Speciale Mario Lunetta

TOMBEAU PER MARIO LUNETTA

di Piero Sanavio

Qualche giorno or sono, lontano da Roma, mi ricordava Paolo Valesio che Mario Lunetta divideva i romani, dal punto di vista sia fisionomico che caratteriale, in porcini e lupeschi. Romano doc ma con una porzione di sangue toscano Lunetta apparteneva decisamente alla seconda categoria, era un lupo:a nella necessità di muoversi all'interno di un branco senza perdere la propria individualità, al contrario, mettendosi a capo della muta; nella curiosità onnivora per tutto ciò che chiamiamo "cultura"; anche nella fedeltà che richiedeva al branco -- ideologica, più che alla sua persona

Sono sempre stato un solitario e tuttavia mi legavano a Mario Lunetta un affetto e una coincidenza in tutto ciò che si chiama "letteratura" . Sono stato al suo fianco anche in trascorse battaglie sindacali e politiche, costeggiandolo nelle scelte pure se, da protestante quale sono sempre stato (esiste la tolleranza, non perciò il perdono o l'oblio), non ho mai nascosto i possibili dubbi sull'esito di quelle scelte e le meccaniche del fallimento.

Come scrittore, Mario Lunetta ha provato la mano a tutti i generi letterari - dalla poesia, suo primo ed eterno amore, al romanzo, il teatro, la critica: con passione, violenza, persino, sempre temperate dall'ironia. Dell'impegno letterario "civile" la più importante prova resta senza alcun dubbio il recente poema La Forma dell'Italia, opera che non avrebbe mai potuto essere finita - come ci ricorda anche la sua stessa forma, l'ironico ritornello ispanico, quel todavia, il cui significato, accanto all'ovvio "tuttavia", è "non ancora."

Ho accennato all' affetto che provavo per lui e su tale dichiarazione non intendo elaborare oltre - "I morti ci guardano" sosteneva il mio onorevole amico Hmpate Ba, recitandomi a Gorea le genealogie dei suoi re. "Ci guardano e appartengono ai nostri sogni." Diventano, cioè, la nostra coscienza.

Preferisco insistere sull' attività letteraria dove la scelta formale non si assoggettò mai, in lui, pure nell'ortodossia marxista, a conformismi contenutistici ma sempre innestava il senso del discorso in frammentazioni che avevano per referenti i grandi poeti del Novecento.

"Nul adieu est un adieu" recita un Anonimo trecentesco, ma più acconcio omaggio al perduto amico è, forse, la frase che Jarry scrisse sul ventaglio della sua protettrice Madame Rachilde- , Je dis qu' elle mange des lentilles avec une épingle d'or - mais - la nuit courre les cimetières pour déterrer les morts..-Baudelaire, per Mario, tra questi, insieme a Majakovskij, -- e Bielij, Pilniak...

Mi piace ricordare, nel contesto, l'acrostico con cui (a. D. 1987), egli ci offriva il proprio autoritratto.

Mulo murato in orizzonte vuoto,

Aratro che smascella nera terra,

Ruminante che mangia fior di loto

Inesorabilmente con se stesso in guerra,

Odio o meglio disprezzo le occasioni

Lecite a tutti, e becco le mie quaglie

Unite, tanto simili ai pavoni.

Non scaldo al sole le mie vecchia scaglie

Eretiche ed elettriche e bruciate:

Tratto questa mia pelle di serpente

Torrido con il ghiaccio e le mielate

Acredini d'amore: tutto o niente.

Vayres-sur-Essonne, luglio 2017