Acta Diurna

NEWS OF LIFE – NOTIZIE DI VITA

di Vincenzo Vita

IL LATO NERO DELLA RETE

Sulla scelta, condivisibile, della presidente della camera dei deputati Laura Boldrini di denunciare coloro che insultano on line si è già scritto molto. E qui non sono in gioco giudizi politici. Il manifesto ha affrontato il tema generale, con gli articoli di Bia Sarasini e di Guido Viale (18 e 22 agosto). Si pone a questo punto, però, il lato "maledetto" del problema, da tempo in incubazione, oggetto di infiniti dibattiti, e tuttavia poco affrontato in termini davvero operativi. Vale a dire il nodo dei limiti della libertà nella e della Rete. Ovviamente, guai solo a pensare che Internet possa essere imbavagliato, magari con nobili intenzioni. Hanno ragione coloro che sottolineano come la nuova "realtà allargata" valichi i vecchi confini analogici ed esprima zone di conflitto che qualche grida non rimuove. Come le solite proposte di istituire specifiche "autorità" o di estendere i compiti delle attuali istituzioni di garanzia. Ciò non toglie che l'incitamento all'odio (hate speech), attraverso le diverse forme attraverso cui si esprime, configuri una degenerazione inquietante, tale da chiudere anche simbolicamente l'era dell'innocenza del Web.

Un lungo lavoro dell'organizzazione non profit "Vox-Osservatorio italiano sui diritti", con la partecipazione delle università di Milano, Roma e Bari, mira ad identificare le mappe dove l'intolleranza sui social -Twitter in specifico- è più diffusa. Ne ha parlato domenica scorsa la bella trasmissione di Radio radicale "Media e dintorni". Si segnala proprio la proliferazione dei messaggi contro le donne: il numero negli otto mesi della ricerca è arrivato a 1.102.494, con 28.886 tweet geolocalizzati. E' un sintomo di una marea nera, che con la libertà di espressione verosimilmente c'entra ben poco. "Nessuna tolleranza, cioè, va garantita agli intolleranti dei diritti e libertà altrui" ha scritto su "La Stampa" del 22 agosto, a proposito del recente terrorismo, Vladimiro Zagrebelsky. Il nesso è forzato, ma il criterio è omologo.

Sull'argomento il ministro Orlando ha sottolineato che non sempre la risposta penale è l'unica praticabile e si finirebbe per sovraccaricare le procure in modo insostenibile. Del resto, è stato ricordato, la Commissione europea ha stipulato un accordo con i gestori per l'eliminazione dei profili e la rimozione dei contenuti. Considerazioni di buon senso, ma insufficienti nei confronti di qualcosa che sta inficiando credibilità ed autorevolezza della stessa Rete, costruendo le premesse per un clima di opinione negativo e reazionario. Da varie parti, ivi compresi i vecchi media impauriti dalla concorrenza di Internet, non si aspetta altro che l'attimo opportuno per invocare censure e condizionamenti.

Sul lungo periodo l'unica risposta efficace è la forza d'urto di un movimento intellettuale critico e vigile, in grado di determinare l'isolamento e la sconfitta degli hater.

Però, non basta. La Germania ha varato una legge con sanzioni milionarie per i social che non cancellano i post offensivi. Ed esiste una vasta giurisprudenza volta a sancire l'equipollenza tra i reati di diffamazione, siano essi off line ovvero on line. Andrebbe, però, definita una procedura processuale accelerata, propedeutica a provvedimenti immediati. Basta un "comma", da inserire in uno dei provvedimenti in corso d'opera in materia di giustizia. Sarebbe una risposta precisa e non farisaica. Il "mostro" si nasconde nella cantina, vedi il capolavoro di Hitchcock, e la porta va aperta.

I MEDIA ALLE CROCIATE

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale "Teorie della comunicazione di massa" di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia "legge di McLurg", dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani. Può darsi che l'annotazione sia stata scritta con english humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l'uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell'Afghanistan, o all'aggiornamento sulla Siria. Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba All-news "Al Jazeera", che -non per caso- corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell'alibi del "muro" e dell'equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio "razzismo mediatico".

Non è in causa il racconto del terremoto di Ischia o dell'anniversario della tragedia di un anno fa. Se mai, si nota una tendenza all'omologazione, con un peso soverchiante delle voci ufficiali. O con l'attenzione persino morbosa alle vicende umane più coinvolgenti, utilizzate per trattare gli eventi come una fiction, e non occasione di approfondimento non elusivo su cause e responsabilità dei crolli.

Sbilanciamento e omissioni segnano l'approccio mainstream alle crisi internazionali, piene di figli di dei minori. Il 10° Rapporto (2014) sulle "Crisi umanitarie dimenticate dai media", curato da "Medici senza frontiere" e dall" "Osservatorio di Pavia" sui media è eloquente. Si dice che "...diventa marginale lo spazio dedicato ad alcuni tipi di crisi umanitarie, quelle che non sembrano soddisfare i cosiddetti requisiti di notiziabilità...". Alla parabola discendente della visibilità si uniscono altri fenomeni: la polarizzazione sulla base della vicinanza geografica o geopolitica, l'illuminazione privilegiata del fenomeno terroristico (media event e non motivo di un'informazione analitica "di tenuta"), la prevalenza degli "effetti" a scapito dei problemi di fondo, la gerarchia spietata nel rango di importanza.

"Articolo21" e la "Carta di Roma", associazioni impegnate nell'illuminazione delle periferie del mondo, danno un contributo alla conoscenza preziosissimo. Padre Alex Zanotelli ha lanciato un forte appello sull'Africa, rilanciato da "Possibile" in una conferenza stampa alla camera dei deputati. Ed è augurabile che il prossimo contratto di servizio tra lo Stato e la Rai se ne occupi, dando un indirizzo sprovincializzante al servizio pubblico, che si affida ora prevalentemente a "Rai news". Ma il capitolo che la "terza guerra mondiale diffusa" di cui parla Papa Francesco e la stringente attualità dei migranti hanno aperto tocca ormai un nodo di fondo. Ciò che lo studioso nordamericano David Altheide chiama la "paura della paura". Oltre allo squilibrio informativo, infatti, è in atto una strategia tesa a creare un ben preciso clima di opinione. In cui la paura dei "diversi", l'enfasi sull'immanenza delle tragedie legittimano violenza e xenofobia. E' il terreno adatto per la crescita smisurata della cultura di destra, che in genere precede il suo apparire sotto le dirette sembianze della politica.

ZINGARETTI C'È POSTA PER TE

Caro presidente Zingaretti, c'è posta per te. Va premesso che, in base alla normativa, il potere in merito all'ubicazione dei siti delle antenne e dei trasmettitori radiotelevisivi sta in capo alle regioni. Con il cosiddetto "Piano territoriale di coordinamento" del 4 aprile del 2001 dell'istituzione laziale non fu giudicato idoneo -per evidente contrasto con il decreto 381 del settembre 1998 sull'inquinamento elettromagnetico- l'inferno di Monte Cavo Vetta, alle porte di Roma. Si può scrutare la pornografica bruttezza del luogo volgendo lo sguardo verso i Castelli romani, letteralmente sovrastati da quintali di ferraglia e da flussi di (pericolose) onde hertziane rimasti impunemente lassù. La citata decisione della regione (allora presieduta da Piero Badaloni), figlia del piano nazionale delle frequenze approntato dal ministero delle Comunicazioni nel 1999 e rimasto lettera morta perché non corrivo con il duopolio Rai-Fininvest/Mediaset, fu travolta dagli eventi. Infatti, la legge Gasparri del 2004 (recepita dal Testo unico dell'anno successivo) e ancor più il Piano digitale del 2009 di fatto diventarono una sorta di condono. Tuttavia, per fortuna la storia procede per "salti". Infatti, il 20 aprile scorso il Consiglio di stato ha respinto il ricorso di "Ei Towers" (la società degli impianti del Biscione) contro la sentenza del TAR del Lazio del 2014, che puntualizzava una sua precedente decisione del 2003, chiara nel merito: le strutture di Mediaset, in contrasto con le norme urbanistiche, andavano abbattute. La massima autorità amministrativa non ha ritenuto significative le istanze della parte privata e ha, quindi, riabilitato a tutti gli effetti l'ordinanza di sgombero n.135 del 12 agosto del 2003 varata dal Comune di Rocca di Papa. Il sindaco del centrosinistra Carlo Ponzo si diede molto da fare -tenacia ribadita dal successore Pasquale Boccia- resistendo ad un costante e variegato ostruzionismo.

La scelta del Consiglio di stato, che sottolinea la contraddizione plateale con il diritto di quegli insediamenti, è un punto di svolta. Ecco, Nicola Zingaretti ora ha la possibilità di rivedere l'"assentimento" dato dalla regione nel 2009 alla (contro)riforma digitale.

Del resto, non esitò l'allora sindaco di Roma Veltroni a mandare le ruspe a bonificare il sito collocato sopra la scuola Leopardi, avvalendosi dello stesso Piano territoriale. Ci si attente, dunque, una decisione tempestiva della regione e del comune di Rocca di Papa, per superare un obbrobrio nefasto. La Rai, servizio pubblico, dovrebbe per prima dare l'esempio, essendo a sua volta parte in causa.

Tra l'altro, la sentenza è un precedente interessante, che per analogia estende i suoi dettami ai numerosi siti a rischio che tuttora pullulano in Italia e sul cui carattere eversivo è calato uno sciagurato silenzio. Non dimentichiamo, poi, il ruolo svolto fin qui -in termini non commendevoli- dal Ministero competente e dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. La prossima settimana il presidente dell'Agcom Cardani svolgerà la relazione annuale al parlamento. Chissà se non ci riserverà qualche sorpresa. Sarebbe il momento, infatti, di riaprire la questione digitale, separando il grano dal loglio. Si valorizzi la straordinaria tecnologia per l'incremento delle opportunità comunicative, e si tolga di mezzo la "bolla" finalizzata a coprire illegalità antiche o a far quadrare i conti dei già deboli limiti antitrust. Il sogno digitale è finito e ha lasciato sulla strada scorie pericolose.

I "siti" dannosi vengano cacciati dal tempio.



PUBBLICO È BELLO

Il dato nuovo, interessante -a prescindere- della discussione sulla rete di telecomunicazioni e sulla sua ipotetica "ripubblicizzazione" è l'evidente declino dell'era del Privato. E' stato un periodo foriero di danni seri. Si potrebbe dire, anzi, che l'eccesso non ha fatto bene neppure al capitalismo italiano, gracile e subalterno come non mai. Il tema è tornato all'ordine del giorno in aree diverse tra di loro, a conferma di una tendenza. Pensiamo alla riacquisizione da parte dell'Istituto Luce degli Studios di Cinecittà; all' emergenza acqua; alla complessa storia dell'accennato network della fibra. Quest'ultima fiammata è davvero sintomatica, vista l'enfasi con cui a suo tempo (correva l'anno 1997) fu accompagnata la "madre" di tutte le privatizzazioni. Ora, a fronte della resistenza francese all'iniziativa di Fincantieri, è cresciuta la voglia di dare un metaforico calcio a Vivendi e di riprendersi Tim-Telecom.

Al di là della sfida tra tricolori - accidenti, che disinvoltura dopo gli inni alla gioia di Macron e a valle delle religione globalista - di che si parla, davvero? Passi per il "Mov5Stelle", che allora proprio non c'era neanche nella mente di Grillo. Ma dove stavano all'epoca coloro che oggi discettano sull'argomento come se fossimo all'anno zero?

Vent'anni dopo le condizioni reali del sistema sono assai cambiate. Allora la posa dei cavi era la parte per il tutto, la sineddoche che impreziosiva il villaggio. Oggi sovrastano il vecchio comparto gli Over The Top: Apple, Alphabet-Google, Microsoft, Amazon e Facebook valgono tremila miliardi di dollari e ci ammoniscono su come si declina il potere odierno, che preferisce il cielo dell'icloud alla terra delle condotte. La proposta di separare la rete dai servizi non ebbe successo nell'era del boom delle tlc (l'Italia aveva bisogno di soldi: pochi, maledetti e subito per entrare nell'Euro) e neppure una decina di anni dopo, con le proposte accolte da cori negativi di Angelo Rovati. Ora le cose sono cambiate. Intanto, Tim è in mano a proprietari - a partire dal controllante Bolloré - cui non si può sottrarre come niente l'infrastruttura. Sarebbe una confisca. Inoltre, nella hit parade è salita l'Enel, con Open Fiber, che ha pure vinto delle gare pubbliche. Certamente è utile l'ipotesi avanzata dal presidente della commissione industria del senato Mucchetti di realizzare un'intesa societaria. Tuttavia, per convincere Arnaud de Puyfontaine e colleghi a scegliere una strada difficile ma lineare, non condizionata da qualche società finanziaria per lucrarci, servirebbero delle convenienze. Ci lavorò - proprio inascoltato- anche l'ex amministratore delegato Franco Bernabé.

Ecco il punto. Ri-pubblicizzare è bello e ha la voce in sottofondo di Corbyn se non si limita ad uno slogan propagandistico o effimero, pura battaglia navale con i francesi. Sono da riconsiderare, giusto per cominciare, altre modalità di regolazione, simili a quelle che presiedono i settori del gas o dell'elettricità, con tariffe incentivanti. Forse, allora, la rete pubblica passerebbe dalla teoria alla prassi.

Infine, un particolare che ci racconta qualcosa della volontà di Vivendi. Ritornerà in scena, con una joint venture, il gruppo mediale di Canal+. Si tratta di un ritorno, dopo la prima avventura del 1996, con l'acquisizione di Telepiù. Poi arrivò Rupert Murdoch e soppiantò i transalpini. Un po' di geopolitica. Il rientro in scena non è innocente, bensì una mezza dichiarazione di ostilità verso Sky e Mediaset. Per l'intanto Rai non pervenuta.


ANDAMENTO LENTO

Neanche Tullio De Piscopo poteva immaginare, quando ha composto "Andamento lento", che una legge rimanesse inapplicata per tanti anni. Impunemente. E' il caso, e ovviamente non il solo, di quel tertium genus alla moda in Italia. Oltre a ciò che è normato e ciò che non lo è, esiste la categoria delle leggi dimenticate. Come se fossero un mero repertorio di antiquariato, diversi testi approvati non hanno effetti concreti.

Un esempio emblematico è l'elusione del dettato dell'articolo 1 della l.228 del 2012, che attivava definitivamente i corsi di diploma di secondo livello volti a parificare il mondo dell'alta formazione artistica e musicale (Afam) al sistema universitario. Si tratta di un consistente numero di agenzie formative: accademie di belle arti, conservatori di musica, accademia nazionale di danza, istituti musicali pareggiati, accademia di arte drammatica e istituti superiori per le industrie artistiche. Di tutto questo parla una pregevole risoluzione presentata alla commissione cultura della Camera dei deputati (n.7-01282) da Manuela Ghizzoni, deputata impegnata con competenza e puntualità sui temi dell'istruzione. La lettura dell'atto parlamentare fa venire i brividi. La storia inizia con la riforma n.508 del 1999, che formalmente sanciva l'equipollenza dei titoli, ma rinviava ad un successivo momento attuativo (tecnicamente, un regolamento "rafforzato", come previsto dalla legge La Pergola n.400 del 1988) che però, deciso nel luglio del 2005 -n.212- si limitava agli ordinamenti didattici rinviando ad un atto successivo, mai emanato, l'attivazione dei corsi di studio. Massima confusione, anche perché il titolo è richiesto per i concorsi pubblici. Va, poi, sottolineato l'assurdo di non considerare laureati coloro che hanno invidiabili livelli di conoscenza, teorica e pratica. Non solo. Nella passata legislatura venne varata dal Senato (primo firmatario Asciutti) una discreta "riforma della riforma", che finalmente rendeva applicabile la previsione del 1999. Ma nel passaggio alla seconda lettura della Camera l'articolato venne inzeppato di cose improbabili dal nuovo relatore e lì si bloccò. Finiva il tempo e, quindi, con sapienza fu introdotta nella legge di stabilità la norma sull'equipollenza dei titoli, contenuta in diversi commi dell'articolo 1 della citata disposizione. A distanza di quasi cinque anni il meccanismo non è stato rispettato. Come mai? Certamente, e si capì già nelle ore dell'approvazione, ad una parte della burocrazia ministeriale l'equipollenza non andava a genio, preferendosi mantenere ad uno stadio inferiore un universo così forse più controllabile. Purtroppo, la sensazione di allora fu che una omologa impostazione avesse fatto presa pure all'interno dei ranghi dell'Afam (esiste ancora?) e in pezzi di sindacato. E già, meglio non finire troppo sotto i riflettori, che ovviamente sarebbero stati accesi dalle apposite autorità adibite a vagliare congruità degli insegnamenti e delle strutture. Malignità? Può essere, ma il lustro passato invano è un indizio clamoroso. L'unica eccezione è costituita dai corsi di secondo livello previsti dal decreto del settembre 2007, n.137. Un'eccezione, appunto.

La risoluzione si conclude con la richiesta al governo di assumersi gli impegni conseguenti, considerando anche la mozione approvata dalla settima commissione del Senato e accolta dall'esecutivo.

Insomma, ministra Fedeli, metta mano a simile scempio. Il comma 105 della legge del 2012 è immediatamente operativo. Cinque anni di illegalità sono troppi, troppi.


LA LEGGE DI OSCAR

È scomparso Oscar Mammì, l'allora ministro delle Poste e Telecomunicazioni che diede il nome alla legge 223 del 1990. Vale a dire la pseudo riforma del sistema radiotelevisivo, che sancì la resa incondizionata al Re Media di Arcore. Caso unico al mondo insieme al Messico, si permetteva ad un singolo soggetto di controllare tre reti televisive nazionali. Non i giornali, perché sul punto degli incroci stampa-tv si impuntò -e non solo lui- Ciriaco De Mita. Quella normativa concludeva un lungo ciclo di scontri, veri o finti che fossero, già segnati a favore di Berlusconi dai decreti imposti da Bettino Craxi per salvare le reti del Biscione, e ratificati dalla legge 10 del 1985. La "Mammì" divenne presto il simbolo negativo della incapacità di regolamentare un settore decisivo con adeguate misure antitrust. Negli altri paesi europei la scelta fu di limitare ad uno i canali di proprietà. "A network, a person" , ripeteva Andrea Barbato, assai impegnato a spiegare che l'Italia sarebbe uscita dal moderno villaggio globale con la bardatura medioevale in discussione. Fu pure l'inesorabile premessa della famosa "discesa in campo" del tycoon della Brianza, avvenuta poco più di tre anni dopo. Le reti della Fininvest (successivamente Mediaset) costituirono la colonna sonora della cavalcata verso il primo governo targato Forza Italia. Basti ricordare il tg di Emilio Fede, ma soprattutto fiction e telenovelas che introdussero un vero e proprio modello culturale. L' approvazione della legge Mammì costò al presidente del consiglio Andreotti una mezza crisi, con le dimissioni di ben cinque ministri democristiani, tra i quali Sergio Mattarella. Qualcosa di profondo cambiava nella politica e nella cultura di massa, e lo spartiacque fu proprio il testo a firma Mammì. Tuttavia, la vicenda merita almeno due specificazioni. La prima, forse scontata ma da ribadire, riguarda il ruolo effettivo del Ministro. Colpevole fino a un certo punto. Le grandi manovre, infatti, erano condotte dalla maggioranza della Dc e dal Psi, con il titolare del dicastero non certamente innocente. Però non primo attore. Il secondo chiarimento, non proprio uno scoop ancorché scarsamente noto, si riferisce all'articolato originario progettato da Mammì, dove Rai e Fininvest perdevano la pubblicità in una rete a testa. Antitrust a metà, ma meglio di niente. Naturalmente, la stesura iniziale rimase nei cassetti, mentre la proposta formale arrivata in parlamento vanificava persino quel piccolo tentativo. E' doveroso ricordarlo, per rendere almeno un po' diversa la vulgata su un dirigente importante e stimato del Partito repubblicano, laico integrale dai modi spontanei e simpatici. Si considerava un riformista e, rispetto alle mode successive della seconda Repubblica, era assai meno moderato. La pipa alla Maigret accarezzava i discorsi di una persona dalla notevole cultura politica. Ci siamo odiati cordialmente, per via della brutta legge, ma con umano rispetto. "Vincenzo, tu non capisci nulla di televisione" mi disse davanti ai gruppi parlamentari della Camera un certo giorno. "Siamo almeno in due", risposi. Una stretta di mano, un sorriso. Altre epoche.


EMITTENTI IN SALDO

E' in corso la discussione presso le commissioni competenti delle due Camere - per il parere dovuto - lo schema di regolamento (n.429) sull'erogazione delle risorse alle emittenti locali. Una disciplina del genere esiste dalla fine degli anni novanta, quando la "finanziaria" del 1998 introdusse un dispositivo simile al comma 3 dell'art. 45, con una spesa di 81 miliardi di vecchie lire dal 1999 al 2001. Ora sono previsti circa 110 milioni di Euro all'anno (85% per le televisioni e il 15% per le radio) per il periodo 2016/2018.

Il quadro normativo di riferimento è cambiato, agganciandosi al "Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione" deciso dalla legge n.198 dell'ottobre 2016, la cosiddetta riforma dell'editoria. La copertura dovrebbe stare in buona parte nell'extra-gettito del canone rai, dopo che la riscossione attraverso la bolletta elettrica ha fatto lievitare le entrate. E così il consiglio dei ministri varò il primo testo, sottoposto poi al Consiglio di stato, lo scorso 24 marzo.

Un'amara considerazione è d'obbligo e riguarda la marginalità passiva cui sono relegati settori importanti della vita sociale. E' proprio il caso delle emittenti locali, vere e proprie avanguardie della rottura del monopolio statuale, a seguito della sentenza n.202 del 1976 della Corte costituzionale. Lusingate da cospicua parte del mondo politico fino a che vigevano le preferenze o i collegi uninominali, il "Porcellum" con le liste bloccate le ha relegate a ruoli secondari. Ma la brutta gestione della transizione digitale ha dato il colpo di grazia, disperdendo le stazioni locali nel ginepraio dell'offerta numerica. Andavano meglio tutelate, se è vero che proprio l'evoluzione tecnologica ne fa(rebbe) una potenziale isola del tesoro nella convergenza con le telecomunicazioni. Nella relazione di Marco Rossignoli al convegno annuale (21 giugno 2017) del maggior raggruppamento associativo -AerAnti-Corallo- si chiede un rapido intervento legislativo sulla questione dell'ordinamento dei canali. Non solo su tale argomento sarebbe necessario un moderno intervento normativo, ovviamente: il locale vale di più, non di meno delle reti nazionali. Solo una maggiore visibilità costituirebbe una modalità selettiva democratica e consensuale, costringendo a puntare sulla qualità dell'informazione e dei programmi.

Al contrario, l'articolato odierno rischia di essere per molti soggetti una inesorabile bocciatura, ancorché già attenuata rispetto allo schema originario. Più o meno 500 televisioni e oltre 1000 radio popolano il villaggio, forse troppo dice l'antico tormentone. Sarà. La razionalizzazione, allora, avvenga sui caratteri mediali, non su asettici dati quantitativi. Purtroppo è il difetto principale dello schema di regolamento, davvero perfettibile. Il numero dei dipendenti richiesto è, in particolare per la componente televisiva, troppo elevato, se rimane un dato isolato dalla situazione reale: disoccupazione, precariato diffuso. Andrebbe se mai ribaltato il requisito: occupazione effettiva con nuovi contratti in un tempo definito, non il contrario. Perché così non si facilita il lavoro, ma si premiano solo i "ricchi" o i meno poveri. Da 18 a 8 dipendenti, a seconda della densità dei territori, è il pendolo immaginato, con chiaro vantaggio per le regioni del nord. Per le radio, figlie di un dio minore, 2 addetti. Chi si salverà dal neo-darwinismo? Tanti anni fa, per soglie minimali (3 persone per le tv e una per le radio) scattò la protesta del "popolo dei fax". Qui non scatta niente?

FREQUENZE E CHAMPAGNE

Le frequenze televisive sfuggono curiosamente al dibattito in corso sulla rete di telecomunicazione: eppure "banda larga" non è tanto e solo una specifica tecnologia, bensì una più vasta e plurale aggregazione di strumenti per la connessione. Alla rete. Negli ultimi anni l'innovazione ha fatto passi enormi, unendo alla fibra ottica altre opportunità comunicative, scaturite proprio dallo spettro delle frequenze. Silenzio. E' l'eterno conflitto di interessi, che prescinde persino dalla collocazione politica (al governo, all'opposizione, nel guado del Patto del Nazareno) di Berlusconi, ma che porta ad oscurare puntualmente ciò che accade nel quadrante "della morte" delle onde hertziane.

Nel 2020 (con possibile elasticità di due anni) l'importante banda 700 (Mhz) transiterà dall'uso per il video ai cellulari di nuova generazione, per disposizione dell'Unione europea. Apriti cielo. Che succederà alla Regina dei media? Il tema è stato rinviato e tenuto nell'ombra. Ora, però, l'ora X si avvicina. Mediaset sta premendo per accelerare l'introduzione della compressione del segnale (Hevc: High efficiency video coding), onde evitare di avere problemi con la pay-tv; le emittenti locali si difendono con le unghie e con i denti con la boccata d'aria del fresco regolamento che assegna loro le risorse. La Rai? Ecco, il servizio pubblico sembra alla mercé degli eventi. Infatti, della bozza di contratto di servizio, che in base alla convenzione deve essere pronta in sei mesi (28 ottobre 2017), non c'è traccia. Peggio. Sono vere le voci della richiesta del governo a viale Mazzini di cedere il Mux 1, il multiplex principe dello spettro digitale con i suoi 2000 impianti e il 99% della popolazione coperta? Insomma, la Rai ne uscirebbe malconcia, dovendo ripiegare su altri Mux meno prelibati, con danni sulla capillarità della diffusione sul territorio. Ecco, sarebbe bene che se ne parlasse e che la stessa commissione parlamentare di vigilanza, oltre al comprensibile disagio per il contratto di Fazio, manifestasse qualche preoccupazione sul contratto di servizio: è il testo fondamentale per un apparato di servizio e, non dimentichiamolo, l'ultimo esemplare conosciuto è scaduto nel 2012.

Tutto ciò stride alquanto con l'improvviso rilancio della discussione sulla rete pubblica di tlc. Vivendi ha risposto ai rilievi della Consob che non controlla Tim-Telecom. Stiamo a vedere. Tuttavia, il dubbio che l'improvviso ritorno dell'ipotesi di separare la rete dell'ex monopolista dal resto dell'attività celi un bel business, ammantato di nobili principi, è lecito. Proprio le controversie in corso presto chiariranno le intenzioni. Ovvero, se si tratta di una vera opzione strategica o -al contrario- di una chiacchiera tattica per dare una mano al braccio di ferro su Fincantieri, magari dandone un'altra a Bolloré. Un fuoco fatuo, per citare un vero

grande francese, Louis Malle? Come è noto, il tycoon bretone vuole occuparsi di contenuti e di diritti sportivi. E non si può escludere che nel risiko di Tim-Telecom, Vivendi e Open Fiber spunti all'improvviso l'effigie di Berlusconi, rinfrancato dal recente incontro tra Matteo Renzi e Gianni Letta. La voce sul Mux1 della Rai è un indizio, interessante.

PS: il Patto del Nazareno è ineffabile. La Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, prestigiosa istituzione meneghina, ha da poche settimane rinnovato il presidente, in sostituzione di monsignor Borgonovo. Un prelato, una sorella? Un(a) biblista? No. Fedele Confalonieri. Amen.





AGCOM UN ANNO DOPO

A pagina quattro della relazione annuale 2017 -pronunciata alla Camera dei deputati- il presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Angelo Cardani tocca un punto cruciale. "Nell'approssimarsi del ventennale dell'Agcom (il 31 luglio prossimo cadrà l'anniversario della legge 249 del 1997, ndr), è giusto richiamare le principali linee di azione, anche al fine di delineare le possibili direzioni verso nuove e necessarie competenze", così recita il testo. Serve, per dirla con il lessico di Pier Luigi Bersani, una sorta di tagliando: a fronte di una macchina che scricchiola visibilmente. Pur in un quadro di ostile accentramento decisionale, la questione obiettivamente si pone. Altri compiti dovrebbero essere assegnati, in particolare sull'enorme territorio degli algoritmi -laddove si pone davvero il problema della sovranità nazionale- e sull'immensa geopolitica del moderno "Palazzo d'inverno": quello abitato dagli Over The Top e dai poteri finanziari. Tuttavia, è arduo pensare di aggiungere ulteriori funzioni ad un'istituzione che fatica a coprire quelle previste dall'articolo 1 della norma, alla cui fantasia innovativa si deve la prima "autorità multimediale". Primato condiviso all'epoca con la Finlandia, mentre negli altri paesi europei vigeva il doppio regime: telecomunicazioni da una parte, editoria e radiotelevisione dall'altra. Ecco, proprio la parte che più attiene al sistema nervoso del villaggio globale, vale a dire la tutela del pluralismo delle culture e delle idee, risulta poco battuta e spesso elusa. Ad esempio, sul tema della par condicio "zero carbonella", come dicono i bambini. Non solo. Con ironia certamente involontaria la relazione parla della fusione tra Repubblica, Stampa e Secolo XIX nel gruppo Gedi-Itedi, ma non dà conto delle eventuali iniziative anticoncentrazione intraprese, visto che le quote di mercato sono note. Eccedenti i limiti antitrust. Il discorso vale altrettanto per lo shopping del biscione nella radiofonia. Mentre la legge ("il primo caso", si recita) è risultata immediatamente applicativa nel caso Vivendi-Mediaset, ma si sa che entriamo in un girone a parte rispetto ai comuni mortali. Insomma, c'è materia per rimettere le mani sulla legge 249, in una revisione che tocchi la (contro)riforma della Rai del 2015 e la legge Gasparri del 2004. Immaginari futuri, da istruire in un dibattito pubblico, non solo tra i "soliti noti".

La presentazione ha del buono. Anzi. Contiene un'affermazione felice e strategica. A pagina 20 si sottolinea che "Internet è un bene comune". Viene la malinconia a pensare a colui che per primo pronunciò simili splendide parole, Stefano Rodotà. Ma complimenti a Cardani, perché si tratta di un argomento conflittuale, visto che gli attuali aggregatori dei dati -da Google, ad Amazon, a Facebook- hanno una brutale visione proprietaria dei saperi. E pure qui la relazione è virtuosa, evocando il sacrosanto principio della Net neutrality, contro discriminazioni e divisioni digitali.

Un po' scontata e debole la parte sulla Rai, che finalmente ha scoperto che va scritto il contratto di servizio. Interessante, invece, l'aggiornamento sui consumi. Risulta che, mentre i ricavi del comparto dopo un quadriennio sono cresciuti (+1,5%), la spesa media annua nei servizi di comunicazioni rappresenta la seconda voce dopo la casa. La quota prevalente è destinata alla linea/scheda telefonica e ad Internet. L'Italia, però, rimane nella zona bassa della classifica.