Speciale Mario Lunetta

Nel paese che non dico

di Maria Paola Saci

Alla cara memoria di Mario Lunetta,

acuto osservatore ed elegante narratore

di quel paese


Nel paese di ****** succedevano cose nuove, eccitanti, originali.

Nascevano pochi bambini - pochissimi, anzi - erano, perciò, allevati con ogni cura e affetto, coccolati da nugoli di nonne, nonni zii, zie, prozii; a volte, essendo gli unici nati, da interi condomini o quartieri. Allo scoccare dei 25 anni, però, venivano mandati in esilio. Non dai genitori, dai nonni o dal condominio, ma dal giovane e brillante gruppo di quarantenni che, dopo secoli di gerontocrazia, aveva preso il potere. Quelli che si rifiutavano di partire erano ridotti a vivere di espedienti perché, nonostante il loro esiguo numero e l'alta specializzazione scolastica, misteriosamente, non trovavano posti di lavoro. Venivano costretti a nutrirsi di apericene e sushi stantii, periodicamente - con regolarità - coperti di insulti dai ministri dei vari governi - i governi erano vari, i ministri sempre gli stessi - che si succedevano. Chi diceva loro di andarsene, chi tripudiava perché se ne erano andati, chi dava loro strani appellativi come ciusi, che suonava anche carino, ma invece, in non si sa quale lingua, era un insulto; alcuni ingiungevano loro di spostare cassette - da non si sa dove a non si sa dove né perché - altri di giocare a calcetto (erano così pochi! Un torneo di calcio 'vero' sarebbe stato impossibile, i calciatori veri, infatti, quelli che costavano miliardi, li ingaggiavano in paesi lontani, poveri, con un'alta natalità), di laurearsi col minimo dei voti o di non studiare affatto: tanto era inutile. I genitori, i nonni, i condomini li salutavano straziati e restavano lì perché avevano uno stipendio, raramente una pensioncina, e non si sa mai... se i figli avessero avuto bisogno, magari qualche nipotino, chissà mai che può succedere in terre straniere! Loro avrebbero aspettato, sperato e guadagnato quel che potevano, finché potevano.

Come si può immaginare le conseguenze demografiche furono immediate. Nessuno di questi giovani metteva al mondi dei figli: alcuni perché scoraggiati dalla ministra della salute, che aveva impiegato molto denaro in una campagna pubblicitaria - pubblicità progresso - per convincerli che era inutile provarci, tanto erano sterili (e ben gli stava!); molti perché, sensatamente, non credevano di poter nutrire eventuali neonati con la birra artigianale, lo street food, i frittini rifritti delle apericene e non avevano soldi per pappe e pannolini, né casa per tenere le culle al riparo né, questo è ovvio, prospettive di lavoro.

"Chi mandava avanti quel paese?" mi chiederete voi. Semplice: i vegliardi. Una ministra, genio dell'economia, si era fatta due conti, scoprendo che, non mandando in pensione gli anziani, si sarebbero risparmiati un sacco di dobloni che sarebbero rimasti nella disponibilità di banche, assicurazioni, esponenti del governo centrale e di quelli locali e degli amici dei suddetti. Era il classico uovo di colombo: niente nuovi stipendi da pagare, niente pensioni da erogare, né al presente né in futuro. Gli organismi economici internazionali, ammirati da tanta genialità, progettavano di proporla per il Nobel dell'economia; frattanto monitoravano gli sviluppi e i risultati, limitandosi, in accordo con vari organizzazioni mondiali per la Sanità, ad attestare ogni due anni - su basi scientifiche e statistiche- solennemente che nel paese di****** l'aspettativa di vita si era allungata di oltre cinque anni.

Per la verità i vecchietti morivano come le mosche. Per forza, se si ammalavano e andavano all'ospedale, nei pochi ospedali rimasti, trovavano chirurghi ottantenni che, con mani tremanti per il Parkinson e l'età, facevano tagli a caso, con conseguente morte del paziente; nei pronto soccorso i medici sospiravano: "La farei mettere su una barella, ma i portantini, poveretti, non ce la fanno neppure a sollevare un lenzuolo, sa, a ottantacinque anni...Ma lei non deve aver superato la settantina, si arrangi un po' da solo". Negli uffici o nei negozi nessuno andava più incontro ai cittadini, non perché fossero dei fannulloni, ma perché erano bloccati dall'artrosi; nessuno ascoltava le loro richieste, non per infingardaggine, ma per la sordità; i campi erano abbandonati; gli extra comunitari non erano più sfruttati a sangue, non per sopravvenuta umanità ma per mancanza di sfruttatori: erano morti o incapaci di intendere e di sfruttare.

Il vispo gruppo di potere esultava: pochi cittadini, poche spese, molto risparmio, conti a posto, una politica vincente! Solo loro continuavano a fare figli, a tutte le età, e giustamente, perché i loro figli - bravissimi - il posto lo trovavano. Anzi, ce l'avevano già prima di nascere, dunque meritavano di nascere. Loro. Si avverava così l'illuminata profezia del giornalismo liberale di stato: una ristretta e felice oligarchia andava sostituendo il potere delle tristi masse, povere, brutte, incapaci di esprimersi saggiamente attraverso quell'istituzione obsoleta e nefasta, inventata da certi vecchi demagoghi più di 2.500 anni prima - figuriamoci! - chiamata democrazia. Rimpiangerla sarebbe stato assurdo come rimpiangere il giavellotto quando si può godere dell'atomica!

Tutto, dunque, andava benissimo nel migliore dei mondi possibili. O quasi. Gli allegri oligarchi ora che c'erano rimasti solo loro avevano occupato ville storiche, antichi edifici, cattedrali e palazzi gentilizi, non dovevano più accontentarsi delle casse sfiancate delle banche di famiglia, potevano attingere a pieni mani da tutti i caveaux, mangiavano e mangiavano e festeggiavano ogni sera dell'anno. Ormai i pochi giovani che avevano a lungo resistito erano scomparsi: alla fine avevano ceduto e preso la via dell'esilio. Insomma, non erano più un problema. Certo, questo li privava del divertimento di inventare nuovi e fantastici insulti contro di loro, di immaginare strampalati consigli o ricatti ingegnosi ai loro danni, ma bisogna saper rinunciare a qualcosa quando si è classe dirigente, perbacco! I vecchi, poi, incuranti delle statistiche sulle attese di vita, sparivano, schiantati ai loro posti di lavoro. Tutte pensioni in meno.

E poi... anche certe altre piacevoli abitudini cominciavano a dover essere abbandonate: le aragoste fresche dalla ******, per esempio: gli aerei che avrebbero dovuto trasportarle finivano inesorabilmente con l'inabissarsi a causa della guida incerta dei vecchissimi piloti, gli ancor più vecchi pescatori non avrebbero acchiappato più neanche un tonno, figuriamoci i crostacei, senza dire che alcuni - così si mormorava - se pescavano qualcosa che non fosse un pezzo di cadavere umano se la pappavano loro. Ben presto il cibo scarseggiò: niente contadini, niente pastori, zero pescatori, tutti troppo vecchi o troppo morti.

Il vivace gruppo dirigente non si dava per vinto: grazie all'astuta politica economica i soldi non mancavano: avrebbero importato pane, aragoste e caviale da altri paesi che, poveretti, avevano ancora giovani lavoratori. Così cominciarono a mandare e-mail, sms, messaggi su facebook a tutti gli stati, prima ai governi amici che avevano con tanto entusiasmo sostenuto le loro lungimiranti idee economiche - per le quali avevano persino vinto un Nobel, o quasi - poi anche ai governi ostili, in seguito a tutte le multinazionali dell'agroalimentare che dovevano loro molto per i grandi favori ottenuti, poi a piccole ditte a conduzione familiare le cui pubblicità avevano visto su internet, infine a contadini, pastori, pescatori anche extracomunitari, vicini o lontani che fossero. Misteriosamente niente, nulla arrivava, né per via aerea, né per nave, né per terra. La fame li divorava, non erano adusi alle rinunce, i numerosi figlioletti imploravano: "Caviale!".

Morirono tutti senza capire il perché.

Ma noi lo sappiamo e forse farà piacere saperlo anche a voi. Gli innumerevoli ragazzi di quel remoto paese che non dico si erano sparsi in tutto il mondo, erano maschi e femmine, o quello che gli pareva a loro, facevano i lavori più diversi, parlavano tutte le lingue del mondo, quelli che li avevano voluti, tanti, allevavano i loro bambini insegnandogli anche la lingua di ******.Erano tipi differenti, con storie bislacche, qualcuno era diventato un politico o un diplomatico molto importante, qualcuno faceva la p...., insomma una cosa con sopra il pomodoro, molto buona, che rendeva bene; qualcuno era poeta, e qualcuno scienziato, qualcuno contadino, qualcuno marinaio, pescatore o armatore, qualcuno fannullone e qualcuno imprenditore . Ma non si erano mai persi di vista, anzi di internet. Si erano giurati di restare tutti, sempre, in contatto e di vendicarsi di quelli che li avevano cacciati e avevano fatto morire di fatica e solitudine i loro nonni e genitori e condomini, avevano previsto che prima o poi quei grandi geni dell'economia avrebbero raccolto ciò che non avevano seminato e li aspettavano al varco. La vendetta, si sa, si gusta fredda, come l'apericena. Così quando cominciarono a giungere le richieste di aiuto dai garruli oligarchi, prima quelli che avevano fatto grandi carriere politiche, poi quelli che avevano creato grandi gruppi alimentari - equi e solidali, s'intende - scrissero la convenuta parola in codice: Pericle! E l'intera rete web ne vibrò, da un capo all'altro del mondo, era arrivato il grande momento. Ciascuno dalla propria postazione fece la sua parte: l'aereo con i rifornimenti non poteva partire, c'era una bomba - terroristi -, la nave non poteva salpare, no, sospetta malattia infettiva, quarantena; i camion con le derrate diretti a ****** nascondevano droga, bisognava bloccarli. Furono tre mesi di intenso lavoro e di continui contatti tra tutti gli emigrati sparsi nel mondo.

La fine è nota. Appena la notizia divenne ufficiale, secondo il patto stretto tanti anni prima, quando si erano salutati giurando vendetta su quella spiaggia malinconica, prima di disperdersi, nello stesso istante, le 19.30, ora locale del paese che non dico, ogni ex abitante di ****** si mise davanti a skype, stappò la sua vecchia bottiglia di prosecco portata da casa e ormai un po'svanita, tutti insieme alzarono i calici e la grande rete tintinnò di quel brindisi di mestizia e allegria.