altra omissione pesante: nulla sugli agenti che hanno in mano gran parte delle reti.

Un dubbio, per finire. L'articolo 18 impone alla Rai di trasmettere sulle diverse piattaforme distributive. Tradotto: Sky potrà inserire nei palinsesti i canali rai gratuitamente? Quanti santi in paradiso ha Rupert Murdoch, visto che manda le bollette di pagamento ogni 28 giorni, sposta a Milano da Roma lavoratrici e lavoratori, in diversi casi procedendo persino al licenziamento? Il contratto di servizio, almeno, non finisca tra le carte e i meri atti dovuti. Sarebbe interessante un ampio dibattito pubblico. Già, ma non è la Bbc e qui gli scripta volant.

IL MANIFESTO DI ASSISI

Una due giorni bellissima, quella promossa ad Assisi gli scorsi 29 e 30 settembre dall'associazione "Articolo21" e dalla "Rivista San Francesco" su: "Muri mediatici, industria dell'odio, buone pratiche per contrastarli". E' stato approvato un Manifesto di dieci punti, i comandamenti laici della corretta informazione. Non un'ulteriore Carta, tra le numerose ormai vigenti tra cui quella di Roma illustrata al convegno da una lettera di Giovanni Maria Bellu, bensì i lineamenti di uno Statuto: 1) Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te. 2) Non temere le rettifiche. 3) Dai voce ai più deboli. 4) Impara a "dare i numeri". 5) Le parole sono pietre, usale per costruire ponti. 6) Diventa "scorta mediatica" della verità. 7) Non pensare di essere il centro del mondo. 8) Il Web è un bene prezioso. Sfruttalo in modo corretto. 9) Connettiti con le persone. 10 Porta il messaggio nelle nuove piazze digitali.

Alcune categorie evocate sono davvero il cuore della democrazia mediale: parlare sulla base di dati precisi ed accertati, l'obbligo della verità e dell'etica come tratto saliente del lavoro giornalistico; l'utilizzo intelligente delle potenzialità enormi della Rete. A tale riguardo è stato illuminante il contributo di Nicola Pedrazzi dell'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, che ha evocato l'esperienza del "Resource Centre sulla libertà dei media", vera piattaforma interattiva. Va costruito un modello alternativo, infatti, all'involuzione in atto. Come sottolinea Alessandro Dal Lago (2017) "...come mai è avvenuto nella storia, la rete è la patria delle fake news, delle pseudo-verità, delle bufale, dei luoghi comuni e degli stereotipi divenuti fatti indubitabili- oltre che delle paranoie più varie...". Servono culture adeguate al tempo digitale, veri e propri gruppi dirigenti intellettuali che si cimentino nel nuovo scenario del conflitto: l'infosfera, vale a dire la sintassi digitale del mondo.

Qualcosa di diverso rispetto ai codici deontologici dell'epoca analogica, fondati su sistemi meno complessi e meno veloci, poco globalizzati. L'informazione-mondo in cui siamo immersi richiede, anzi, una svolta coraggiosa che ci racconti la "neo-guerra" in corso, con le decine e decine di focolai accesi nei luoghi che il mainstream non considera e non vuole far conoscere, a cominciare dall'Africa attraversata da 20 guerre solo negli ultimi 25 anni, come ha ricordato Andrea Iacomini, portavoce italiano dell'Unicef. Ugualmente, di tali capitoli rimossi hanno discusso padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli , il comboniano Daniele Moschetti, Enzo Nucci ed Antonella Napoli e, naturalmente, gli spunti introduttivi di Mauro Gambetti e di Enzo Fortunato del Sacro Convento di San Francesco. Co-autori del seminario.

La scorta "mediatica" tocca la piaga del femminicidio: una vittima ogni tre giorni, come ha ricordato Laura Berti, interpellando i media sulle loro responsabilità.

E di scorta sanno purtroppo Attilio Bolzoni, Federica Angeli, Norma Ferrara, Marilù Mastrogiovanni, Luciana Esposito, esempi di coraggio e di determinazione civile contro i poteri criminali.

I due giorni di Assisi, preparati da Beppe Giulietti, Elisa Marincola, Stefano Corradino -tra gli altri- sono stati una cosa da prendere sul serio. Ma chi ne ha scritto?

PS. Il consiglio dei ministri ha varato il decreto sulle quote di produzione e programmazione di opere europee, anticipato nella passata rubrica. Il testo, benché addolcito e edulcorato, alla fine è passato. La talpa scava.


LE QUOTE DI DARIO

Il testo del decreto legislativo sulla promozione delle opere europee è stato varato la scorsa settimana da parte del Consiglio dei ministri e più di un commentatore si è meravigliato. Bravo Franceschini, ha tenuto botta. Potente ministro, vecchia scuola non mente. E così via. Il prode Dario, insomma, ha avuto i suoi quindici minuti di celebrità audiovisiva, per dirla con Andy Warhol. Le terribili televisioni - generaliste e non- hanno dovuto piegare in ritirata. E sì, tutto questo è vero, ma è opportuno che non si rimuova quanto è successo prima. Non si tratta, infatti, di una pur meritevole novità dell'attuale governo. Senza nulla togliere ai contemporanei, è utile ricordare che la questione delle "quote" fu già posta dalla direttiva europea del 3 ottobre 1989 (n.552), "Tv senza frontiere". Era l'epoca della lotta per la diversità culturale che, aggiornandone riferimenti e interlocutori, ha anche oggi una forte attualità come azione permanente contro censure e omologazioni. In Italia le direttive (oltre alla 552, la n.36 del 1997) trovarono attuazione compiuta con la legge n.122 del 1998, in cui con austera semplicità si sanciva il doppio obbligo di trasmissione (più della metà del tempo mensile dei palinsesti) di film e audiovisivi italiani ed europei, nonché di produzione (10% degli introiti a carico delle emittenti private, 20% per il servizio pubblico). Anche nell'età berlusconiana (Gasparri ministro), con il Testo unico del luglio 2005 n.177, il filo non si spezza, con qualche ritocco nelle percentuali. Ma senza stravolgimenti.

E' opportuno avere memoria, per sottolineare l'assurdità (e il tatticismo negoziale) della levata di scudi corporativa dei broadcaster. Il nuovo articolato, che rivede senza stravolgerlo troppo la prima versione ipotizzata dallo stesso titolare del Mibact, fa obbligo di riservare il 55% della programmazione all'offerta europea, esclusi notiziari e pubblicità dal 2019 (e almeno la metà è attribuita alle opere italiane), e di dedicare alla produzione dal 2019 il 12,5% (15% dal 2020) da parte dei soggetti commerciali: percentuale che diventa rispettivamente il 18,5% e il 20% per la Rai. Insomma, tanto rumore per che cosa? E' vero che sono inseriti nel decalogo pure i fornitori di servizi a richiesta (vedi Netflix e consimili) e che complessivamente i tetti si alzano, ma gli obblighi esistono da anni. Perché, allora, le polemiche? Forse la verità è brutale. Alle emittenti faceva comodo il silenzio, per non illuminare le troppo inadempienze in materia, cui dovrebbe dare un occhio l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il merito di Franceschini è di avere riportato alla ribalta un tema cruciale per l'industria culturale italiana.

Attenzione. La via dell'approvazione definitiva del decreto è lastricata di ostacoli, perché la mano televisiva è sempre pronta a colpire. Servono, infatti, i pareri delle commissioni parlamentari, nient'affatto scontati. Bene hanno fatto le associazioni degli autori - a partire dall'Anac con i suoi gloriosi 65 anni - ad esprimere un appoggio condizionato al testo, che non venga reso innocuo.

Servirebbe una scelta strategica. Una parte dei proventi della ipotizzata tassa sugli Over The Top (da Google a Facebook) potrebbe essere destinata proprio al rilancio delle attività culturali, spesso allo stremo e mortificate proprio dalla legge n. 220 del 2016 sul cinema, assai spilorcia verso il mondo autoriale indipendente. E non si dica che l'era digitale toglie valore alle quote. Al contrario, ne aggiunge.

TATTICHE IMMAGINARIE

Ancorché abbia fama di abilità tattica, il ministro Franceschini ha fatto uno strano uno-due. Da una parte ha voluto a tutti i costi una modestissima legge sul cinema (n.220 del novembre 2016) in cui l'universo degli autori e delle esperienze indipendenti è stato maltrattato a favore delle produzioni più potenti, dall'altra ha varato un coraggioso decreto legislativo sulla promozione delle opere europee e italiane che abbisognerebbe proprio del sostegno attivo delle categorie indebolite. Infatti, la valorizzazione delle "quote" contraddice in parte lo spirito conservatore della norma-madre. E così, l'abile Dario ha trovato freddezza e voglia di rinvio a palazzo Chigi, rafforzate dalla plateale ostilità delle emittenti televisive, pressoché tutte. Rai, Mediaset, La7, Sky, Discovery e così via hanno chiesto lo stop del provvedimento, forti del loro enorme potere di influenza sul ceto politico. C'è aria di trattativa, ora. Forse il testo approderà nel consiglio dei ministri della prossima settimana. Ma, c'è da giurarci, l'articolato nel frattempo si stempererà. Salvo miracoli laici.

Del resto, il tema delle quote è attraversato da un forte conflitto sul controllo delle risorse. I broadcaster hanno l'interesse a riempire i palinsesti di programmi chiavi in mano curati dai "procuratori" (vedi la polemica al riguardo in seno alla commissione parlamentare di vigilanza) e di talk seriali. Il mondo dell'industria culturale chiede, invece, qualità e spazi originali, che certamente renderebbero migliori i contenuti. Anzi. Se passasse l'obbligo di programmazione di opere europee per il 55% del tempo (60% dal 2019) ivi compresa la sotto-quota del 30% (40% dal 2019) per il marchio italiano, la serata televisiva finalmente si spezzerebbe. Il dovere imposto tocca anche, infatti, la fascia tra le ore 18 e le 23: si interromperebbe la strisciata dei quiz, del telegiornale e del lunghissimo contenitore che segue. Tornerebbe la seconda serata. Tuttavia, se il ritocco riguardasse qualche maggiore processualità temporale, non vi sarebbe nulla di scandaloso. Guai, invece, a manomettere il capitolo degli obblighi di investimento. Le stazioni commerciali sono richieste di spendere in acquisti e produzione di opere europee il 15% dei propri introiti netti (il 20% dal 2019), con una sotto-quota del7,5% riservata alle opere italiane (10% dal 2019) e con un'altra del 75% a favore dei produttori indipendenti (definizione da chiarire, in verità). Alla Rai spettano rispettivamente il 20% (30% dal 2019) e il 30%, mentre al lavoro italiano va il 12,5% (15% dal 2019) con il 5% rivolto all'animazione. Tradotto in vile danaro: dai 700/800 milioni di euro di oggi si passerebbe a circa 1,3 miliardi. Assai meglio di quanto prevedesse il vecchio articolo 44 del Testo unico del 2005, adesso profondamente cambiato, pur senza intaccare ancora l'Impero degli Over The Top.

Niente di rivoluzionario, intendiamoci. Non solo c'è il positivo caso francese ai nostri confini, ma l'Unione europea ha sancito da tempo, fin dall'importante direttiva del 1989, la linea della "diversità culturale" inaugurata da Jack Lang negli anni ottanta, e ripresa dal centrosinistra italiano del 1998 con la legge n.122. Quest'ultima fu ostacolata fino alla fine, persino in modo sconcertante, dal "duopolio". Passò, a dispetto delle lobby.

L'associazione degli autori (Anac) ha scritto un efficace appello al governo. In fondo, si chiede al governo e al presidente Gentiloni di essere europei.


INDOVINA CHI VIENE A CENA

Non era ancora successo. C'è sempre una prima volta, come si dice. E così il G7 di Ischia, dedicato alla lotta al terrorismo, vedrà seduta allo stesso tavolo dei governi una cospicua rappresentanza degli Over The Top: Google, Microsoft, Facebook e Twitter. Anche simbolicamente si prende atto che lo Stato-nazione non è ormai declinabile secondo le consuete definizioni spazio-temporali -tipiche dell'era analogica-, bensì nuota in un acquario assai più ampio. Accanto ai poteri finanziari, che da tempo stanno nella zona rossa della stanza dei bottoni, attraversano ora prepotentemente il red carpet imperiale gli oligarchi dei dati, i padroni esclusivi degli algoritmi che reggono l'architettura della conoscenza, i custodi delle nostre identità digitali: quelle che solo loro, e non noi semplici utenti-sudditi, conoscono. La "Datacrazia" è, secondo il sociologo dei media Derrick de Kerckhove , la dimensione reale verso cui si incammina il mondo post-democratico, il territorio della transizione in corso. Di cui, per capirci, il ridimensionamento dei parlamenti e delle assemblee elettive è uno dei capitoli. Alla dialettica delle istituzioni che lo Stato di diritto ci ha consegnato si sostituisce un arcipelago variegato di fonti di decisione. E i grandi aggregatori nella e della rete sono le star acclamate. Ad Ischia, dove l'ospite è il ministro italiano, si legittima un nuovo status della sovranità. Lo ha annotato con sapienza il giornalista e docente Michele Mezza, cui si devono diversi testi inascoltati dai ceti dirigenti.

Insomma, il G7 ci racconta la verità: non solo le tecniche, bensì direttamente la politica si sono fatte digitali.

C'è pure del grottesco in tale vicenda. I responsabili dei governi accolgono a mo' di nuovi divi coloro che ancora non pagano le tasse dovute, tant'è che la Commissaria europea Vestager ha comminato multe salatissime a Google. Solo ora, dopo anni di discussione, si sta immaginando una digital tax nella legge di Bilancio. Inoltre, i risultati elettorali, come avvertono le cronache prima ancora che la scienza delle comunicazioni, sono largamente influenzati dalla "profilazione" dei cittadini connessi ai social o riconosciuti dalle mille strisciate nell'"Internet delle cose". Il caso degli Stati Uniti e della vittoria di Trump (ma lasciamo a lui lo scettro del combattente?) o le avventure degli hacker russi (tra i tanti) insegnano che la vecchia televisione generalista conta sì, ma molto meno. Dunque, i gestori delle fortune degli stessi governi partecipano direttamente alle riunioni con i loro clienti. Ovviamente, il dialogo con i protagonisti della post-democrazia digitale è utile e necessario, ma la diplomazia ha sempre curato -quasi ossessivamente- la collocazione dei posti a tavola. Quindi, la vicenda di Ischia non va ridotta ad una necessità dettata dal delicato ordine del giorno.

Proprio la lotta al terrorismo esige, se mai, un quadro di riferimento da discutere con il vasto mondo della rete, non limitandosi ai trust del sistema. Le Nazioni unite diedero vita ad un organismo specifico, l'Internet governance forum, il cui primo coordinatore fu Stefano Rodotà. Perché l'Igf non sarà ad Ischia?

A meno che il negoziato non sia la premessa per scrivere la sintassi di uno spazio pubblico, trasparente e partecipato, senza algoritmi proprietari. Che ne dice il ministro Minniti? Il terrorismo si ferma con la democrazia, non con gli scambi di potere. Utopia per realisti, come scrive il titolo di un bel libro.

SUK DIGITALE

Negli scritti e nei convegni si sprecano le parole, con qualche ridondanza: capitalismo cognitivo, capitalismo digitale. Insomma, la nuova età, dopo il lungo ciclo manifatturiero e fordista. A questo si allude quando ci si riferisce ai gestori della telefonia, oppure alle televisioni satellitari post-generaliste. Quante illusioni, che retorica. La verità ce la racconta con realismo l'episodio - volgare e incredibile - della fatturazione delle bollette telefoniche ogni 28 giorni sia sul mobile sia sul fisso, invece che una volta al mese. Tradotto per i cittadini utenti e consumatori: un aggravio di un 8,3% sul dovuto richiesto in gran silenzio da Tim, Vodafone, Wind Tre e Fastweb. E ad ottobre seguirà la stessa strada Sky, che almeno ha avvisato in agosto gli abbonati pur senza il battage che accompagna le consuete campagne pubblicitarie. In un suk trasparenza e affidabilità sono decisamente maggiori. Che vergogna, cari signori che insegnate al mondo cos'è il futuro tecnologico e dove sta la modernità.

La storia è nota e si trascina da diverse settimane, ma se non si blocca rischia di diventare un cattivo precedente anche per le altre utility, dal gas all'elettricità. E' vero che (diamone atto) l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si è mossa, fin dal marzo scorso, con la delibera n.121/17/Cons "Misure a tutela degli utenti per favorire la trasparenza e la comparazione delle condizioni economiche dell'offerta dei servizi di comunicazione elettronica". Tuttavia, i padroni delle nuvole hanno fatto finta di niente, pur essendo abbondantemente passati i novanti giorni previsti per il ritorno alla cadenza mensile. Salvo i soliti ricorsi alla giustizia amministrativa, oggetto di critica o di desiderio ad ore alterne. L'Agcom, per fortuna, ha annunciato appositi provvedimenti sanzionatori, che speriamo siano forti e imminenti.

Tuttavia, c'è qualcosa che non quadra. La scelta di passare da dodici a tredici bollette annuali è avvenuta contestualmente da parte delle diverse aziende, configurandosi così un classico cartello nella logica del trust. Che fa, dunque, l'Autorità per la concorrenza, cui spetterebbe una funzione di traino? E' curioso che il governo abbia ipotizzato una segnalazione all'Autorità medesima, quando sarebbe stato corretto il contrario. Come pure è significativo (e persino bizzarro) che si stia immaginando di infilare nella prossima legge di stabilità una specifica norma sullo scadenzario dei pagamenti. In fondo, le autorità indipendenti furono immaginate nell'ordinamento proprio per evitare un eccessivo ricorso alla legislazione primaria, valorizzando piuttosto atti e regolamenti veloci.

Siamo di fronte, dunque, ad un caso davvero emblematico, che ci illumina sul deficit etico del capitalismo digitale italiano e sull'arretratezza delle culture antitrust. Speriamo che l'incubo si concluda presto e che si ascoltino le associazioni dei consumatori, cui è ben difficile dare torto. C'è materia, infatti, per una class action, per sanare un'ingiustizia che investe milioni di persone. E' augurabile che non ce ne sia bisogno. Ma, se davanti ad un simile caso di scuola, le autorità competenti non riescono ad avere la meglio, c'è da dubitare che possano svolgere il loro ruolo sui vari fenomeni distorsivi del sistema.

PS. A fine ottobre scadono i termini per la stesura del testo del contratto di servizio della Rai, cui dovrà apporre - dopo discussione e approfondimenti - il sigillo la commissione parlamentare di vigilanza. Che ne è? Il silenzio è d'oro o non c'è ancora nulla?


DIGITAL DREAM

L'associazione della stampa romana, su impulso del segretario Lazzaro Pappagallo, ha promosso un interessante seminario sulla cosiddetta digital tax , vale a dire -come ha sottolineato Raffaele Lorusso nelle conclusioni, il segretario nazionale della federazione della stampa- una tassa di perequazione. Sì, un momento di giustizia. E' davvero grave che le "normali" aziende siano sottoposte a cospicue tassazioni, mentre gli Over The Top come Google, Facebook o Amazon godono del privilegio di essere dei ricchissimi "non luoghi" grazie all'intrico di residenze reali, fiscali, organizzative: con imposte dirette da prefisso telefonico e spesso senza il fardello dell'Iva. Il tema ha fatto qualche breccia in Europa, ma i tempi delle decisioni sono inversamente proporzionali alla velocità digitale.

Il convegno ha voluto riaprire la questione, perché la Legge di bilancio potrebbe essere la sede giusta per introdurre una tassa così attesa. Il presidente della commissione bilancio della Camera dei deputati Francesco Boccia si è mostrato più che disponibile a lavorarci, partendo dalla definizione di "stabile organizzazione" propedeutica alla fissazione di imposte analoghe a quelle vigenti per le imprese italiane. Con maggior cautela il viceministro del ministero dell'economia Luigi Casero ha preso atto della necessità e dell'urgenza di rivedere una prassi assurda, subita con colpevole debolezza dai governi. Anzi. Gli oligarchi della rete sono stati persino invitati al recente G7 di Ischia sulla sicurezza con il rango -di fatto- di Stati sovrani, e a loro è stato chiesto di elaborare una contro-narrazione per contrastare i terrorismi. Curioso, no? ´Mentre si studia la forma di una tassazione adeguata, le "innocenti evasioni" stanno tranquillamente nella stanza dei bottoni. Non solo. La crisi dei partiti di massa nonché delle istituzioni rappresentative rende il ceto politico ansioso di consenso e gli aggregatori dei dati sono ben disponibili ad offrirsi. In cambio del ruolo di esclusivi detentori della circolarità delle informazioni: bene supremo, declinazione mobile e dinamica del rapporto proprietario classico. Giustamente, il giornalista e docente universitario Michele Mezza ha sottolineato l'atto cruciale della negoziazione sulla trasparenza e la conoscibilità degli algoritmi, prima che sia troppo tardi. Del resto, va aggiunto, la televisione generalista a trazione berlusconiana ha già compromesso la fisiologia della cultura di massa. Ora il rischio è omologo, e tuttavia da moltiplicare alla n potenza, entrando la "datacrazia" nell'identità delle persone. Il nodo delle tasse è un frammento chiave di un vero approccio di sistema. Ciò tocca da vicino equilbri e strategie del mondo editoriale, alle prese con la transizione dalla carta all'on-line e con le domande nuove che l'invasione nelle news da parte dei trust dell'iCloud pone alla carta stampata in decrescita assai poco serena. Ne ha parlato il direttore della Fieg Fabrizio Carotti.

Numerosi gli interventi nel seminario, dalla parlamentare 5Stelle Mirella Liuzzi a Dino Oggiano (Slc Cgil), ad Alberto Civica (segretario del Lazio della Uil), a Paolo Perucchini (Presidente dell'associazione lombarda dei giornalisti), a Marco Delmastro (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), a Marco Liconti (comitato di redazione del'AdnKronos): coordinati da Paolo Barbieri e Cristiano Fantauzzi dell'Assostampa romana.

Aggiorniamoci a Legge di stabilità varata, per capire se la digital tax è una cosa seria o un patetico annuncio elettorale.