Per la critica

«METEKO», DI OLIVERO BEHA

di Domenico Donatone

«L'elementare trasmissione ' della vita - cari - ' costa fatica. ' Ignorare i muscoli ' dell'esistenza ' non ha mai significato ' farne senza.»

("De nada", in Meteko, p. 113, Aragno, 2010)


È morto Oliviero Beha. All'improvviso e senza far rumore. Questa è la sensazione che si è avuta alla notizia. La sensazione di un impercettibile vuoto che con il passare delle ore si è esteso nel cuore. Beha non era un politico illustre, un cardinale o un vescovo, che va per forza incensato con tanta ipocrisia; non era un divo del cinema o dello sport capace di creare empatia anche nella dipartita, ma era un giornalista.

Quando si pronuncia la parola "giornalista" c'è il rischio di incorrere nel sentire comune di pronunciare la parola "servo". Giornalista è diventato sinonimo di scherano e anche di meretrice. In molti casi è vero, tant'è che alcuni professionisti lo ribadiscono finanche nel titolo di qualche loro libro[i], ma tutto ciò non risolve il problema, anzi lo amplifica, perché dire o dare della "puttana" non serve a niente se non si è capaci di ammettere quanto lo si è di persona. Dire lo siamo tutti, senza dichiarare se lo è chi scrive, è un modo per aggiungere altra ipocrisia. In questi casi bisogna tenere lontano dal buon senso la pericolosità del senso comune. La scomparsa di Oliviero Beha ci consente di fare delle distinzioni e ribadire che esistono anche giornalisti liberi, uomini che sanno mantenere alta la dignità del loro lavoro senza subire la tentazione di cifre a tanti zeri, o di accordi che umiliano il mestiere: sono uomini che pagano e hanno pagato di persona con la loro libertà che nessuno obbliga a prendersela, però determina differenze, per cui in molti altri casi essere giornalista non significa affatto essere alla mercé del potente. Oliviero Beha era un giornalista libero e se n'è andato nella maniera più semplice che il destino vuole, con una malattia dal rapido decorso[ii], con l'aggiunta di rimanere nel ricordo di pochi amici un cronista non comune, un inviato attento, un professionista esigente. C'è dell'altro, però, che non è emerso subito ma che è venuto a galla col tempo, con pacata forza e timido clamore: Oliviero Beha è stato anche un poeta. In senso generale uno scrittore, perché diversi sono i saggi e i romanzi da lui composti[iii]. In senso più profondo, un poeta. La prova? La prova è Meteko (Aragno, 2010), titolo del libro che raccoglie poesie, pensieri, aforismi, in forma di silloge definitiva, e che si dimostra una bella scoperta letteraria, una bella rivelazione, si potrebbe anche dire che ci si trova dinanzi ad uno "scoop al contrario", che riguarda non il fatto compiuto, bensì l'aspetto antecedente ad esso, la parte più intima e più nascosta finalmente rivelata dell'azione intellettuale di un giornalista. In questo caso, nel caso di Oliviero Beha, la sua poesia è intatta, integra, non ancora studiata. Egli ci lascia, dunque, un'eredità più difficile da apprendere, un'eredità meno immediata e più sofisticata, un'eredità al tatto più ruvida, che dà meno rendita e che si palesa complicata e misteriosa come di norma è il cuore di ogni persona.

Meteko è un titolo traducibile letteralmente in "me con te": me teco. Un titolo dal suono greco, medievale, che ricorda la lingua volgare delle origini in chiave petrarchesca, in cui il grafema cappa, però, indica un distacco dal concetto di primordiale e manifesta la volontà di antropomorfizzare il reale, di stare al passo con le avanguardie, e di mostrare, umanizzando il più possibile il materiale umano oggettivo, oltre le linee basiche del giornalismo, la cultura che rende l'uomo protagonista della storia. Come si accennava prima, Meteko significa "io (me) sono con te (teco)" - ed è l'interpretazione più accreditata che ci si sente di offrire - anche in base ad una funzione di silloge che l'opera va ad indicare. Le opere poetiche pubblicate da Beha vanno dal 1982 al 2010 e sono: Inverso (Interstampa, 1982), Ripercussioni (Ed. del leone, 1986), Lo Stige in piazza (Ed. del leone, 1994). In questo modo, raccogliendo in un unico volume quanto pubblicato in precedenza, si mettono in luce le declinazioni dei desideri e dei sentimenti, le affermazioni e le forme della resistenza di una vita intera, consentendo di concepire il lavoro dello scrittore più intenso rispetto a quello del giornalista. Il giornalista si trova sempre nel vortice di storie e di eventi che gli accadono attorno, mentre lo scrittore li seleziona, li sceglie, e decide quale affrontare, ma se si rimane focalizzati su l'uomo che opera su entrambi i fronti, si capisce che il giornalista che si muove in pubblico non è così distante dal poeta che agisce in privato. Le due figure si compenetrano. Beha, infatti, vuole dirci: "Meteko sono io!". Sono io sia come giornalista e sia come poeta, e ciò che non compete all'uno, spetta all'altro, e viceversa. Il titolo però rovescia anche questa posizione di identità personale, rende possibile l'inversa reciprocità dello scrittore con l'altro da sé, per cui se "io sono con te" (meteco), anche tu, lettore, sei con me, siamo insieme. Il titolo del libro suggerisce ipotesi che si possono avallare sulla base della sua struttura lessicale, mentre la musicalità, il suono dettato dalla pronuncia, rimane un enigma, forse, voluto dallo stesso scrittore. In soccorso ci viene la lettura complessiva dell'opera, con cui Beha parlando di sé si lega con il lettore, cerca una costante identificazione con l'altro e l'altro contiene ciò che il poeta saprà, come se la propria vicenda umana corrispondesse ad uno specifico rituale fatto di domande infinite, di continua interrogazione, per cui, in termini poetici, la dimostrazione di tale incastro, di tale unione (me con te), è dettato dalla richiesta di partecipare alla vita civile, politica, sociale. Da un poeta, giornalista esperto, impegnato su vari fronti, non ci si poteva non aspettare che la domanda fosse la cosa principale![iv]

Diviso in tre sezioni (Memoria del domani; Pre-poesie e universi e Con gli occhi spalancati), il libro contiene un distinto e compito organigramma poetico con il quale è possibile disegnare, unendo i punti sul foglio, la forma della poesia lirica e civile di Oliviero Beha. L'elenco dei poeti che stimolano e suggeriscono il confronto che emerge dalla lettura di Meteko è ben fornito: si va da Ungaretti a Saba, da Montale a Penna, passando per Quasimodo e Caproni, giungendo a Pasolini, Magrelli e Luzi, con punte di folgorazione del pensiero e, quindi, di maggior rilievo semantico e satirico, che sono espressione diretta dell'umorismo di Ennio Flaiano, Groucho Marx e di Marcello Marchesi, approdando serenamente alla più tenera nostalgia di Giacomo Leopardi. Dario Fo, nell'introduzione al libro, fa appello al Ruzante, al secolo Angelo Beolco (1496?-1542), il più istrionico degli autori di teatro del Cinquecento[v]. Se questo è l'elenco dei poeti del Novecento, in parte coevi allo scrittore, vuol dire che lo studio e l'impegno profusi da Beha nel dare alla poesia uno scopo sono stati ampiamente ripagati. Dario Fo indica "un sapere che si impara giocando". In maniera più lineare si può affermare che i versi di Beha esprimono un modulo civile non ostico al lettore; un modulo pronto ad accogliere in sé anche schemi ludici che non sconfinano per eccesso nella difficoltà argomentativa, così come non cadono con facilità nella trappola della battuta, della facezia, della smorfia irridente, ma rimangono contenuti nell'amarezza del gioco, nel dolore della scoperta. Le poesie di Beha hanno la caratteristica di essere portatrici di una "allegra serietà semantica". L'obiettivo, dunque, è anticipare le mosse più ovvie e far saltare i nervi a coloro che pensano di aver capito. Sì, lo si può dire molto chiaramente: Beha era urticante, per sua stessa ammissione[vi], ma per quanti non abbiano avuto frequentazione e dimestichezza con la sua scrittura, egli è stato nella sostanza un giornalista e uno scrittore fortemente etico e educativo. Desiderava continuamente riportare all'attenzione i problemi che puntualmente sono elusi. Tanto più si distoglie lo sguardo, tanto più Beha punta i fari negli occhi del lettore. A questo punto si fa subito strada la nozione di poesia. Il concetto! Cos'è la poesia per Oliviero Beha? Egli ci dà ampi motivi di comprensione contenuti in aforismi e in immagini misurate sull'esperienza sia giornalistica che umana, un'esperienza che toglie al cuore quello che la poesia gli restituisce passando per la ragione. «Poesia, dialetto dello stato d'animo», è la definizioni più specifica di cos'è la poesia secondo Beha: un particolare linguaggio, un gergo difficilmente traducibile e dialetto inteso come idioma autentico. A questo aggiunge, in diversi passaggi del libro, ulteriori chiarimenti: afferma, ad esempio, che «il verso lo finisce la pagina»; che «[...] la rima ridà ' semplicemente ' al senso ' ciò che gli rubò prima''»; che «La vita di un verso è un verso ' e dura il momento di scriverlo '» e che «fingersi poeta contro ' le finte della poesia ''» è un modo sottinteso di denunciare le inadempienze della stessa letteratura. La funzione della poesia per Beha è tutt'altro che scolastica, di ovvio insegnamento che si arena tra i banchi di formica. Essa ha un valore che si ricava dalla volontà di scavare nella vita quotidiana per estrapolare gli aspetti migliori che possono accrescere il valore complessivo dell'esistenza. Con parole ancora più semplici, si può affermare che la poesia è conquista che parte da una perdita. La poesia, per Oliviero Beha, serve a far detonare sulla pagina quelle verità che il giornalismo non può fino in fondo raccontare, perché sono differenti gli strumenti di indagine, è differente il linguaggio, ma soprattutto perché la poesia non deprimere il lettore, come invece accade nella lettura quotidiana dei giornali. La poesia consente di trasmettere concetti e pensieri nuovi, consente di ottenere non un'opinione, ma la fermezza del pensiero, del sentimento. Il giornalismo, dunque, è un supporto alla storia, segna passo passo ciò che accade, offre negli editoriali l'interpretazione degli avvenimenti, ma non migliora la società, la informa, come è ovvio, essendo un diritto del cittadino essere informato, ma la poesia è coscienza, è consapevolezza, è cognizione assai diversa dalla cronaca; la poesia, per Beha, è un sostegno molto più forte del giornalismo, perché consente a chi la pratica di andare oltre lo spazio delle battute limitate del pezzo di giornale. La poesia è davvero libertà! È la poesia che fa più forte il giornalista, costretto ad una scrittura meccanica e fredda, limitato nello spazio che gli consente solamente di raccoglie i fatti e divulgarli. L'intuizione di Beha è stata quella di progredire adoperando la poesia, di collocare la figura del giornalista su di un piano più elevato, di poter scrivere degli editoriali in cui la cultura del cronista è in evidenza, in cui lo stesso pensiero critico è più forte. Perché il giornalista non è soltanto colui che racconta, è soprattutto colui che sa ("se non sai non sei", dice Beha in una sentenza). Sì, Beha, nella sostanza, è un "poeta positivo", uno scrittore allarmato capace di coltivare ancora il sorriso, consapevole della "trappola" ma cosciente della "soluzione medievale" per uscirne. Una soluzione che consiste nel farsi monaco vagantes[vii], con il fardello, questo sì davvero ingrato, perché destituito di consenso, di fare il divulgatore "porta a porta[viii]", per restituire alla collettività il sapere che ha perduto. È necessario, dunque, il ritorno ad una cultura umanistica ben più estesa, che accolga nel suo insieme i politici i giornalisti e gli stessi insegnanti. C'è bisogno del comportamento che ha visto protagonista, nella seconda metà del Novecento, Dario Fo nella posizione incontrastata di giullare e di moralizzatore del popolo. Questa è la soluzione per Beha, ambiziosa ma necessaria, per cui bisogna battere "casa per casa" e ricominciare a insegnare, a impartire le giuste lezioni. Le poesie contenute in Meteko sono il frutto di una specifica ragione civile, in qualche modo si potrebbe dire di un "rigore morale" ben evoluto sul piano della logica e dell'affermazione, capace di mostrare nel testo lo schema dell'enunciato breve, a tratti aforistico, nervoso e avverso alla funzione mendace dell'informazione quanto a quella meramente scolastica della poesia.

Resine[ix]

Sono soltanto un corpo

sul giaciglio della storia,

tu dici. Ed io penso:

allora è intelligente.

La resina dell'altrui bisogno

non si scolla da me da te

tanto facilmente.

Incalzi. Ragguardo.

Continui incisiva.

Ci vuole coraggio a dire

e a tacere delle solite cose.

Smarrito sussurro spirando

"ma sarei io il poeta..."

mentre tu mi guardi nel cristallo.

E infine intendo: tu sei me,

senza esistere,

nel gioco allarmante degli specchi,

convessi forse.

È il colmo, mi confesso,

se non me ne dispiace

e neppure ne sono felice.

Dovrei essere te,

e bastarmi. Ma non è.

Versi brevi, lessico calibrato, giochi di logica, assonanze e consonanze a supporto della musicalità e della rima. Sono questi gli elementi di struttura del linguaggio che meglio caratterizzano la cifra stilistica di Oliviero Beha. Un poeta che intende far camminare sicuro il lettore nel tracciato del suo percorso, senza incontrare "buche semantiche" in cui cadere e nemmeno "pozzanghere lessicali" avanguardistiche in cui inciampare. Beha è poeta disciplinato, che dialoga costantemente con il suo interlocutore, attento e non eccessivo nell'uso delle parole. I suoi versi sono scritti per ristabilire esattamente con calma proficua, con diligenza procedurale, l'assetto fin troppo destrutturato e destrutturante della poesia contemporanea. Beha, è ovvio, ha bisogno di mantenere vivo costantemente sempre e solo ciò che conosce, e ciò che conosce è la prassi della storia che gli consente di poter stabilire ulteriori contatti con una materia così eterogenea e difforme come la poesia contemporanea che, più che agire sui contenuti, ha agito intrepidamente sul linguaggio fino a rendersi inaccessibile. Beha, invece, ci fornisce le chiavi di accesso al suo linguaggio e lo fa mostrandoci nel testo la struttura metrica. Si veda, ad esempio, l'utilizzo di versi piani, in cui il ritmo è arricchito dall'uso dell'allitterazione: «Smarrito sussurro spirando / "ma sarei io il poeta..." / mentre tu mi guardi nel cristallo». I suffissi "-ando" e "-allo" mostrano la preferenza non per la rima baciata, bensì per la scomposizione della stessa a favore dell'assonanza. La rima a seguire (convesso/confesso), benché dislocata su piani diversi del testo, persegue l'impatto con la rima più elementare, la stessa di fiore/amore che incantò Umberto Saba. La debolezza, la gracilità del cristallo, il gioco del "riflesso", della reciprocità, inserito nel tema degli specchi, consegna al lettore gli elementi su cui riflettere (a partire dal significato del titolo Meteko) e dire che specchiarsi nell'altro è utile per capire se stesso.

Il percorso semantico delle poesie di Beha è però lontano dalla convenzione lirica novecentesca, ed è maggiormente pronto a recepire la sfida della tradizione proprio laddove il lettore si aspetta che cessi la convenzione e cada la rima. Beha non vuole che il lettore vada via, desidera che rimanga nella stanza del poeta ad usufruire del bene della poesia per renderlo non solo protagonista, ma cittadino responsabile, non soltanto navigante ma sicuro timoniere nel mare agitato del presente storico. È un modulo stilistico sintetico ma molto efficace quello che adotta Beha nei suoi versi: una tabella, una griglia, in cui incastrare il verbo all'aggettivo, il sostantivo al verbo, e riprodurre nel lettore il senso vertiginoso della salita. Assonanze e consonanze modulano il ritmo fornendo al testo un'andatura meno corrente ma più fascinosa. La caratura linguistica è data non tanto dall'uso di figure retoriche, che sono ben modulate nel registro della sintassi, ma dall'esplosione del senso, dal gioco serrato tra significato oggettivo e significato figurato, metaforico, che abbraccia il testo di Meteko con efficaci risvolti semantici: «Vivo da defunto ' un po' alla rinfusa ' uomo o similuomo ' ormai da milioni di anni ' ai piedi delle Grandi Alpi ' nella morena ' chiamata "la serra" ' e comincio ad avvertire ' un leggero formicolio. ' L'impazienza del morto ' può infine supplire ' il coma dell'esistenza ' a volte nemmeno vigile?» Altrove Beha inquadra la difficoltà a farsi della vita, la sua lentezza nelle decisioni, il trauma indefinito per l'attesa che qualcosa accada, come avviene nel testo che segue: «Gocce che gocciano ' a immensurabile fatica, ' in bilico, dritte, oblique, restie, ' quasi ti volessero ' mettere alla prova. ' Sei impaziente, uomo. ' Ti domandi: ma quanto ' ci vuole perché scendano ' nel bicchiere? ' Cioè: un suicidio ' può durare tutta la vita? ''» La risposta a questa domanda è sì, e lo è perché l'inconcludenza è figlia diretta della pochezza umana, dello scarso talento a vivere, per cui ciò che non accade o accade poco è il risultato di nessuna maturità, di scarsa responsabilità. È questa la bellezza poetica di Oliviero Beha, andare dentro le cose, con un taglio immediato, anche psicologico, in cui la poesia c'è ma alle volte quasi non si vede, come se fosse parte di un discorso spontaneo, naturale, di un dialogo tra il "me" con "te" che non mostra figure retoriche difficili e dispone di un lessico semplice. Anche su un piano psico-semantico Beha sa adoperare bene il suo ruolo di poeta, un ruolo che si trae dall'esperienza di un giornalista spesso censurato, osteggiato, capito da pochi colleghi, per mettere in rilievo che l'esistenza è tutto ciò che gli uomini perdono nel momento in cui pensano di aver conquistato qualcosa. In questo senso sono importanti i due testi dedicati a Ferruccio Rossi-Landi, zio dello scrittore, studioso di filosofia del linguaggio e dei segni, maestro di Umberto Eco. Sono testi in cui Beha constata che la perdita di un caro rappresenta qualcosa che va oltre il classico vuoto, qualcosa che mette in atto una conquista che si compie altrove, la costatazione che la vita non ce la fa a dire tutto, a rappresentare quello che siamo anche nella rabbia e nella delusione[x]. Beha non insegue le ricette liriche e neanche quelle marcatamente civili per farne la sua cifra stilistica in assoluto, perché a Beha piace moltiplicare le somme che si traggono dai calcoli della tradizione: fare addizioni e, contemporaneamente, sottrazioni, per ottenere un risultato da cui si possa evidenziare il più sereno ed elementare dei valori poetici: sentirsi bene dopo che si è scritto anche se si sta male. E al bene, all'entusiasmo, alla gioia di vivere, in molti testi Beha sospinge il lettore. Il dolore è ingrediente che arricchisce il fare poesia, ma non è certamente l'unico elemento della cognizione del reale. Beha preferisce ribaltare le logiche. Egli desidera inficiare le certezze, marcare i contorni meno noti del volto umano, e vuole, merito non da poco, dialogare con i giovani. Quest'ultimo aspetto è disseminato un po' ovunque in tutto il libro. Il tenore timbrico e sintatticamente rapido, veloce, dei testi, si determina sulla pagina coltivando del reale tutti i fattori di maggiore intendimento, favorendo un aspetto profondamente meta-lirico. Per stare sulla scena poetica Beha sceglie di raccontare la sua storia, e sceglie di farlo adoperando la battuta, il calembour, la freddura, sceglie un tessuto narrativo caro a Bianciardi e a Campanile, in qualche modo allo stesso Palazzeschi, con una misura ben più controllata, dove l'umorismo non è parte della frivolezza, bensì il resoconto pubblico dello specifico dramma. Perché occorre essere leggero se si vuole far capire quanto pesa ciò che è reale! Beha preferisce fare dei propri versi una lezione di sartoria, a volte in stile più classico, adoperando un laboratorio metrico incisivo (come l'uso della terzina), altre volte utilizzando la parola-verso (come insegna Ungaretti), svolgendo una cucitura lessicale dell'abito che porta, a seconda del clima, a stare bene il poeta nel vestito del proprio pensiero. In quel "vestito" e non in un altro l'uomo comprende che abita bene il suo tempo. Beha entra dentro il lettore, lo apre con pacata forza! Se il lettore si inserisce nella linea musicale del testo si rallegra di aver incontrato un poeta uguale e non diverso da lui. Beha è, dunque, un esponente della categoria di scrittori lirici, umoristici e civili, il cui progetto di sintesi e di analisi si dilata nel corso del tempo grazie all'estensione interna della battuta, grazie alla modalità elastica dell'eco con cui egli s'interroga nella grotta della propria solitudine. «Se ti rifugi nella vita ' per difenderti ' dall'assedio, dalle lance ' della vita, ' allora sì che la cosa ' appena cominciata ' è già finita. ''»; «[...] Con la monotonia ' di un vitale suicida ' ignoro la caduta ' dandola per scontata ' e passo al dopo, ' all'eterna risalita. ''»; «Il giorno se ne va ' pieno di me ' e torna stentando ' a riconoscermi ''»; «Sì, è vero, ' sono di sangue caldo ' in un thermos ' di logica. ''»

Quello che ha fatto con la poesia Oliviero Beha, ovvero l'azione, l'atto distintivo, è stato costruire una specifica raccolta di dati, pubblici e privati, del suo vissuto, della sua esperienza professionale, mossi non più a ipotesi, come il giornalismo vuole, ma a paradigma, a certezza, a sicurezza dell'essere immersi dentro la storia umana. Così il racconto di questa "azione" personale, familiare e generazionale, dimostra di possedere un ritmo colloquiale, satirico, interrogativo, che rende distesa la scrittura poetica. S'inizia nel 1982, «in cerca di mio padre ' per cambiare i suoi fiori ' e i miei pensieri», con un testo dal titolo Bologna, novembre, e si giunge fino al 1994 e oltre, con Ondate di ottimismo, quando «della trama sottile sui vetri ' s'imbeve la vita per un'arsura ' che è sua ma solo in parte», ipotizzando, senza avere la sicurezza filologica, che tutto quanto scritto da Beha possa rientrare in un calcolo temporale che tocca la data di pubblicazione di Meteko, ovvero fino al 2010. Fino agli ultimi testi in cui «Nudo in libreria ' metto in dubbio ' ogni parola, ' risorgo da ogni scritto ' per un verso, ' il mio unico verso[xi]». Beha ha potuto scrivere poesie fino a un momento prima di morire, magari dettandole alla figlia, ma questo non lo sappiamo. Sappiamo però che non c'è niente di sotterraneo nella sua poesia, ovvero tutto quello che essa ha di ermetico e di allegorico conserva la grazia dei sostantivi comuni, la semplicità dei nomi che usano i bambini. La chiarezza si deve al giornalista e allo scrittore che riesce a trovare nella poesia lo spazio giusto per confermare la necessità di farsi capire senza sotterfugi. Tranne alcuni appositi tecnicismi del linguaggio, la lettura dei testi poetici di Beha scorre con serenità. Tutto in Beha è collocato al centro della locuzione, del discorso, il senso si trova esattamente in mezzo al farsi storico («Diventare ciò che si è ' nella vita che è già ciò che è»), con un taglio semantico di cui il lettore riconosce non solo la familiarità ma soprattutto la veridicità dovuta all'ascolto del mondo: «Ieri c'era una rosa bianca ' davanti alla mia finestra. ' Oggi, è sfiorita. ' L'uomo ha un destino solo ' nella vita, ed è segnato. ' Ma come petali invisibili, ' mossi dal profumo del vento, ' mille incompiuti destini minori ' gli danzano attorno, ' senz'essere una rosa. ' Lo saranno per altri, ' nello stesso giardino. ' L'uomo possiede ' un unico destino. ' L'immortalità non rinuncia ' a baciargli la fronte, ' come Giuda, ' la mattina radiosa del giorno ' in cui lui se ne andrà. ''»

Beha per essere poeta ha lavorato molto, non ha affatto deciso di consegnare una parte di sé alla semplice nozione di poesia, come se essa fosse un banale sfogo notturno, ma ha deciso di intensificare il rapporto di ascolto e di memoria, per compiere quella che può ampiamente definirsi immersione nel magma della storia umana: non lasciare, quindi, che la poesia rimanga ampiamente dislocata dai fatti per compiere soltanto voli pindarici, ma porsi a guardia di un confronto generazionale che per Beha è il cardine fondativo di un legame che se sciolto determina sul serio lo smarrimento dell'uomo. Laddove il giornalista racconta i fatti, il poeta li amplifica e risponde alle domande che il cronista pone. È quanto accade, ad esempio, nel testo dal titolo Belfast 1988, in cui Beha, in quanto giornalista, diventa poeta capace di dare spazio a verità che senza l'ausilio della poesia sarebbero per l'informazione motivo di esclusione. La poesia fa emergere quello che diversamente dal racconto di cronaca sarebbe improprio menzionare, invece la poesia pone al centro del dibattito la morale e la giustizia, il racconto e la storia, l'individuo e la società, i fatti secondari e la storia principale, in un crescendo di qualificazione del racconto per cui non può sfuggire che fare poesia significa collocare nel tempo lo spazio del proprio vissuto, con il sentimento di ricostruire quanto perduto, di svelare e, di conseguenza, riconoscere che non c'è storia senza documento, non c'è verità senza confronto, non c'è cultura senza racconto: «Che significa Belfast, mi chiedi ' andando per le strade nel giorno ' delle bombe più bombe, mentre a piedi '' è tutta la città, e d'intorno ' ogni rumore è un falso o un vero ' mitra... [...] '' Belfast, allora: vuol dire "foce" ' credo, in gaelico antico, quasi una profezia...' e invece il muro, cara, è un altro discorso. ' Non è Berlino, Belfast, e ammesso che lo sia '' questo shopping perennemente in corso ' con i rastrellamenti, i carri armati, ' la città rovesciata come sul suo dorso ' verso i monti, [...] ' non c'è neppure l'Onu vestito da pompiere...' non è Berlino né Beirut, ma solo Belfast '' lontanissima foce folgorata da un sole freddo, nelle sere ' smarrita come un metallico lago deserto ' [...].[xii]»

Arrivando alla fine del libro si può dire che fino a ieri Beha era conosciuto come importante giornalista ma da domani sarà ricordato anche come valente poeta: sensibile e dissacratorio, serio e umoristico, dotato di una misura di indagine della storia umana che appartiene a coloro che sanno riconoscere nel valore dell'altrui posizione il proprio entusiasmo e la differente ragione di vita. Entrare negli altri e restarci: è questo l'obiettivo di Oliviero Beha, scrittore di liriche e di testi civili che inseguono la fitta trama del ricordo, che evocano situazioni politiche, familiari, situazioni ideologiche del passato e di vita attuale, nelle quali si proietta, distinto e fermo, un sentimento di assoluta trasparenza e dignità cognitiva. Rispetto all'attualità cogente del giornalismo, la poesia rappresenta un fulgore nascosto, la prosecuzione tutta personale, senza schemi e competizione, senza l'altrui concorrenza e senza il favore mediatico, di un percorso esistenziale che annette a sé ciò che il giornalismo espunge. Perché va detto che quando si avverte la necessità di scrivere poesia, che sia una soltanto - Oliviero Beha ci conferma tra le righe anche questo sentire - si vuole dire al mondo che non si esiste inutilmente, che il desiderio di lasciare il segno del proprio passaggio è più profondo rispetto al potere dell'informazione, un potere fatto di "carta straccia"[xiii] come avrebbe detto Giampaolo Pansa. Un potere che coinvolge poco e non dispone fino in fondo della materia che tratta, ma la riferisce solamente, a volte, rendendosi anche disponibile a sottacerla. Come asserisce Beha: «Tieni a mente, del fatto, ' che restano i giornali ' come archivi di giorni ' che non sono più tali.» Dunque, il giornale passa, si consuma quotidianamente, la poesia rimane. Fare il poeta, essere poeta, diventare poeta, significa stare da un'altra parte, significa poter fare di tutto ma mai tacere, mai dare senso ad una scrittura muta. Si è poeta per rimane nella storia, rispetto all'articolo di giornale il cui valore spesso non rientra nemmeno tra i parametri dell'informazione, figuriamoci della storia! Beha si riesce quasi a vederlo abitare sicuro le stanze poetiche di Meteko, tutto intento a tenere insieme e raccogliere i fatti della sua esistenza, come se si fosse al contempo liberato del fardello della professione giornalistica per confermarla sotto un'altra migliore attitudine, sotto la veste lucente della poesia, affacciato alla finestra del mondo e cercare il dialogo con i suoi abitanti.

[...][xiv]

Se fosse tutto azzerato nella somma

la natura essendo umana

l'umanità essendo snaturata

e ricomposta ogni volta

nei suoi mille frammenti

negli occhi che temono gli occhi

nello sguardo astigmatico del mondo

che non vuole sparire sparendo,

se fossimo sempre e solo noi

ma sempre e solo in un attimo?

Può essere, solo questo

mi sento di dirvi dopo

una vita appena slabbrata,

può essere che tutto si ricomponga

senza violare alcuna inferriata,

può essere che il tempo goccioli

sempre la medesima goccia

filtrata da un depuratore ultramondano,

può essere che l'ultimo mistero

sia anche l'ultimo segreto

[...]

Se il giornalismo è prevalentemente cronaca e opinione, racconto dei fatti pressoché in simultanea con il loro accadere, la poesia è un fatto di verità umana che sfugge al racconto giornalistico: la poesia rivela tutta la sua forza nella fragilità dell'uomo che l'abbraccia. Ed è questo il motivo per cui si ricorda Oliviero Beha, per i molteplici scopi della scrittura. Nel farsi poeta Beha è riuscito ad accorciare le distanze tra la sfera pubblica e quella privata della sua esistenza, ad unire lo sforzo analitico del giornalista alla sapienza dello scrittore, a mostrare al lettore una precisa coscienza interrogativa. Oliviero Beha ha deciso di essere poeta per riservarsi un cammino alternativo, un percorso incontaminato, consistente nella possibilità di utilizzare un sentiero ulteriore di verità, una carta nascosta, qualcosa che conduca ugualmente alla ricerca del vero e dell'obiettività, rispetto agli ostacoli e ai malumori che il giornalismo pone. Oliviero Beha con l'utilizzo della poesia finalmente si occupa di sé, si occupa di qualcosa che non deve essere sottoposto ad opinione o a consenso, al controllo o al vaglio del direttore, perché lo scrittore sa indagare i fatti meglio di qualunque giornalista, essendo tutto ciò che lo circonda espressione di un esercizio di verità a cui va posto unicamente il proprio studio e il proprio pensiero. La poesia rispetto al giornalismo è il fatto stesso! Meteko, dunque, accompagna il lettore dentro l'animo di Oliviero Beha, animo e non anima, perché a condire la trama dei suoi testi poetici è una ragione quasi sempre interrogativa, critica, poco emotiva, che vuole difendere in ogni caso la vita anche se fa male. Beha in Meteko è semplice e incisivo, pur partendo da presupposti complessi, e la poesia determina approdi semantici che sono il risultato di partenze da acque sempre troppo agitate: «Come una grazia ' che va e viene (intermittente?) ' quel mio andare negli altri per restare. ' Il mondo dunque insiste acceso ' a abbacinare. Ma la stagione per precisare ' sguardi di me con me ormai non è ' più lei, la vita ridiventa verticale. ''[xv]» È evidente la bravura di Beha a saper estrarre dal gomitolo arrotolato del suo pensiero il filo unico che tende con la mano senza farne un altro nodo imbrogliato. Perché Meteko è un libro che dice anche un'altra cosa, che la poesia alle volte si dà come un frutto raro: si dà soltanto una volta, esattamente per quello che ha potuto lo scrittore, senza troppo togliere e senza troppo dare. A leggere Beha, proprio arrivando in fondo al libro, che va letto, perché va portata a casa la parte umana di un giornalista molte volte visto in televisione, spesso impedito dalla censura, amaro nell'analisi, a storcere il naso con poca speranza, sempre sulle barricate, sempre pronto a distinguersi dai calcoli truccati del sistema, sempre a "brontolare", si comprende che «è bella la vita» - detto proprio coi versi di Beha - «ma mentre lo dico ' ne è già passata un altro poco ' e devo stare attento a centellinarla, ' nella pioggia nel sole negli alberi ' nei corridoi nelle foglie nel fango nei cani ' in chi cammina come me ' come se fosse eterno e invece no, sappilo» - continua nostalgico Beha - «in questo straordinario carnevale di emozioni ' c'è un errore, siamo in errore. Irripetibile.[xvi]» Si comprende nel finale che bisogna lottare costantemente se si desidera mantenere alto il senso della vita, che molto e di più avrebbe potuto scrivere il nostro poeta, invece tutto è subito finito, tutto è rimasto racchiuso in quest'unica cifra di Meteko, che è un libro che ha la facoltà di rendersi raro anche come oggetto, esattamente come si rende rara un'emozione o la stessa vita quando prematuramente scompare.


[i] «Siamo tutti puttane (contro la dittatura del politicamente corretto)», di A. Chirico, p. 286, ed. I grilli-Marsilio, 2014.

[ii] «È morto Oliviero Beha. Aveva 68 anni. Lo annuncia la figlia Germana. "È stato un male molto veloce. Papà se n'è andato abbracciato da tutta la sua grande famiglia" (Il Fatto Quotidiano, 13/05/2017)»

[iii] Oliviero Beha è autore di diversi saggi e romanzi. Offriamo alcuni titoli al lettore: Crescete e Prostituitevi (Rizzoli, 2005); Italiopoli (Chiarelettere, 2007); Il paziente italiano (Avagliano, 2008); I nuovi mostri (Chiarelettere, 2009); Dopo di lui il diluvio (Chiarelettere, 2010); il romanzo Eros terminal (Garzanti, 2009) e Un cuore in fuga (Piemme, 2014), il saggio Mio nipote nella giungla (Chiarelettere, 2016).

[iv] «Il semaforo non serve soltanto alle auto, ' o ai pedoni, o ai lavavetri, ' o ai fiori sugli alberi d'intorno, ' o alle smanie di un tempo frantumato. ' Serve a cogliere il sorriso ' forse di un pakistano annerito ' con uno straccio in mano ' che domanda insolito e gentile ' a una passante forse filippina ' come si chiamano i fiori rossicci ' di una primavera ancora scontenta. ' Non lo sa la filippina in tailleur, ' non lo sa il pakistano curioso, ' non lo sappiamo noi nesci ' di una vita difficile ' inutilmente ferma al semaforo. ' Ma è la domanda che conta, credo. ''» (Fiori multietnici, in Meteko, p. 301, ed. Aragno, Milano, 2010)

[v] «qui c'è subito un commentario brutale che ritrova l'originale addirittura in Ruzante, il nostro più grande teatrante di tutti i tempi, quando parlando della coscienza e della conoscenza così s'esprime: "Troppo in fretta ho lasciato / che sfuggisse sotto le mani il tempo / così non mi sono potuto preoccupare di godere / della straordinaria imbecillità della giovinezza e del sapere imparato giocando".» (cit. p. 9)

[vi] «Sto sulle scatole sia nella forma che nella sostanza di ciò che dico e scrivo. E ontologicamente, come persona. Nella forma mi trovano urticante perché il mio stile richiede comunque attenzione, materia prima oggidì scarseggiante per mille motivi [...]. Nella sostanza perché ho quasi sempre un punto divista diverso, rimetto in discussione certezze per lo più finte quindi ancora più certe perché autoprodotte [...]. Uno sguardo trasversale e magari pure penetrante è quanto di peggio per molestare le digestioni e l'intiero metabolismo contemporaneo, fino all'estasi della defecazione.» (Vedi Tiro al piccione (ovvero i rischi del volo), in Meteko, p.343, Aragno, 2010)

[vii] I "monaci vagantes" di cui parlo non dovrebbero stancarsi di cercare collegamenti tra unità e comunità culturali in lungo e in largo e in largo per il Paese, né di far pressione sui mass media, specie la stampa scritta, ma anche la radio e internet (in attesa di un altro monoscopio tv), per ricordare pubblicamente che non ci sta bene questa informazione malatissima di strumentalizzazione e superficialità, che vende tutto e non serve a (quasi) nulla. Consapevoli che siamo sull'orlo di un precipizio, che i paragoni in avanti con l'Argentina di Menem e indietro con la Weimar in attesa di Hitler non rendono appieno. (vedi Crescete e prostituitevi, p. 156, ed. Rizzoli-Bur, 2005)

[viii] Il "porta a porta" che si impone è il contrario della defenestrazione dei cervelli del Porta a Porta tv di Vespa, capolinea mediatico del fenomeno Publitalia politicizzata.

(ibidem, p. 156)

[ix] Meteko, p. 319, Aragno, 2010.

[x] «Si sfogliano ' le generazioni ' la morte non mi basta ' non mi basta ' mio figlio e la sua idea. '' Muore perfino ' lo zio filosofo ' - era il mio Wittgenstein personale - ' la forza è debole ' mi spezza gli occhi ' come uno scafo che in cielo ' si inabissa ' come un uccello che non volerà ' nel mare ' [...] Da oggi ' so che morirò ' anch'io ' e non mi basta. [...]» (Lo zio filosofo, p. 89-90); «Con dolcezza, citandoti immaginiamo ' che "meta" sia magari un camminare ' pur di non lasciarti fermo nelle zolle. ' [...] Piango, in realtà e da ultimo, con te ' il mio confuso acerbo rigore, la coscienza ' palla di cannone che non so smaltire ' né smaltirò fino a che non sarò ' rannicchiato come te ' nel ventre della Madre. [...]» (Storia di famiglia, p. 107-109)

[xi] Meteko, p. 333

[xii] Meteko, pp.99-103

[xiii] Vedi «Carta straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani», p. 424, Rizzoli, 2011.

[xiv] Meteko, p. 284

[xv] Meteko, a p. 69

[xvi] È ancora bella, in Meteko, p. 299.