LEGGERE IL NOVECENTO

Dalla militanza politica alla attività letteraria

MARIO QUATTRUCCI:

COLORI E PAROLE

di Corrado Morgia

"Quando esco il giorno è nell'ora maturo. // ma non c'è sole. // è anzi una giornata di ordinario grigio // ...solamente bigia. quanti colori ci tengono a Roma // in un corale amplesso: // ora ad ora mutevoli cangianti a volte iridescenti // se ne rammenta qualcuno più di altri: // il rosso l'ocra quasi mai l'azzurro // o il celeste di un cielo mattutino".

Parlare di Mario Quattrucci non è facile, perché la sua esistenza è stata, e continua ad essere, molto ricca di esperienze e di prove, a volte assai diverse le une dalla altre, ma sempre vissute con grande intensità e totale impegno, dalla militanza politica alla attività letteraria.

Qualunque sia stato il compito di volta in volta chiamato ad assolvere, Mario ha sempre risposto dando tutto sé stesso, anche se soltanto negli ultimi anni è riuscito, credo, a realizzarsi più compiutamente, dedicandosi con grande passione, e con altrettanto successo, alla scrittura e alla organizzazione culturale, senza più i vincoli che possono averlo frenato o condizionato in altri momenti.

Funzionario e dirigente del Partito Comunista Italiano per un lungo periodo, passato attraverso il giornalismo e poi eletto in varie istituzioni pubbliche, prima consigliere provinciale e regionale a Roma e nel Lazio e poi sindaco di Fiano, il nostro Mario è approdato ormai da vari anni alla prosa, alla poesia e alla saggistica, passioni coltivate fin da giovane, ma praticate a tempo pieno soltanto una volta libero, appunto, dalle pressanti responsabilità della vita politica e civile, interesse peraltro mai abbandonato anche nelle sua produzione di scrittore.

In una recente intervista così lo stesso Quattrucci riassume il suo percorso: "...contrariamente a tutte le stupidaggini e alle barzellette messe on circolazione sul vecchio Pci, i comunisti italiani - e non parlo degli intellettuali, dei professori, degli artisti, ma dei militanti e dei dirigenti organici - non portavano il cervello all'ammasso, ma leggevano, studiavano, frequentavano, facevano della cultura e dell'arte un loro dovere".

Come non ricordare allora, proprio a questo punto, che, uscito dall'università, Mario comincia la sua attività politica come docente alla scuola di partito, l'Istituto Palmiro Togliatti, le ormai mitiche Frattocchie, dove erano di casa il rigore, la preparazione, la serietà degli studi e della formazione culturale complessiva, ma non certo l'indottrinamento conformista di cui qualche sprovveduto continua a blaterare.

Per tali motivi, parlando più esplicitamente di sé, la conversazione così continua: "... andavamo al cinema, al teatro, alle mostre; leggevamo romanzi italiani e stranieri, non solo i classici, anche i contemporanei; leggevamo in privato e in pubblico (perfino in qualche piazza o giardino), i poeti maggiori e minori...e discutevamo, o quanto discutevamo! Facevamo notte accapigliandoci su Visconti o Fellini, su Antonioni o Bergman...; litigavamo per Picasso e Guttuso e soprattutto per Vedova o Burri o Mastroianni o Afro...; ci scontravamo su Pratolini e Pasolini, su Calvino e Gadda e sul Gruppo '63...; tutto ciò portava, portò me come altri, al desiderio di esprimersi direttamente. La voglia di scrivere l'ho sempre avuta...".

In queste righe Quattrucci delinea un quadro, che più efficace non potrebbe essere, sulla vera natura della vita politica di quegli anni ormai lontani, quando ancora esistevano i grandi partiti di massa, architrave sul quale si reggeva la democrazia italiana, e soprattutto quando politica e cultura erano ancora strettamente unite e l'impegno sociale non era sentito soltanto come pur legittimo strumento di avanzamento personale, ma viceversa come attività tra le più nobili cui possa dedicarsi l'essere umano, quando, come dice Gramsci, si fa prassi la filosofia propria di ciascun individuo, calata in un agire collettivo volto a cambiare lo stato di cose presente e a cercare, in primo luogo, di porre fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Questa era la linfa che scorreva nelle viscere del Pci.

Si può affermare tale verità senza nostalgia e senza mitizzare il passato, non tralasciando quindi i limiti, gli errori, i cosiddetti ritardi del partito, per esempio nel comprendere in certi casi il mutare della realtà circostante, con il conseguente mancato adeguamento della propria iniziativa e della propria organizzazione.

Contemporaneamente però, va ricordato che il partito stesso, e i suoi dirigenti, a tutti i livelli, furono promotori non solo della mobilitazione e attivizzazione politica di grandi masse popolari, abbrutite da vent'anni di dittatura fascista, ma anche agenti della lotta per la modernizzazione e la crescita intellettuale della nazione, ancora gravata, ricordiamolo, da una percentuale altissima di analfabetismo e più in generale da una elevata arretratezza culturale.

Ciò fu possibile grazie all'insegnamento e all'esempio di dirigenti come Togliatti, Amendola, Berlinguer, Bufalini, Ingrao, D'Onofrio, Di Vittorio, Tortorella, Chiarante, Nilde Iotti, Marisa Rodano e tanti altri, per i quali la lotta politica non era separata dalla battaglia delle idee e dalla affermazione di un pensiero nuovo, veramente rivoluzionario per il nostro paese.

Per la prima volta nella nostra storia infatti, la lotta per l'attuazione della costituzione repubblicana, e quindi per l'attuazione di una "democrazia progressiva", tale da consentire la realizzazione di profonde riforme di struttura, significava un inedito protagonismo degli operai, dei contadini, dei giovani, delle donne, degli intellettuali, tutti sollevati dalla condizione secolare di sudditi o di cortigiani e portati finalmente a livello di cittadini.

Ed è stupefacente quindi che recentemente dalle pagine di uno dei più diffusi quotidiani della capitale, un ex dirigente del Pci sia tornato ad affermare di non essere mai stato comunista, in quanto estraneo al principio della dittatura del proletariato.

Ora non è dato sapere dove Walter Veltroni, perché di lui si tratta, abbia ricavato certi suoi convincimenti, gli lasciamo ovviamente tutta la responsabilità di quanto incautamente afferma.

Il fatto è che sicuramente almeno a partire dall'uscita dalla clandestinità, e dalla guerra di Liberazione in poi, nel DNA del Pci entra la lotta per la democrazia e quindi l'idea che non si potesse fare in Italia come in Russia nel '17, principi e convincimenti peraltro già sviluppati da Togliatti nelle sue riflessioni sulla guerra civile in Spagna, tra il '36 e il '39, e anticipati da Antonio Gramsci fin dai tempi della sua polemica contro Bordiga.

Il riconoscimento del pluralismo, l'esaltazione della costituzione repubblicana del 1948, la costruzione del partito "nuovo" e l'individuazione di una via italiana al socialismo, che non era altro che l'attuazione integrale del dettato costituzionale, diventano quindi il cardine della politica togliattiana, fondata sulla riscoperta dello stesso Gramsci attraverso la pubblicazione dei Quaderni, tutti permeati, questi ultimi, da una concezione dell'egemonia non certo come "dominio" o "coercizione ", ma come "consenso", al punto che l'ultimo appello di Gramsci, pervenuto attraverso il tramite di Piero Sraffa, è stato quello della "Assemblea Costituente", nella persuasione che non fosse assolutamente possibile in Italia il passaggio dalla dittatura fascista a quella del proletariato.

Su questi valori il Pci è cresciuto, diventando quel grande movimento popolare e di massa che era e Mario Quattrucci è stato indubbiamente uno dei costruttori di questo tipo di partito, che appunto faceva della discussione nelle sezioni e tra compagni uno dei momenti centrali della sua vita, in un confronto sempre acceso tra analisi, proposte, considerazioni, la cui sintesi non significava affatto cancellazione o sottovalutazione delle diversità.

Fu il partito medesimo, con i suoi dirigenti e i suoi funzionari, (e in quegli anni, fino all'inizio dei settanta, quel tipo di scelta di vita comportava non pochi sacrifici e rinunce), ad essere una grande scuola.

Prendere la parola durante l'assemblea, leggere L'Unità (quella di allora!), fare una relazione, partecipare a una lotta, anche piccola, anche di quartiere, significava far maturare e far avanzare nuovi gruppi dirigenti, non solo di partito, ma della società nel suo complesso, persone capaci di superare le angustie del privato per sollevarsi a questioni e a visioni del mondo più complessive, fino a spaziare sui grandi temi della politica interna e internazionale.

Certo, sottolineo, non mancavano casi di personalismo, burocratismo, carrierismo, ma certi difetti erano corretti proprio dall'essere, quello, un partito di massa, dove il funzionario, il dirigente, l'amministratore, dovevano rendere conto a una base vivace, reattiva e in grado di valutare e sanzionare eventuali errori, perché il senso della disciplina non oscurava il sentimento, altrettanto forte, della critica e della necessaria severità nei confronti dei comportamenti e dell'azione di quanti ricoprivano incarichi di lavoro o posti di responsabilità.

E nemmeno mancavano l'entusiasmo, la gioia dei successi e la consapevolezza delle sfide.

Quattrucci è stato uno dei più stretti collaboratori di Luigi Petroselli, alla guida della Federazione Romana del PCI, negli anni gloriosi che vanno dalle vittorie al referendum sul divorzio, nel '74, alle elezioni amministrative, con la conquista di tante regioni e città, dell'anno successivo, fino alle politiche del '76.

Fu quello un periodo intensissimo e fecondo, ricco di progetti e di mille iniziative, per il rinnovamento urbanistico di Roma, per esempio, con l'eliminazione dei vecchi borghetti, l'avvio del risanamento delle borgate e l'inizio di un rapporto nuovo, finalmente non subalterno, con i costruttori romani, per il rispetto dei vincoli e per l'attuazione del piano regolatore.

E poi le lotte per la difesa dell'ordine repubblicano, di fronte a quella che già cominciava a delinearsi come la strategia della tensione, con l'insorgere dell'estremismo e della violenza, per il lavoro, per la casa, per gli aumenti di stipendi e salari, per il rinnovamento della sanità, della scuola, dell'università, per la democrazia in fabbrica, nei cantieri e negli uffici. per l'emancipazione e la liberazione della donna.

Una menzione particolare va fatta allo scontro sulla riforma delle istituzioni culturali, contro le vecchie cariatidi del potere clientelare democristiano, per la rigenerazione del Teatro dell'Opera, dello Stabile, della Quadriennale, degli istituti della ricerca scientifica e dei beni cultural e ambientali, per un nuovo ruolo degli enti locali e dell'organizzazione della cultura in genere

Su tutte queste iniziative si impegnarono alcune delle personalità più in vista del mondo accademico e culturale capitolino, da Giulio Carlo Argan, primo sindaco della svolta, a Tullio De Mauro, assessore alla regione; da Gabriele Giannantoni, filosofo, più volte parlamentare, ad Antonio Ruberti, divenuto poi rettore della Sapienza e ancora da architetti come Carlo Aymonino e Bernardo Rossi Doria e archeologi come Adriano La Regina a scienziati come Carlo Bernardini e Giulio Cortini, letterati come Alberto Asor Rosa, Mario Socrate, Dario Puccini e ancora Moravia, Pasolini, Maraini, Lunetta, o a sociologi come Franco Ferrarotti. E infine a personalità del cinema, Maselli, Scola, Loy, del teatro, Squarzina e Lanza Tomasi fino a Renato Nicolini, sul quale molto si discusse, ma che ebbe indubbiamente un ruolo fondamentale, come assessore alla cultura del comune, nel successo e nella popolarità delle giunte di sinistra, almeno fino al momento in cui resse l'unità con i socialisti, poi di nuovo sedotti, nella seconda metà degli anni Ottanta, dalla gestione disinvolta del potere a fianco della Democrazia Cristiana, tragicamente privata della presenza carismatica di un personaggio come Aldo Moro.

Questo era il Pci e Mario Quattrucci di questo Pci romano, capace di grandi imprese e artefice di tante brillanti proposte e realizzazioni, era esponente di spicco, insieme ad altri naturalmente, tra cui voglio ricordare personalità come Ugo Vetere, Paolo Ciofi, Piero della Seta, Vittoria Calzolari, Pasqualina Napoletano, Piero Salvagni, Sandro Morelli.

Nessuno di costoro, poteva definirsi "totus politicus", nel senso ristretto e chiuso del termine, ed evidentemente anche in Mario covava una natura più profonda, curiosa di esplorare nuovi territori, nei quali si è potuto inoltrare a suo piacimento dopo l'autonoma scelta di mettersi da parte, all'inizio degli anni Novanta.

A quel punto si è espresso tutta la sua passione per la creazione artistica, per le parole e i colori, per la letteratura e la pittura. Parole impastate di sapienza espressiva e colori tanto evocativi da descrivere Roma meglio di qualunque guida specialistica.

E allora incontri il Quattrucci che non ti aspetteresti, l'ideatore di Marè, una singolare figura di commissario, questurino, meglio, romano e innamorato di Roma, forse un po' disilluso dalle "dure repliche" della storia, sempre vissuta tuttavia in modo attivo e cosciente, ma comunque ben saldo nella fedeltà ai valori della repubblica, democratica e antifascista, e nel pieno possesso delle sue capacità investigative.

Qualcuno, forse sbagliando o forse no, chissà, potrebbe vedere nella figura di Marè, amante del Marsala, di quello eccellente, però, e della buona tavola in genere, molto legato a certi quartieri della città, l'Appio Latino, tra gli altri, una proiezione di alcuni aspetti della personalità dello stesso Mario, ma non è questo il punto della questione.

Il valore dei versi e dei polizieschi di Quattrucci infatti, non sta tanto nella psicologia, terreno sul quale pure ampiamente si esercita, quanto nella evocazione delle atmosfere, nella ricostruzione di ambienti, strade, sfumature, tonalità di intere zone della città, conosciute sempre a perfezione, di cui è capace di restituire, con un ricco e appropriato vocabolario anche le molteplici gradazioni di colore, sfruttando la sua qualità di artista e la conoscenza dei maestri della Scuola Romana, quella di Scipione, di Mafai, di Mazzacurati, di Corrado Cagli.

A questo proposito riprendo dalla raccolta "Ogni giorno è quel giorno", alcuni brani proprio da "I colori di Roma".

"Quando esco il giorno è nell'ora maturo. // ma non c'è sole. // è anzi una giornata di ordinario grigio // ...solamente bigia. quanti colori ci tengono a Roma // in un corale amplesso: // ora ad ora mutevoli cangianti a volte iridescenti // se ne rammenta qualcuno più di altri: // il rosso l'ocra quasi mai l'azzurro // o il celeste di un cielo mattutino".

Poi la descrizione prosegue: "ma Roma è il rosso. //... è, di memoria, il rosso più affocato // e a volte torvo di carminio, // o screziato di arancio e giallo o impastato // d'ocra e terre d'Ottocento e quasi // intero il nostro Novecento: // trascoloranti e interminabili tramonti //... sbavato di magenta e di pervinca // trafilato d'argento e antico bronzo".

Così l'autore ancora prosegue, in un viaggio tra la tavolozza e le strade della città: "corporale rosso dal Pincio sciorinato // e dal Priorato // a rimpiattino tra l'aureo Capidoglio e il Quirinale // rimandato trionfale dall'esedra // dei Mercati laterizi di Traiano // denso a Testaccio e all'Esquilino // a San Saba e in piazze come alla Minerva // a Madonna degli Angeli a Castello // dalle antiche Porte (all'Appia, all'Ardeatina, a Ostiense) ...

E all'improvviso, dal Gianicolo, ai Fori, all'Esquilino, appare "le rayon vert", quel raggio "di un attimo in cui il sole // scendeva dietro Porta San Pancrazio // e la luna di là di Villa Medici s'alzava //.

Traspare da questi versi non solo l'amore per Roma, ma anche tutta la struggente bellezza dei suoi monumenti, dei suoi palazzi, delle sue strade, delle sue piazze, evidentemente incontrate e ammirate in lunghe passeggiate mattutine o pomeridiane e poi descritte attraverso il filtro della memoria e della nostalgia.

Accanto all'omaggio alla capitale, nei suoi gialli, ma qui il termine va inteso nel senso di genere letterario e non di tinta, anche se Quattrucci rifiuta nettamente questa distinzione, che io qui riprendo non certo per declassarne il lavoro, ma solo per mia personale comodità espositiva, affronta anche molte altre problematiche, in cui si esercitano non solo la fantasia e l'invenzione, ma una pungente ironia, insieme con la rappresentazione accurata dei personaggi, il resoconto di vicende a volte intricate, il gusto di descrivere meticolosamente le azioni dei protagonisti, raggiungendo nell'insieme risultati in tutto degni in assoluto, ma in particolare paragonabili, se non superiori, alle migliori opere pubblicate in questo ambito, comprese quelle tanto osannate e divulgate attraverso famose riduzioni televisive, di cui Marè potrebbe essere, al pari di Montalbano, perfettamente meritevole.

Il protagonista di questi racconti, il commissario Marè, appunto, è un servitore dello stato, attempato e corpulento, ma avveduto e schierato in prima linea contro la delinquenza e contro la Roma corrotta, nemico soprattutto dei criminali "che abitano i piani alti dell'edificio sociale, e tra questi in sommo grado..." ostile ai "corruttori e corrotti di stato".

La denuncia e l'impegno di carattere politico sono quindi molto presenti in questi lavori, senza mai però appesantire la narrazione con tirate retoriche o con condanne pregiudiziali e senza appello nei confronti della città, come pure oggi è di moda fare.

Roma infatti è vista come territorio complesso e multiforme; è "millanta Rome", dove si confrontano e si intrecciano incessantemente il bene e il male, quindi non solo "sentina di tutti i vizi", ma metropoli persino ingenua e generosa, materna e addirittura "grande zinna", secondo la definizione che Quattrucci preferisce, facendo derivare l'origine del nome da "Ruma", cioè mammella, piuttosto che da "Rumon", cioè fiume.

Ma ancora una volta, per esempio in uno dei più riusciti di questi romanzi, "Troppi morti commissario Marè", protagonista sembra essere soprattutto il luogo del delitto, Roma e un posto particolare come l'Aventino, uno "dei più esclusivi e ricercati quartieri di Roma", denso di un nobile passato, perché sacro alla plebe nell'antichità, e attualmente ricchissimo di monumenti, di villini, di eleganti palazzine, di importanti istituzioni, di piazze celebri, come quella dei Cavalieri di Malta, ristrutturata nientemeno che dal Piranesi.

Inframmezzati alle abitazioni infatti, emergono, percorrendo le vie del meraviglioso colle, "istituti religiosi, scuole, centri culturali, come l'Istituto di Studi Romani, qualche ambasciata, alberghi" e parchi tra i più preziosi della città, come il famoso Giardino degli Aranci, con il suo emozionante affaccio sul fiume.

Anche nella rappresentazione di questo spazio, che è evidentemente è un luogo dell'anima, Quattrucci si esercita nel resoconto di una passeggiata, tra "i ruderi del tempio di Diana, i resti delle Mura Serviane, la via di Porta Lavernale" in un percorso che potrà condurre il viandante "da una antica basilica all'altra, lungo un arco di tempo che va dal quarto secolo ai tempi nostri... (da) Santa Prisca a Sant'Alessio, a Santa Maria del Priorato a Sant'Anselmo ... (fino) a Santa Sabina... (per scendere) ... al Tevere per il Clivo di Rocca Savella o per il Clivo dei Pubblicii - la prima strada di Roma ad essere lastricata".

Ma il gusto della descrizione dei luoghi non si ferma al rione ricco e famoso, arriva alla Passeggiata Archeologica, con le Terme di Caracalla a destra e la Valle delle Camene a sinistra, "passando tra le chiese di San Sisto Vecchio e san Nereo e Achilleo, risalendo poi la via Druso" fino a "Porta Metronia, che divide il rione Monti... dal quartiere Appio Latino" (Metronio, aggiungo io), che "si sviluppa alle spalle di San Giovanni in Laterano e si estende tra la Via Appia Nuova e il primo tratto dell'Appia Antica, appoggiandosi all'arco delle Mura Aureliane che risalgono fino alla Porta Latina e alla Porta Appia o di San Sebastiano".


Sono queste le zone in cui il commissario indaga, nel volume citato, su un certo numero di omicidi; quartieri che hanno subito negli ultimi decenni sviluppo e cambiamenti, trasformandosi da industriali, all'inizio dell'altro secolo, in residenziali, con nuove realtà che non sfuggono "all'insidia dei consueti mali sociali, oscuri e meno oscuri, che attraversano la metropoli e minano la solidità dei rapporti umani, familiari e civili".

E infatti alcuni dei personaggi che popolano il libro, divenuti benestanti, hanno paura: "...dunque, metteno in banca, comprano i bot... giocano in borsa: er risparmio cresce, se ponno permette quello che er nonno e er padre e loro medesimi quenn'erano appena sposati nun se so' mai potuti permette... la seconda casa, a capodanno er vejone, d'estate Kenia o Maldive, la machina ar fiijo, l'università. Magari la colfe. E tutto questo, invece d'esse contenti, je mette paura".

Una malattia, una morte improvvisa, un furto in casa, un crollo di borsa, può pregiudicare tutto il benessere raggiunto e quando non c'è la paura, allora subentra l'invidia, la bramosia e qualche volta persino il rimorso, "...qualche imbrojetto, un abuso, un pò d'evasione" e poi lavori in nero, false invalidità e altri trucchetti del genere.

Una piccola borghesia avida, ma timorosa, dove il familismo si scontra con sentimenti qualche volta ancora più gretti, un individualismo proprietario, cosciente della precarietà di certi risultati e per questo ancora più attaccato alla "roba", ottenuta come abbiamo visto in modo non sempre lecito.

Ma, come dice Giancarlo De Cataldo nella sua introduzione, "Marè e Telesi (scrittore ritiratosi dal mondo) indagano e indagano, contornati da un coro di poliziotti, professori, volontari, operai, pensionati: ideali simboli del Paese che resiste e si contrappone al Paese che ha sbracato", in una lotta in cui alla fine si scoprono i colpevoli, anche se con ciò non si elimina, ma al massimo si esorcizza lo squallore del momento presente, magari anche con l'aiuto di mezzo bicchiere di Marsala, sorseggiato comodamente in poltrona.

Quello che conta è non rassegnarsi mai al progetto di chi considera "l'Uomo una variabile dipendente del Dio Denaro", nella consapevolezza che trovare un colpevole non cancellerà "i problemi della Giustizia in sé", ma almeno metterà qualche impedimento nell'ingranaggio del Male, ostacolandone il pieno successo.

Quattrucci ci accompagna, in questo, come nei numerosi altri romanzi che hanno lo stesso protagonista, attraverso casi privati, di cui però, come lui stesso ci ricorda, "non può fare a meno di rilevare il legame o la contiguità con il nostro amatissimo Bel Paese e con il marciume e i delitti che cela", e questo è il motivo per cui nelle note redazionali, può affermare che nei suoi scritti "la storia narrata è di totale invenzione, ma il resto è tutto vero".

Ancora una volta fa capolino in queste dichiarazioni, insieme con la saggezza e il sarcasmo, un disincanto che non è cinismo o addio alle armi, ma piena consapevolezza delle difficoltà, ma anche di una permanente necessità, della lotta di chi vuole continuare a stare da "quella gran parte dei romani che sempre si oppose e si oppone all'affarismo e alle trame, alla viltà e al tradimento di forze politiche dominanti e di settori deviati dello stato, i cui nomi e cognomi quasi mai sono romani e molto spesso invece, del Nord", compiendo, oltre tutto, in questo modo, opera di lucida testimonianza del proprio tempo.

Impegno civile, dunque, come si sarebbe detto in altri momenti, ma insieme, soprattutto, gusto del raccontare, dell'indugiare sui particolari, dell'affidare alla letteratura il compito di trasmettere stati d'animo, emozioni, ricordi, cosi come analisi e tentativi di interpretazione del mondo.

Il linguaggio attraverso il quale tutto questo si esprime ha una importanza fondamentale. Il punto di partenza è il "sommo esempio di Gadda e del suo Pasticciaccio", mentre il punto di arrivo, come è stato detto in modo molto adeguato, è la "romaneria", un lessico in cui "s'inanellano i sugosi fiori della parlata romana", quella splendida "patina linguistica che indora pagina dopo pagina, frase...dopo frase".

Proprio qui allora, è doverosa la citazione di un eccellente saggio di Valerio Chiocchio, "Il romanesco nel giallo contemporaneo", in cui viene ripercorsa la storia del dialetto della capitale dalle origini ai giorni nostri, attraverso l'analisi di una serie di romanzi gialli di ambientazione capitolina.

Gli autori presi in esame sono Giancarlo De Cataldo, Massimo Mongai, Giovanni Ricciardi e Mario Quattrucci, che in un'intervista riportata nel volume, accanto a quelle degli altri autori, alla domanda su quale lingua si parli oggi sotto il Campidoglio, risponde che: "Quella che si parla oggi a Roma è una lingua che io chiamo 'romanese', non il vecchio romanesco belliano ottocentesco, ma quello che discende dal dialetto - già alleggerito ed edulcorato. di Pascarella e Trilussa. 'Un italiano de Roma', così definito da Vignuzzi".

"La lingua di Marè - sostiene lo stesso Chioccchio, in un altro punto del suo studio - è fondamentalmente nostalgica, pur accettando a malincuore le innovazioni del giovanilese, e facendone tesoro... è possibile affermare con certezza, che la lingua del commissario volge ininterrottamente uno sguardo al passato, passando dapprima per Mauro Marè, poi per Gadda e infine per l'immortale Belli".

"Un'operazione linguistica un po' spericolata - chiarisce ulteriormente Quattrucci - da un lato usare quanto ancora di permanente si sente in giro del dialetto romanesco... dall'altro attingendo al dialetto antico, usando i termini e i modi di dire desueti come fossero neologismi, tentando per questa via... di creare effetti stranianti rispetto al racconto". Si tratta, in conclusione, di un "uso del pastiche" rifiutando il mimetismo a favore di una forma di espressionismo, in nome di una concezione della letteratura assi diversa da quella oggi prevalente, non consolatoria, non d'evasione, non realistica nle senso storico del termine.

Il risultato è la rappresentazione, accurata e precisa, di "quel callarone gigante" che è la Roma contemporanea, attraverso "una scansione di parole, che coniuga... la storia, l'esperienza vissuta e la previsione del domani", in un continuum linguistico che, come dice Tullio De Mauro, "si svolge ricercando richiami e ritessendo raccordi tra giorni diversi, tra ieri luminosi o cupi e un incerto presente...", con parole che rimandano a linguaggi, dialetti e codici diversi, così da riflettere in qualche modo il magma di una città - mondo.

Infine una riflessione ultima sull'uso del nome Marè, attraverso cui si sostanzia e si manifesta un ulteriore tributo alla storia e alla cultura romana e romanesca.

Esso rimanda infatti al notaio e poeta dialettale, dove il dialetto sia chiaro assurge ai livelli della lingua di belliana memoria, Mauro Marè, il "noeta", nato e vissuto nella nostra città tra il 1935 e il 1993, che in circa venti anni di attività ha pubblicato sei libri di poesie e il romanzo Controcielo, raccolti poi in un'unica edizione nel 2014, che meriterebbe di essere molto più conosciuto e quindi molto maggiormente apprezzato.

Con lui Quattrucci, insieme a moltissime altre cose, ha in comune l'inziale M, con la quale spesso si firma.


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