LEGGERE IL NOVECENTO

A 5 Anni dalla scomparsa

MARIO SOCRATE,

MAESTRO E AMICO

di Mario Quattrucci

È stato uno dei maggiori poeti italiani del 900, un grande ispanista, un docente di eccezionale valore e umanità amato da generazioni di giovani che lo hanno avuto Maestro per tanti decenni. Un Maestro per tutti noi. Ha militato nell'antifascismo e nella Resistenza fin da giovanissimo, ha lottato per oltre 70 anni nel campo della cultura delle arti e del lavoro con gli operai e i lavoratori, il loro movimento e il loro partito.

Quando ci ha lasciati, cinque anni fa, aveva 92 anni. Poeta, studioso di letteratura spagnola, è stato uno dei grandi maestri dell' Università La Sapienza.

La sua opera poetica inizia con Poesie illustrate (1948), seguito da Roma e i nostri anni (1957), Favole paraboliche (1961), Il mondo è alle porte (1964). Negli anni successivi è stata la volta di Manuale di retorica in ultimi esempi (1973), Poesie inglesi (1979), Il punto di vista (1985), con cui ha vinto il Premio Viareggio, e Allegorie quotidiane (Garzanti, 1991). Ma accanto all' attività di poeta, grande rilievo ha avuto nella sua vita la letteratura spagnola. Basta ricordare i saggi Il linguaggio filosofico della poesia di Antonio Machado, 1972, e Il riso maggiore di Miguel de Cervantes, 1988; come pure la traduzione di Luis de Gongora, di Federico García Lorca, e la traduzione in versi di Lope de Vega nell'Edizione Garzanti del Teatro del Siglo de oro da lui curata e diretta. Fu insignito del Premio Presidente della Repubblica lo stesso anno in cui ebbe lo stesso premio, per la traduzione in francese de La divina Commedia la grande italianista francese Jacqueline Risset.

Dopo Allegorie quotidiane pubblicò Rotulus pugillaris per il quale nel 2005, a dieci anni dal Viareggio vinto con Il punto di vista, ricevette il più prestigioso dei premi italiani, il Premio Feronia Città di Fiano, affiancato così, per citarne soltanto alcuni, a Ballerini e Malerba, Günter Grass e Coetzee (successivamente insigniti del Nobel), Arbasino e Zevi, Tadini e Vivaldi, Rossanda e Niccolai, Sanguineti e Pagliarani, Sastre e Michel Butor, Adonis e Matveievic, Carla Vasio, Retamar, Sanavio, Baìno, Alvino, Fontana, Gao (in seguito Premio Nobel), Renzo Rosso, Tabucchi, Leroy Jhons, Magrelli, Curi, Ernaux...

Chi firma questo ricordo ebbe l'onore e il privilegio di averlo come Maestro e mentore, e di ricevere la sua amicizia fraterna. Ho dedicato a Socrate alcuni dei miei lavori e volli un giorno salutarlo con i versi che qui riproduco:

Punti di vista

Ed io così, dal tuo punto di vista

(ma forse un punto nostro, un punto

da cui acquista ragione la visione

di ciò che non vedrò)

se il mio tempo è lo stesso e se perfino

il nome al tuo cammino m'apre.

Ma gli occhi dei poeti hanno dolore

(e un po' d'amore, anche, se ne resta)

ancora da imparare: e dove gli altri

più non odono nulla una tastiera

di parole trascorrono perché

qualche suono ci sia fra gli altri e te.

Per dare poi a lui stesso la parola riproduco qui un'intervita che mi concesse per L'Unità nel 1990 ed alcune delle sue poesie.

Conoscere le parole per conoscere la storia

Mario Socrate, ispanista e docente all'Università di Roma, parla del suo rapporto con la scrittura e con l'arte dal 1939 ad oggi

Intervista di Mario Quattrucci.

L'Unità ─ Venerdì 30 novembre 1990

Immerso fin da ragazzo nel dialogo artistico e culturale italiano, già nel '39 partecipe di importantissime iniziative culturali e giornalistiche (gli "Amici Pedanti" del Quotidiano di Roma; La Ruota; condirettore del Selvaggio antifascista; Letteratura); combattente della Resistenza; fra i promotori di Città Aperta, Mario Socrate insegna oggi nel Dipartimento di Letterature Comparate dell'Università di Roma; è fra i massimi ispanisti del nostro Paese. Ha ricevuto nel 1985 il Premio Viareggio di poesia per Il punto di vista (Garzanti 1985) e recentemente il Premio Nazionale per la Traduzione per il Lope de Vega della Trilogia Garzantiana del Teatro del Siglo de oro.

A lui è dedicato, in occasione del suo settantesimo compleanno un Convegno all'Accademia di San Luca di Roma... Alla vigilia di questo evento gli abbiamo rivolto alcune domande sulla sua attività.

Per decenni hai lavorato con le parole, sulle parole e sul linguaggio, e si sente in te vivissimo il "pensiero che nega l'ingiustizia". Qual è il filo conduttore di questo tuo impegno?

Ho cercato in realtà la coerenza e l'unità tra scrittura e vita, linguaggio ed agire, e sempre più sento la parola, la parola poetica e la sua ricerca di verità, come estrema linea di difesa contro l'appiattimento e la barbarie. Anche e forse soprattutto per questo si scrivono versi. La ricerca e l'impegno di cui mi domandi sono stati un'esperienza di generazione. Ma come riconoscere una generazione se non attraverso le parole, quelle parole la cui valenza ha costituito la nostra storia? Parole che discesero dalle esperienze e dalle disillusioni, dalle "prospettive" e dalle verifiche dei fatti, dalle cadute della "ragion pigra" e dalla fierezza di una lotta contro il buio dei nostri anni giovanili.

Il vocabolario di una persona è poi dato anche dall'incontro con le parole già scritte, con la lingua, le lingue, la letteratura ─ lingua delle lingue. È un dialogo che dà la capacità di ripensare continuamente il passato, di comprenderne l'inestinguibile incombere sull'oggi, di perseverare nella lotta per salvare la prospettiva di un domani nuovo.

La cosa più curiosa è che questa cultura che si svolgeva alimentata dall'utopia (nel senso forte di questa parola) era nello stesso tempo demitizzante. È rimasta sempre, anche con le sue accese presenze, una cultura sorretta da una ragione non dico negativa ma certamente critica. Per questo penso che anche oggi non possiamo non chiamarci marxisti, tanto che la storicità è l'istanza di ogni presente e valido pensiero filosofico. Una storicità in coincidenza con la coscienza situazionale di una cultura passata attraverso Marx, attraverso Gramsci, fino a Gadamer, e che non per nulla ha sorretto ogni deteriorato storicismo con uno storicismo radicale che ancora alimenta il pensiero filosofico.

Qual è la traccia di questo impegno nei tuoi libri di versi?

Roma e i nostri anni (Feltrinelli, '57 ndr) fu il tentativo di fondere insieme in un'unica esperienza di linguaggio poetico, storia e cronaca. Non epicizzando la cronaca ma demitizzando magari la storia, per assumerla come quotidiano. Favole paraboliche (Feltrinelli, '61 ndr) fu invece un tentativo di preallegoria. Volevo dire cose che non riuscivo, o non potevo, dire direttamente, secondo il mio uso di scrittore, e perciò inventai questo sottogenere particolare: le favole fantascientifiche, con le quali cercai di accostarmi ai problemi storico-politici, ai problemi della crisi intellettuale del tempo. Con Manuale di retorica in ultimi esempi (Marsilio '73 ndr), nel mezzo dell'esperienza aperta dalle neoavanguardie sulla lingua poetica, e sulla messa in questione del linguaggio poetico, lavorai in un'altra direzione: misi in questione i modi propri del pensare poetico, e cioè cercai di sottomettere a revisione critica le principali figure del pensiero e del linguaggio retorico. Continuai poi questa revisione critica con Il mondo è alle porte (Feltrinelli '64 ndr), Poesie inglesi (Carte Segrete '79 ndr) e, in esito più complesso, con Il punto di vista.

Un libro, questo, che mi sembra decisivo. In esso l'occhio corre nello spazio e nel tempo, e tu sembri invitarci come non mai a guardare la realtà con gli occhi dei poeti. Ma qual è il punto, quale la prospettiva che ci puoi indicare?

Il discorso odierno sullo scrivere poetico corre tra due poli: l'uso della poesia per esprimere nuove realtà, e quindi l'adeguamento a questo fine del linguaggio poetico; e l'uso del linguaggio poetico nella coscienza della sua totale autonomia semantica, nella sua auto riflessività. Io cerco tra questi due poli nella funzione del linguaggio poetico la conquista di nuove risposte (o è troppo dire risposte?) all'orizzonte del lettore di oggi. Il punto di vista fu dunque la ricerca di assoggettare il linguaggio poetico a mezzo di orientamento, ad angolazione privilegiata della riflessione, della domanda sulle cose e sul mondo.

Si torna così al rapporto tra storia e linguaggio...

Sì. Bisogna però avere coscienza anche della lingua in generale, della comunicazione, e perciò dei rapporti tra le lingue; e del peso semantico che esse vengono ad acquistare o a perdere in queste relazioni. Oggi vi è la preponderanza di una lingua come l'inglese, che investe tutti i valori, tutti i rapporti. E ciò non può non incidere sulla capacità di senso di tutte le lingue. Un poeta, uno scrittore italiano, si trova in una zona di confine, in una zona di sfocamento, e dunque per lui le cose si fanno più difficili. Bisogna non appiattire nella banalità e nella omologazione generale la ricchezza delle varie esperienze, dei vari saperi; non appiattirla in una lingua non più lingua ma convenzione per la comunicazione, dove si dà l'estinguersi, l'ammutolimento delle parole.

Ed ora cosa stai preparando?

Due saggi su Cervantes, mentre sta per uscire da Garzanti un nuovo volume di versi: Allegorie quotidiane. Questo libro si colloca lungo l'attuale tensione del pensiero e del processo intellettuale. Della secolarizzazione, cioè, delle credenze, dei pensamenti, delle visioni del mondo. in questo senso è un'opera che induce lo strumento poetico ad attraversare tre tipi di mitologia: la classica, la religiosa e quella della società industriale e del suo quotidiano. Tutto questo tacitando possibilmente il simbolo ed eleggendo l'allegoria, quella che, come indicava Benjamin, può senza ritorni metafisici atemporali (come appunto il simbolo) costeggiare la storicità o in qualche modo alludervi. Va difesa, dunque, la parola: ma va difesa la nostra coscienza dalla negazione del passato e di quanto di avanzato opera nel presente. Viviamo perciò nello sforzo di dare credibilità al nostro passaggio in questa storia, al nostro operare.

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POESIE DI MARIO SOCRATE

Desistito

Il futuro se ne sta tutto solo.

Se ne sta, sembra, per i fatti suoi,

senza speranza di riaversi nei ricordi,

già suoi, ormai esausti e orfani,

eppure un tempo ancora in corsa,

e lui se ne sta ora in disparte,

fermo sul ciglio della strada, appiedato,

come un ciclista in testa che ha bucato.

Appunto

Il nulla non ha un prima,

è ciò che non muore,

non ha un creatore,

un dio, diciamo, neanche il dio del nulla,

appunto, un nonnulla.

La Pagina

Bella è la pagina bianca

così inattingibile e nuda,

pure qualcosa le manca

perchè non resti muta.

E basterebbe una parola,

anche una, una sola,

ma distintiva, tale

da poterla chiamare come,

appunto, un nome

lanciato lì a sonda

in attesa pungente

che risponda.

Prologo

S'inarcano le rovine

a sostegno dei pensieri,

vivendo per non morire

senza più desideri.

Anche il ponte che tendono

dalle pietre alle gesta

è un ponte rotto, un rudere

che alza quello che resta.

Non le abita più il sacro,

e tornano gli anni mille

su quel teatro simulacro

delle umane postille.

Ora adombrano un prologo

le incompiute rovine,

recitano un inizio

con la voce della fine.

Appunto

Il nulla non ha un prima,

è ciò che non muore,

non ha un creatore,

un dio, diciamo, neanche il dio del nulla,

appunto, un nonnulla.

Il punto di vista

Noi vissuti in questo tempo

come fosse per altri tempi,

qui a vivere per esempi

che non restano ad esempio,

tentiamo almeno quel punto

da cui l'occhio oltre s'appunti

se anche niente è sopraggiunto

là, ove noi non siamo giunti.

D'inverno

La fronte fredda sul vetro

guarda tra bianchi e neri,

domani rimossi dai ieri,

pagine abrase dal retro.

Non va né avanti né indietro

persa tra gli uni e gli zeri,

i falsi son così veri

che un metro è misura d'un metro.

Un tempo il tempo era in corsa

in una rosa d'eventi,

ora in preda a un grigio furore

lo guarda nella gran morsa

sfiatare i suoi gridi spenti

la fronte a un opaco tepore.

Favola ottimista

Una summa presumi.

Quare?

Qui siamo sempre ai frammenti.

Ma i frammenti non sono frantumi.

Esemplare,

come in una favola

di Fedro o Esopo

e con l'evidenza della rima:

i frantumi è dopo,

i frammenti è prima.

Haiku

estate, inverno

autunno, primavera,

passa così l'eterno

3 poesie di MARIO SOCRATE

( Il Politecnico, n. 35, gennaio-marzo 1947)


All'amico impiccato

Un angolo esistesse della terra

dove tu fossi rimasto!

Fino all'ultimo, anche oltre la morte

tutto era possibile ancora.

Ma come, sopraggiungendo da chissà dove,

una tesa di vento t'imbatté nell'aria,

e come una foglia secca

mosse un lembo della giacca inerte,

noi la vedemmo la tua vita staccata

da te, da noi e in fuga dalla terra.

Dopo anni, anche oggi può

raggiungerci il fremito

di quella vita in corsa

a perdifiato nel vuoto.

E quando tra noi riaffiora

un tuo gesto in qualche mossa,

l'abitudine di una tua parola

in un soffio tranquillo di voce,

noi trasaliamo. Oh vita, irrompessi

in questo spiraglio che il tuo amore

ha tramandato e il tuo dolore.


Villa Gregoriana

Benché dovunque io mi trovi,

io inseguendo mi trovo

sempre la coscienza dolorosa

della mia generazione, o inseguito,

voi, voi sacre spelonche della Sibilla,

intatte vi hanno sprofondato

secoli di verde e di acque

addensati nella valle.

Qui dove l'eco del rombo divino

ha sconvolto in burrasca calcarea le volte,

filtra come suono già di un'altra luce

l'alito delle strade d'aria

che incrociano insegnandole i colombi.

Sacro si è raccolto nel tempo

ciò che il tempo più non raccoglie per via,

per una volta sola qui trascorse

l'antica ansia delle genti.

Ed ora che un bambino spaventato

chiede dall'ombra l'eco del suo grido,

in quel punto di silenzio è come

se il mondo riprendesse ad esalare

il suo primo respiro.


Via Emilia

Nessuno, è inutile,

può ritrovare ai bordi delle strade

l'orme dei propri pensieri,

anche se lasciati esitando

negli anni militari.

Il Senio straripa

giù dalle discese e sale in gola

alle finestre della case lungo

la via nel periodo incerto delle piogge,

nel periodo ciclico dei patti

che chiamava i mezzadri

dai campi a prendere la via.

Via Emilia è una grande arteria

vibrante di luci nella notte,

e i carichi corrono e svoltano coi clacson

e i rumori si abbreviano nel giorno

tra i carri e schiere in bicicletta

che trillano un'allegra miseria operaia.

Il tempo s'incanala vivo,

è palpabile di sentori,

qui, si fa sangue.

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