CULTURA E DIRITTI

News of life - Notizie di vita

di Vincenzo Vita

QUE SARÀ SARÀ

Tira una pessima aria sul rinnovo della concessione della Rai. Siamo al terzo rinvio, questa volta il termine è il 29 aprile prossimo. Stranissima vicenda già di per sé, visto che la concessione è una data e non si comprende perché alla scadenza del 6 maggio scorso non vi sia stato un rinnovo decennale, così come atteso. Altra storia è quella della convenzione con lo Stato, reintrodotta inaspettatamente dalla legge 220/15 (la "riforma"), dopo che dal 2004 l'istituto aveva cessato di esistere, sostituito dal contratto di servizio. Pasticcio normativo a parte (che differenza c'è tra l'una e l'altra cosa?), il testo poteva seguire l'atto di concessione. Come ma no? Visto che non è lecito avere dubbi sull'intelligenza degli interlocutori coinvolti, gatta ci cova. E' chiaro che i mesi trascorsi, più che un tradizionale ritardo, sono stati una lunga sequenza negoziale. Non l'erudita discussione avvenuta nell'aprile 2016 intorno ai tavoli voluti dal governo presso l'Auditorium di Roma, bensì il crudo confronto sull'esclusività o meno dell'affidamento del servizio pubblico alla Rai. E' la differenza tra carattere "oggettivo" o "soggettivo" del servizio, con una costante giurisprudenza della Corte costituzionale a favore della seconda ipotesi. Il "Protocollo sul sistema di radiodiffusione pubblica negli stati membri" annesso al Trattato di Amsterdam dell'ottobre 1997 dava ampia facoltà agli stati nazionali di regolare la materia e così è stato f pressoché ovunque nel vecchio continente. O sulla Rai l'Italia ha deciso di uscire dall'Europa? Tra l'altro, fu proprio l'attuale presidente del consiglio Gentiloni a ben affrontare la materia, con un disegno di legge (1588/07) elaborato quando era ministro delle comunicazioni e che potrebbe persino essere ripresentato oggi per superare il caos che si è determinato. L'hanno chiesto esplicitamente associazioni come MoveOn e Articolo21. Tentar non nuoce.

Insomma, la nuova convenzione, il cui varo è previsto a giorni da parte del consiglio dei ministri, potrebbe contenere qualche diminuzione sostanziale del ruolo di viale Mazzini, che verrebbe letteralmente fatta a pezzi. Non solo. Si sussurra che l'attuale limite settimanale del 4% di pubblicità sul monte ore della programmazione sarebbe applicato ad ogni singola rete e non all'insieme dei canali. Perdita prevedibile di 80/90 milioni di euro. E pure questo non è un potenziale ridimensionamento? Non sarebbe meglio - se mai - togliere la pubblicità ad una singola rete, per liberarla da ogni condizionamento? Del doman non c'è certezza, dunque. E non per la crudeltà del destino. Il gruppo dirigente dell'azienda, che in queste ore sta protestando vibratamente per il tetto di 240.000 euro posto ai compensi dalla legge sull'editoria dell'anno passato (198/16), dov'era quando una maggioranza parlamentare liberista a giorni alterni introduceva un tetto solo per la parte pubblica del sistema? Un po' di quaresima è utile, dopo anni di sprechi, ma per tutti. Pure per Mediaset, per capirci, che ha il dono di cadere sempre in piedi. E non sarà un caso, ovviamente.

L'articolato della convenzione dovrà essere discusso dalla commissione parlamentare di vigilanza e, quindi, finalmente se ne saprà qualcosa davvero. Ci si attende, anzi, di poter leggere il testo sul sito della Rai. Il governo sostiene del resto, che ormai abbiamo il Freedom of information act. Allora, bando al segreto. Coraggio, allora, Calenda e Giacomelli: vuotate il "sacco".


FOIA ALL'ITALIANA

Mentre è scoppiata l'oscura vicenda del cyber-spionaggio con intrusioni nella posta elettronica di miriadi di persone, e a valle di quello che è accaduto negli Stati uniti, è persino un po' penoso trattare il tema del Freedom information act (Foia) italiano. O, meglio, all'italiana. Lo scorso 27 dicembre è entrato in vigore il decreto legislativo 97/2016 (il cosiddetto "decreto trasparenza"): che ha modificato il d.lgs 33/201, il quale a sua volta novellò la legge madre, ovvero la 241 del 1990. A tutto ciò si sono aggiunte le "Linee guida" varate il 28 dicembre dall'Autorità nazionale anticorruzione d'intesa con il Garante per la protezione dei dati personali.

Come ben sappiamo, quando un articolato normativo è semplice e chiaro non è detto che si applichi. Figuriamoci se su di un medesimo argomento -peraltro delicato e appoggiato all'angusto crinale che separa il diritto all'accesso e la privacy- convivono testi deliberati in successione ma non sostitutivi. Mentre un cittadino senza potere viene facilmente travolto anche nei suoi dati sensibili (vedi la televisione del dolore, ad esempio), l'apparato pubblico è in molti casi autoreferenziale e generalmente si difende. La prova provata sta nel comma 3 dell'articolo 24 della 241/90, non abrogato, che recita "non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell'operato delle pubbliche amministrazioni". Malgrado l'insistente e tenace campagna promossa dal sito "Foia.it" e dall'associazione "Iniziativa per l'adozione in Italia del Foia", se vi è stato indubbiamente qualche passo avanti, il nocciolo duro della questione non è stato intaccato davvero. Le citate "Linee guida" introducono spazi interpretativi interessanti, ma purtroppo condizionati dalla fonte principale. Per fare due casi di scuola. Non sono stati possibili gli accessi agli atti tesi a conoscere i motivi dell'incresciosa scelta di coprire le parti intime delle statue del Campidoglio in occasione della visita del presidente iraniano Rohani; e neppure si è potuto leggere per lungo tempo la spending review dell'ex commissario Cottarelli. Insomma, l'apparente ribaltamento della vecchia logica del dovere di motivazione e dell'interesse legittimo, con la formale scelta dell'accesso generalizzato, si è arenato in un impressionante sistema di eccezioni. E pensate in quale inferno è costretto a calarsi colui che intende avvalersi della sua "cittadinanza", mentre lo stesso soggetto è quotidianamente immerso in un mondo di sorveglianza capillare ed occhiuta. Senza parlare delle deviazioni criminali del controllo. Quindi, la relazione tra stato e società non rompe il vincolo della sudditanza, rimanendo impari e asimmetrica. Nell'ambiente informatico il problema si accentua, vista la pervasiva intrusione delle tecniche nella vita reale, a fronte del muro cartaceo opposto dagli apparati pubblici cresciuto nell'era digitale. Un movimento c'è. Va ricordata, tra l'altro, la strenua battaglia per la trasparenza condotta dai radicali e dal compianto Marco Pannella, apripista di una lotta contro gli "spiriti animali" del Potere. Lotta abbracciata dalle associazioni mobilitatesi da tempo. Per ora si continua a parlare di un'ipotesi futuribile, malgrado le rassicurazioni della ministra Madia.

Comunque, la legislatura non è finita e, se vi fosse la volontà, una revisione sarebbe praticabile, per entrare nell'evo moderno e rendere credibili le varie Agende digitali o le promesse sulla banda larga. Altrimenti parole rischiose.


I SUSPIRIA DEI BIG DATA

Un interessante convegno organizzato dal Garante per la protezione dei dati personali, lo scorso lunedì 30 gennaio in occasione della omologa Giornata europea, ha parlato di "Big Data e privacy, la nuova geografia dei poteri". E' il tema dei temi nell'odierna riscrittura dei confini del mondo, dall'alto del cloud che ci sorveglia: "lotta di classe" dei nuovi oligarchi contro stati e società complici o inermi. E nell'ebete gioia dei tanti sudditi schiavi e felici per un clic. Lungi dall'essere un algido territorio delle tecniche, il regno degli algoritmi domina il villaggio globale. Anzi. Il capitolo della sovranità, declinato parossisticamente nel lessico politico alla moda, ben poco c'entra con gli sbarchi degli immigrati e con le frequenti grida manzoniane. Come se la sicurezza risiedesse nella regolazione dei barconi degli ultimi della terra, e non piuttosto in un'aggiornata struttura del diritto adeguata all'era delle "sette sorelle": i cosiddetti Over The Top: Google, Yahoo, Apple, Amazon, Facebook, Microsoft, Alibaba. I superpredatori (definizione di Pedro Domingos, 2015) valgono più di qualsiasi G8 e nulla sfugge al controllo. "Gli algoritmi si combinano tra di loro per utilizzare i risultati di altri algoritmi, e i loro risultati finiscono in pasto a ulteriori algoritmi. Ogni secondo, miliardi di transistor in miliardi di computer cambiano stato miliardi di volte. Gli algoritmi formano un nuovo tipo di ecosistema, un'entità che cresce senza sosta, paragonabile per complessità solo alla vita stessa" (ibidem). Dal trattamento dell'informazione, all'intelligenza, alla genomica, alla stessa costruzione dell'identità digitale, ignota spesso ai diretti interessati, essendo la composizione del mosaico delle tracce invisibili che ognuno lascia di sé.

Il potere cieco dell'algoritmo, secondo il titolo di un'efficace pagina recente de "il Manifesto", oscilla tra immense opportunità e un'inedita "guerra fredda". Il dibattito, però, langue o è limitato all'iperspecialismo. L'algoritmo, invece, è un negoziato e urge la riorganizzazione delle culture pubbliche prima che la partita sfugga definitivamente di mano.

In tal senso, il convegno aperto con una seria relazione dal Garante Antonello Soro ha avuto il merito di rimettere in agenda l'immensa questione. Le domande introdotte nella discussione interpellano i poteri formali delle istituzioni, affinché guardino in faccia i poteri reali di questa epoca -la finanza e i signori dei dati-. Si sono alternati Franco Bernabè, Giulio Tremonti, Ilvo Diamanti, Enrico Giovannini, Stefano Ceri e Diego Piacentini, commissario straordinario per l'attuazione dell'Agenda digitale. Persino quest'ultimo, cui dovremmo domandare noi -se mai-qualcosa, si è unito all'invocazione di una coordinata politica pubblica. Meglio tardi che mai, chissà. Tuttavia, una sana autocritica si richiederebbe a chi ha esibito il "digitale" come un brand pubblicitario, invece che come indispensabile orizzonte di ogni esperienza produttiva e dei meandri dei saperi. Con l'eccezione di Anna Finocchiaro, che ha chiuso parlando di un "condiviso senso del limite" (appunto, un negoziato) ai ruoli femminili (Augusta Iannini, Giovanna Bianchi Clerici e Licia Califano, componenti dell'ufficio del Garante) è stata riservata solo la presentazione degli ospiti. Digitale maschile.

L'Europa ha battuto qualche (timido) colpo. L'Italia al momento rimane un paese di conquista, ancora dominato dall'universo televisivo e da una dieta mediatica ignara di ciò che accade in cielo.

DALLE FALSE NOTIZIE ALLE FALSE LEGGI

Dalle fake news alle fake laws.Si tratta di leggi infarcite di cattive promesse e cariche di emotività emergenziale. Un caso di scuola è rappresentato dalla proposta (Atto Senato 2688, depositato lo scorso 7 febbraio) sottoscritta da diversi parlamentari "trasversali", sotto la prima firma dell'esponente del gruppo "Ala" Adele Gambaro: "Disposizioni per prevenire la manipolazione dell'informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l'alfabetizzazione mediatica".

E' un testo che oscilla, purtroppo, tra la ridondanza e il rischio di favorire la censura. Infatti, l'articolato si sovrappone a forme di reati -diffamazione, diffusione di notizie false e tendenziose- già ampiamente previste dai codici ma qui impropriamente dilatati. L'eccesso di zelo si trasforma, al di là delle intenzioni, in un bavaglio bello e buono. Che significa, infatti, "destare pubblico allarme"? O "fuorviare settori dell'opinione pubblica"? Attenzione all'eterogenesi dei fini. Per contrastare campagne razziste, il bullismo, l'apologia del fascismo o simili trasgressioni la legislazione vigente è sufficiente. Va applicata, ovviamente. E qui si apre - se mai- l'annoso capitolo che riguarda le autorità vigilanti, cui si dovrebbero riferire oneri e onori del caso. Le logore grida manzoniane non colpiscono, come è noto, la vera criminalità, mentre costituiscono una sorta di intervento preventivo ai danni dei "normali" utenti e navigatori. Il pasticcio diventa massimo quando si intende regolamentare blog e siti sotto il profilo della responsabilità editoriale. Per non equiparare la rete alle testate giornalistiche, si sostituisce la registrazione presso il Tribunale con la notificazione (sempre al Tribunale) via posta elettronica certificata (Pec). Un contributo al caos, non alla trasparenza. La questione è delicata, perché ciò che accade nell'universo digitale non è estraneo allo stato di diritto. Tuttavia, va sottolineato che la via da imboccare non è la fotocopia ingiallita delle strutture e dei riti consolidati, bensì la stipula di un impegnativo protocollo di intesa con gli "Over the top" come Facebook. I sovrani degli algoritmi devono stabilire uno specifico "Statuto dell'impresa editoriale", con l'indicazione di chiare aree di competenza e l'esplicitazione dei garanti per ogni paese del rispetto delle leggi nazionali. Multe salate ai proprietari, da ottenersi sulla tassazione e sulla pubblicità. Insomma, l'età digitale è un nuovo mondo, che evoca approcci e culture inediti e creativi. Altrimenti, il mero "proibizionismo" fa solo peggiorare la situazione.

Buona l'idea del testo di una formazione continua e professionale nelle scuole. Anzi. Sta proprio nella costruzione di un clima di opinione maturo ed adeguato la ricetta su cui lavorare. La coscienza digitale è un pezzo decisivo della cittadinanza democratica e solo così si può forse limitare il fenomeno tragico delle "bufale", o degli atteggiamenti incivili e simbolicamente violenti.

L'iter parlamentare del disegno di legge non è ancora avviato. Un appello va rivolto alle senatrici e ai senatori proponenti. Ci si fermi, per ripensare alla materia in maniera adeguata, raccogliendo il coro critico pressoché unanime che si è sollevato nei giorni passati.

Evgeny Morozov ha scritto sull'"Internazionale" che "Questo significa costruire un mondo in cui Facebook e Google non abbiano tutta questa influenza". E sì, la manipolazione non muore mai. Come l'egemonia.


OBBLIGHI CIVICI DELLA CITTADINANZA DIGITALE

Pessima l'uscita di Grillo sui media e sulla "giuria popolare" E' un tema troppo delicato per potersi affrontare mischiando l'argomentazione politica con l'urlo beffardo del comico. Tuttavia, è persino peggiore il panorama artificioso e desolante del coro delle invettive, spesso pronunciate da chi i media li controlla sul serio. O ci prova. La sgradevole uscita di Grillo ha distolto, poi, l'attenzione dalla chiacchiera ossessiva degli ultimi giorni: il cattivissimo Web.

Sarebbe cosa buona e giusta stabilire una moratoria: non si usino per un po' parole come "post-verità" e "populismo", perché sono state già sfiancate da un utilizzo eclettico, contraddittorio e debordante. Sotto simile copertura semantica si cela il demone della censura. Al di là delle intenzioni le ricorrenti proposte di mettere le braghe al mondo della rete sfociano in inevitabili conseguenze autoritarie. La rischiosa proposta del presidente dell'Antitrust Pitruzzella di dare vita a "istituzioni specializzate" - i giudici non bastano?- per intervenire sulle fake news (altro tormentone) o la tentazione di equiparare gli Over The Top come Facebook alla responsabilità editoriale (accarezzata dal ministro Orlando?) portano dritti all'intervento di regime. Di autorità ne abbiamo già numerose e non si capisce, tra l'altro, perché tra tutte l'unica ad averne titolo sia rimasta in silenzio. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Non solo. Su tali argomenti la discussione è antica e ha indicato da tempo possibili vie, né occhiute né lassiste. Si tratta delle strade indicate dalle riunioni annuali dell'Internet Governance Forum (Igf) lanciato nel 2005 a Tunisi dal World Summit sulla società dell'informazione (Wsis), organismo delle Nazioni Unite. La delegazione italiana, di cui faceva parte chi scrive insieme all'attuale presidente del consiglio Gentiloni, scartò ogni ipotesi di sapore burocratico e condusse con successo la battaglia per regole leggere, con la definizione di una Carta dei diritti e dei doveri specifica per la rete. Tant'è che l'anno successivo ad Atene tenne la sua prima riunione l'Igf e il coordinamento della materia fu affidato a Stefano Rodotà. Quest'ultimo ha animato la commissione promossa dalla Camera dei deputati, da cui è scaturita la Dichiarazione approvata dall'aula di Montecitorio nel 2015. E poi, ci sono la Carta di Roma e diversi ulteriori documenti ad interpellarci sulle opportunità ma pure sugli obblighi civici della cittadinanza digitale.

Certamente, la casistica odiosa delle "bufale" è differente, ma guai a pensare che reiterando leggi o regolamenti si possa incidere su un fenomeno attinente agli strati profondi della cultura di massa. C'è da chiarirsi. L'evocazione di norme e sistemi di sorveglianza ad hoc è un riflesso condizionato tipico di chi è nato e cresciuto nell'ambiente analogico. Il diritto ha bisogno di una rifondazione capace di interagire con la metrica digitale. Continuare con i toni minacciosi in voga appare una versione grottesca delle grida manzoniane. Arrendersi alla non verità? Mai, come non ci si è arresi alla pratica costante della manipolazione, che percentualmente è assai maggiore nei vecchi media rispetto ai nuovi. Ora, è doveroso rimettere al centro dell'attenzione la rete, visto che è la componente preponderante dell'informazione. Non a caso Renzi indicò nella debolezza della presenza nei social una delle cause principali della sconfitta del Sì referendario.

Sono giuste e interessanti le proposte di Enrico Mentana di impedire l'anonimato, sono utilissimi gli spunti di uno dei più brillanti blogger come Alessandro Gilioli. Come ha sottolineato con tenacia Michele Mezza, il nodo sta nella sintassi del Web, retto da algoritmi proprietari su cui nessuno è in grado di mettere becco. Algoritmi centrati sulla difesa della "roba" -come il copyright- piuttosto che sui diritti degli utenti: persone e non corpi da click, interlocutori e non schiavi felici per l'ingrassamento dei potenti del capitalismo cognitivo.

PS. Grillo di sovente lancia strali contro qualsiasi tipo di sovvenzione pubblica, anche per le testate sospinte ai margini del mercato. Il libro "Digital Disconnect" del'economista Robert McChesney chiarisce, in realtà, quanto sia stretta la corrispondenza tra forme di sostegno non assistenziali e libertà di stampa.

ECO E MONTALBANO

Il successo strepitoso del "Commissario Montalbano", con un inedito 44,1% di share e 11 milioni 268mila telespettatori, è un omaggio postumo ad Umberto Eco. Nel notissimo "Apocalittici e integrati" (1964) il compianto pensatore criticava la suddivisione tradizionale tra i tre livelli culturali -alto, medio, basso- sottolineando intrecci e contaminazioni costanti. Un pubblico così vasto come quello toccato dalla serie tratta dai romanzi di Andrea Camilleri significa che è stata raggiunta la "mediana perfetta" tra i diversi protagonisti della fruizione: nord, centro, sud, donne, uomini, giovani, anziani,con i differenti gradi di scolarizzazione. La sintesi tra gli apocalittici e gli integrati. Si può analizzare da vari punti vista il caso Montalbano, l'essere diventato un evento mediale figlio di una fortunata commistione tra il testo e la sua rappresentazione. Rimane il fatto che l'accorta miscela tra produzione e consumo è una lezione davvero interessante, che ci racconta molto anche dell'Italia televisiva, vogliosa in tanta parte di avere offerte né omologate né trash. Tuttavia, il tema ha origini lontane.

La poliedrica personalità di Eco è stata approfondita da un angolo di visuale piuttosto inedito dal bel volume di Claudio e Giandomenico Crapis (Umberto Eco e il Pci, Reggio Emilia, 2016, ed. Imprimatur), vale a dire il rapporto "dialettico" tra il semiologo e il maggior partito della sinistra. Il libro, presentato qualche sera fa a Roma insieme ad Alberto Abruzzese e Furio Colombo, mette il dito nella piaga. Le culture dell'universo comunista -pure nella democratica declinazione italiana- non hanno superato la dicotomia tra alto e basso, arrogandosi il diritto di introdurre gerarchie spesso artificiose come se negli essere umani pensanti non convivessero strati e sentimenti complessi. Andiamo ad una mostra di pittura astratta con spirito militante, ma ci rigeneriamo ascoltando un brano di musica pop. E la televisione, confinata dalle élite della sinistra a puro intrattenimento di scarso peso (ci ricordiamo l'imbarazzante debolezza sul conflitto di interessi di Berlusconi?), ha in verità plasmato la coscienza diffusa più delle hegeliane "arti belle".

Il 5 e il 12 ottobre del 1963 "Rinascita" -il settimanale del Pci- ospitò un saggio in due puntate di Eco proprio attorno a tali argomenti. "...il fatto è che la cultura di sinistra non ha ancora fatto un sol passo per discutere la natura dell'emozione estetica e le funzioni dell'arte in una nuova situazione storica e sociale..." Benché "...ai Festival dell'Unità si suonano i dischi di Rita Pavone, compiendo in tal modo un gesto automatico di antropologia culturale: si riconosce l'esistenza di un altro universo di valori. Ma poiché la cultura umanistica ufficiale lo ha declassato come universo di disvalori, non ne viene tentata alcuna reale operazione di acquisizione..."

Al saggio critico l'ortodossia rispose con il ricorso ai sacri valori del marxismo della vulgata. Fece eccezione Romano Ledda e temperò gli strali del partito l'allora responsabile culturale Rossana Rossanda, con un lungo e rigoroso articolo che usava criteri interpretativi che correvano con raffinatezza ai confini della linea ufficiale. Comunque, il distacco dagli stili espressivi popolari e il sospetto verso il coraggio delle avanguardie rimasero, pur in forme aggiornate, una costante. Non a caso la lotta della stagione analogica è stata persa malamente, con esiti amari e penosi.

Ora però, con l'era digitale, perseverare diventa sì diabolico. Ci vuole Montalbano.


VIA LA RADIO DALLA NATO

Chissà se riprenderà quota l'antico slogan "Via l'Italia dalla Nato". Certamente -e con maggior realismo- è bene che per lo meno si chieda al Ministero della difesa di lasciare il canale 13 Vhf, altrimenti la radio digitale locale non decolla. Troppo esigue e diseguali, infatti, sono le risorse tecniche a disposizione della dirompente rivoluzione in corso. La Norvegia ha aperto le danze, alle ore 11,11 dello scorso 11 gennaio (il simbolismo dei numeri non è uno scherzo), avviando una transizione che si concluderà alla fine dell'anno. Con maggiore saggezza rispetto alla sorella televisione, dove il digitale si è caricato di significati ideologici o strumentali (do you remember Rete4?), la radio ha uno stile diverso: non aut aut, bensì et et. La modulazione di frequenza continua a vivere e, sulla spinta soprattutto delle auto dotate ormai normalmente del Digital audio broadcasting, nonché della trasversalità tecnologica del Dab, la terra promessa si avvicina. Di questo si è parlato nel bel convegno ("L'emittenza locale nella radio digitale") promosso dalle associazioni Aeranti-Corallo, che rappresentano una parte assai significativa del settore. Oltre a numerosi esperti cui si devono interessanti contributi chiarificatori, e dopo le introduzioni di Marco Rossignoli e di Luigi Bardelli, al dibattito hanno preso parte il Presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Cardani e il sottosegretario Giacomelli. Da entrambi sono venute rassicurazioni proprio sulle frequenze, pur con l'ammissione delle pastoie e dei ritardi. Regolamento per i contributi -pronto dal luglio del 2016 e soggetto a 23 passaggi burocratici- e impegni pianificatori pur legati all'esile filo della durata della legislatura sono stati punti sottolineati con nettezza. Sarà vero? Si capirà nelle prossime settimane, benché la storia passata non deponga a favore. Quando si parla di frequenze si prende la scossa, tale e tanta è storicamente la resistenza passiva frapposta da Rai e Mediaset. La Rai in particolare, dopo la sigla di un accordo di collaborazione con le associazioni nel luglio del 2007, è l'oggetto principale dei desideri. E giustamente, perché il servizio pubblico "allargato" dovrebbe comprendere pure il sostegno dell'innovazione tecnologica, di cui il Dab è segmento cruciale. Un po' a sorpresa Giacomelli ha parlato ai margini del convegno di una ripresa di amorosi sensi tra Rai-Way e Ei Towers, dopo le recenti astiose polemiche. Ma qualcosa si muove, forse, in vista di qualche novità nell'affare Mediaset-Vivendi. Forse qualcosa si capirà pure nel testo in fieri della Convenzione tra lo Stato e la Rai, al momento ferma in qualche cassetto.

Rossignoli, nella relazione, ha opportunamente sottolineato che la radio è ascoltatissima (36 milioni nel giorno medio, di cui 15 sintonizzati anche sull'emittenza locale) ed è fortissima nel pubblico a maggiore "contaminazione" tecnologica, vale a dire quello che va dai 14 ai 24 anni. La durata media dell' ascolto è di 149 minuti al nel day time, che diventano 182 tra coloro che utilizzano i nuovi dispositivi tecnici. Il Dab, dunque, è una chiave di accesso alla crossmedialità e non solo una radio aggiornata. Lo standard originariamente pensato dal progetto europeo "Eureka" e avviato nel 1994 è già nella fase evolutiva del Dab plus. Afferriamo il tempo. Che il digitale diventi nella radio una grande infrastruttura nazionale, senza discriminazioni tra locale e nazionale. Prima che passi il treno dei desideri.