Speciale Mario Lunetta

Prospettive critiche

MARIO LUNETTA: LA POSIZIONE FORTE

di Cesare Milanese

Una lettura approfondita della poetica antagonistica dello scrittore romano, indagando i versi del suo recente libro "Magnificat. Poema da compiere, todavia". Frutto ultimo di una produzione copiosissima che costruisce il suo 'èpos' proprio nella determinazione frontale ad opporsi al mondo com'è, capovolgendo l'insensato dell'atto letterario in sensato. È nel testo-tessuto di questa irriducibile e radicale sfida al niente che si frammettono delle epifanie, cioè dei plessi di sospensione come 'luoghi' in cui stare idealmente e umanamente per contestare i non-luoghi del non- mondo.

Mario Lunetta: la posizione forte. Perché questo è il suo modo d'affrontare l'epoca: avversativamente, senza perplessità e senza reticenze, così come l'epoca stessa esige. Quindi frontalmente, giacché la frontalità è sempre il modo migliore per entrare nell'essenzialità. Ed è ciò che in Mario Lunetta avviene con duplice intensità: come uomo che si sente in attrito con la condizione storica contingente e come poeta armato di sperimentalità, quale migliore modalità per affrontare tale realtà con il dovuto attrito linguistico ed espressivo, apertis verbis e a frontalità conseguente, essendo lui un agonista che conosce bene se stesso. Infatti: "((Eccomi, mi confesso: sono uno sporco umanista / un disarcionato cavaliere dalla trista figura / ‒ e todavia non conosco / paura o timidezza, doppiezza / o abiura))" (p. 43)

Così si sa subito con che cosa e con chi si ha a che fare. La cosa, come cosa di cui e su cui, è la conflittualità stessa; il chi, di conseguenza, è un autore che opera nel confliggere con le modalità proprie del confliggere. Condizione, questa, imposta dalla realtà stessa dell'epoca, vista, vissuta e giudicata come "luogo" di un "tempo desolato": di un tempo da mala tempora. C'est la faute à l'histoire? Questo sembra voler dire l'autore in quanto uomo e in quanto poeta (sono in due) storicamente determinati, sia politicamente e sia letterariamente. E pare che ciò che l'autore dice come uomo politicamente informato, sia ciò che l'autore come poeta formalizzato sottoscriva, anzi sovrascriva.

Tuttavia (todavia, per attenersi al suo lessico), l'autore come poeta, rivolto all'autore come uomo (il politico tutto storicizzato dalla "situazione" in atto), si ha l'impressione che si sia dichiarato con quel che segue: "Tu dì pure quello che intendi dire: concettualmente io lo trascriverò fedelmente, ma testualmente nel modo poetico mio." Come a dire: a ciascuno la propria autonomia. Qui lo si dice come questione della distinzione che costituisce il dato di fondamento di ogni vero autore, per cui Mario Lunetta, essendolo, se ne rimarca la natura e la tempra, che questo suo Magnificat (Edizioni Tracce, 2013) conferma.

Di per sé, come peraltro tutta la sua produzione precedente (anche quantitativamente imponente), verrebbe da definire un èpos per l'epicedio del "mondo desolato", che tuttavia egli affronta non certamente in termini da lamentatio, bensì da accusatio: da forza contro forza, il che conferisce al proprio discorso l'impronta dell'imponenza, riconosciuta come tale anche come qualità portante di ciò che egli esecra. Forza contro forza, appunto. D'altronde è la stessa tematica della conflittualità che ciò esige: ecco perché gli si deve riconoscere la dimensione propria dell'epica. Ed ecco anche perché, senza timore di smentita, ci è venuto di poter formulare: "Mario Lunetta: la posizione forte". Posizione forte ovviamente perché consonante con un "pensiero forte", tale essendo, in ogni caso, anche e soprattutto nelle sue negatività, la realtà che odiernamente s'impone. E ciò a evidente smentita delle varie esortazioni a pensarla contrariamente (debolmente) per sottrarsi a essa e non certamente a vincere su essa, anche mediante essa, come dialettica classica insegna.

Peraltro una poesia forte è concepibile soltanto in presenza d'omologia con un pensiero forte, giacché la realtà, quale essa sia, è sempre la cosa forte, se non la più forte. Mario Lunetta questa intuizione ce l'ha, con convinzione convinta. E se ne spiega il perché: Lunetta Mario, classe eccetera eccetera (di "classe" in ogni senso), storicamente, intellettualmente ed esistenzialmente proviene dall'era della dialettica classica; da rapportarsi, quindi, a prima delle irruzioni dovute alle caoticità vantate dalla dialettica negativa (in realtà la "fuoriuscita" dalla dialettica stessa) con tutte le irrazionalità e le mistiche che ne conseguono.

Se è noto che gli adepti al culto partecipativo della crisi (parola chiave dell'epoca in corso) amano coinvolgersi in essa come luogo delle beatitudini dei discorsi narcisistici, da gorgo alla Maelström che non cessa, la presa di posizione diametralmente diversa (e pertanto avversa), non fa corpo con la crisi, bensì con la criticità della stessa: il che è tutt'altra cosa. Sull'aspetto della criticità come modalità costante in Lunetta valga la ben dichiarata e ben analizzata descrizione di Francesco Muzzioli nella sua prefazione. E circa li "maggior sui" (di Lunetta) in quanto a nomi superlativi dai quali vien fatta derivare la sua criticità non occorre nemmeno star qui a ricordare, per esempio, nell'ambito dei poeti, un Majakovskij o un Brecht; e nell'ambito dei maîtres dei poeti, uno Sklovskij. I quali, peraltro, lo stesso Lunetta nomina in testo e in contesto come referenti dei suoi fondamenti.

Ma costoro avevano la Grande Storia a loro disposizione, Mario Lunetta, che pur proviene da questa storia, trova davanti a sé il "dopo" di questa storia con cui dover confrontarsi: ragion per cui non può non riferirsi anche ad autori successivi, già diventati testimoni da preavviso di questo "dopo". Quali possono essere stati un Alfredo Giuliani e un Antonin Artaud, messi da lui in esergo al suo Magnificat. Il brano di Giuliani dice: "Ma io-qui-ora, dolorosa sospensione, so / che non basta, non ammetto la conclusione, / non indulgo, è lo stesso, la noncuranza / si corruga. Con gli anni tutto diviene / simbolico, capire è un sentito dire, poesia / nient'altro che la paralogia dei soliti discorsi." Mentre il brano di Artaud dice: "Car je tire de rien quelque chose et non de quelque chose le Rien."

Consideriamoli assieme questi due epitaffi. Giuliani: "Siccome io, qui e ora, in situazione quale viene data (situazione da sospensione dolorosa), so che non può esservi data conclusione: sono anni, questi, in cui il simbolico ha sostituito il reale e tale simbolico, anche se usato in poesia, è paralogia di discorsi non poetici, perciò di discorsi senza vero significato, da quando l'insensato storicamente è sopraggiunto". Di rincalzo Artaud, per il quale l'insensato riveste l'essenza del niente, da quel nichilista estremo che egli era, aggiunge: "Anche se mi si dà soltanto il niente, io, quale esperto del niente, saprò sempre e comunque trarre da questo niente una qualche cosa."

Lunetta, allo stesso modo (o quasi), ritiene che questa sfida al niente debba essere mantenuta, anche se il linguaggio idoneo allo scopo, quello della poesia, ha assunto storicamente i tratti della paralogia. Praticandola di forza, la paralogia, per forza di parola insistita, saprà ergersi e imporsi come se fosse retta e "corretta", non tanto etimologicamente e sintatticamente quanto poeticamente: che è ciò che conta. Ne consegue un capovolgimento dell'insensato (il bersaglio di Lunetta) in sensato, con il ricorso a una "manovra" da autentico capolavoro. Complimenti!

Ciò che è stato "manovrato" è la forma-sarcasmo: arco di frase che incocca e scocca la freccia dell'invettiva. Un'invettiva articolata come un argomento, che in poesia, però, si fa questione d'atteggiamento, di stato mentale e d'animo, a sfaglio di sarcasmo. Firmato Marius Lunula, come egli stesso si denomina. Tutto ciò per quanto riguarda il perché: ora vediamo il percome della sua produzione (incessante, senza tregua, enorme). Una spiegazione va data a tanta intensità e a tanta prolificità. Si trova in un suo "ricorso del metodo": quello di dire all'istante di tutto ciò che si offre all'impulso del dover dire, giorno per giorno, nella convinzione, giusta, che ogni accadimento minore rinvia a una ragione maggiore. Come a dire: dalla quotidianità immediata alla generalità "sistematizzata" dalla storia (per quanto perduta).

Pertanto se il criterio è quello di scrivere di tutto e per tutto, "giorno per giorno", ecco che il metodo può fregiarsi del motto: nulla dies sine linea (versificata). Soprattutto perché, essendo vigilanti su tutto ciò che compare ogni giorno non manca mai materia di che. Resta spiegata così la sua sovrabbondanza. Indubbiamente si tratta di un gran metodo: reggerne il ritmo è il problema. Lunetta, todavia, lo fa, perché, evidentemente, ha la forza per farlo. A conferma, come già si è detto, della sua posizione forte.

E detto questo di Lunetta, a nostro parere, si sarebbe detto il tutto che conta. Il resto, volendo procedere, non è che lettura a conferma del già detto. Infatti, a proposito della poetica del nulla dies sine linea c'è un passo-plesso che la sottolinea: "Ogni giorno somiglia sempre di più / a un domatore che si diletti / dei suoi schiocchi di frusta / contro l'aria pesante, miasmi, odori / nauseabondi: puro / esibizionismo naturalmente, sorridente minaccia / all'indirizzo / di non pochi solerti esecutori / di rancidi esercizi todavia todavia" (p. 26)

Come si è già appurato, mentre ai "contenuti" provvede l'uomo (il politicizzato ben radicato); alle "forme" (poeticità, romanzità, teatralità, saggisticità, criticità, prefatità, giornalisticità, ...) provvede il poeta (quello che sottomette tutto alla propria scansione di parola, cioè alla questione della letteratura come tale). Costui, peraltro, ancora più radicale dell'uomo politicizzato, nella sua specialità, perché è proprio lui, il poeta, a rivelarsi dotato dell'instancabilità: un senza tregua, appunto. E si può dire quasi costantemente sulla scia dei "maggior sui" già ricordati: i più "epici", Majkoskij e Brecht, ai quali va aggiunto Pound; e i più "ultimativi", quali Celine e Artaud. Come a dire da quando la storia si svolgeva "in grande" a quando la storia ha cominciato a diventare "ultimata". Lunetta sa mettere insieme i due "stili": "Andando avanti negli anni (come si dice, forse / mentendo senza saperlo), nelle bianche caverne / degli anni, nelle cave di pietra bianche (trapanate duro, /straziate), nelle fosse, nelle forre, / nelle foibe / del viva il Duce a morte Tito!, per es., sotto / le forche caudine / caudate come sonetti (baffi, epitaffi), noi gente / che va e viene ciecamente / dagli anni bianchi dai giorni lunghi come anni / viceversa versavice (vix) / attraversando (maledetti! / stramaledetti innocentissimi!) tempi e maree / con cautela da gamberi frenesia / da scoiattoli (Kyrie! Impazienza! Muerte!) " (p. 38).

Essere autore epico, malgrado i tempi che corrono? Il metodo del giorno per giorno, accadimento per accadimento, nel cogliere la "situazione" ne ravvisa tutta la distanza dalla "dignità" storica da cui è decaduta: tale da meritare la sarcasticità che il poeta le infligge, preso da "disdegnoso disgusto". L'epicità, non dimentichiamolo, s'innesta sempre sul pronunciamento di un giudizio di valore, oltre che storico: ("Tutto ci pare troppo ricco di vita, di spessore / superfluo: tutto perciò / deve cedere parte del suo sangue, che vada pure a remengo, inabissato / in qualche nera palude di questo mondo / che marcisce e sempre si rigenera"). (p. 23)

Però, todavia, trattandosi anche di giudizio di valore, nella "frase poetica", sempre comprensiva anche di altro, si avverte la presenza della pietas delle cose, che non manca mai in Lunetta, che, con accenti leopardiani dice: "Sembra che questa nostra inenarrabile natura / di foglie con viscere di bronzo destinate / a ingiallire accartocciarsi / e finire in polvere"). (p. 22) Il frammento di testo che segue, di questa pietas, tutta razionale e tutta civile, ne è una vera codifica: "una ratio civile, un grumo / di solidarietà, un barlume / di complicità non strumentale (qualcosa insomma / che si sarebbe definito un tempo todavia / con spirito / incrollabilmente laico / inter arma caritas) " (p. 74)

La domanda è questa: il pianeta post-moderno merita di essere guardato con questa pietas-caritas? Che, detto tra parentesi, è posizione forte anche questa. C'è, in proposito, un'immagine sintesi che condensa l'essenza "ontologica" di questa post-modernità, che ha il suo simbolo nell'arcata che connette Chernobyl e Fukushima. Immagine di un disfacimento che non riguarda soltanto le condizioni delle idealità e delle vivibilità, ma anche quelle primarie della fisicità stessa del pianeta: "A tutti i massacri presiede una ritualità / che forse è il loro maggior fascino, e attraversa / La nuvolaglia dei millenni..." (p. 41) Giacché anche in tempo di pace (!), le nubi purpuree bastano a far coltre dietro alla quale il mondo ormai sa che non ci sarà l'Artefice (un Dio, secondo Nietzsche) che lo salverà.

Per esempio, l'Occidente, come vuole il suo nome, è occiduo (e sempre più anonimico). Perfino la sua lingua non è che un esperanto apolide, sicché: "Per orientarsi / in questo groviglio / di direzioni senza direzione / (de kie vi venas -da dove vieni?) / (cu por vivo, cu por morto - sia per la vita / che per la morte: fuzzy logic! /fino a chiedere aiuto (o pietà), misericordia / e un filo di esperantica speranza / al V Canto dell'Inferno / del Gran Padre ch'è molto infero e poco paradiso (per cui meglio lasciarsi andare nel divagare in xenoglossia. N.d.R.): Iam pri Lanceloto ni por distro / Legadis kien lin amor'ekkaptis; / Solaj ni estis, tute sen suspekto. / Otte soveti ja okulojn nianjn / Tiu legado; kai palii fruntojn, / Sed jen la sola punkto nin venkinta." Ma già il Gran Padre della nostra lingua, sempre a proposito del "Nessun Dio che vi soccorrerà", aveva detto: "Lasciate ogni speranza voi che siete già entrati in questo mondo-non mondo."

E ancora: "Ora, oramai cos'ha in bocca il mattino non si sa, / non si sa più: ma certo è un sapore / di metallo già nobile / adulterato senza rimedio da un'invasione di piombo, / morbida materia bianco-azzurognola lucente, che / si fa rapidamente opaca / al concetto dell'aria / Ha una compostezza todavia, un elastico aplomb / Il suo simbolo è Pb, semplicemente ‒ / e in questi giorni sinistrati viaggia in compagnia / del plutonio (simbolo Pu); del cesio (Cs), dell'uranio (U) / e altri capricciosi elementi / in cerca di plausibile collocazione nel caos / di questo irritabile pianeta" (p. 48)

La storia non intende fare da maestra e anche se volesse farlo, è il soggetto uomo, cui l'insegnamento dovrebbe essere rivolto, che non è in grado di capire. Costui neanche ascolterebbe, soprattutto in materia di vita, giacché la verità è questa: la storia è una cosa, la vita è un'altra cosa. Sarcasticamente, il lunulante direbbe che, nella storia, l'uomo è uno "sconfitto maquis", il quale, nella vita, si addobba con un "maquillage en travesti". E pensare che in altri tempi costui si sarebbe pensato come il soggetto che aspirava a comprendere e a padroneggiare tutte le cose.

Questa constatazione di "complessività" non deve essere considerata un eccesso, giacché la tensione e l'attenzione elaborate da Lunetta (in quanto "epico") investono un'idea che passa tutto in rassegna: la res historica, la res humana, la res diuturna, la res poetica. Di quest'ultima, diciamo, che il lunista sa esserci dentro con quella maestria che la poesia esige: essere un punto del lessico "d'onde si traggon d'ogni parte gli urti". Gli urti, infatti, sono per lui la materia prima. Si è detto all'inizio che il confliggere costituisce la ragione del suo dire e del suo modo di dirlo.

Ora la questione è sapere se la desolazione della "storia desolata", che presentemente incombe, sia dovuta alla congiuntura di questa post-modernità (dialetticamente superabile, in un futuro progressibile umanisticamente), oppure se essa sia la condizione cosmologica di un ormai per sempre. Non ce lo dicono mica i versi seguenti, che qui decontestualizziamo dai ragionamenti antagonistici rivolti al sociale immediato: peraltro, troppo ben scanditi per non doverli considerare a sé come sentenza "ultimativa". Anche Mario Lunetta potrebbe essere annoverato tra gli autori ultimativi: "Basta / un piccolo sforzo - d'intelligenza, / più che di volontà probabilmente - per uscire / dall'enorme nube ipnotica / in cui siamo immersi, ormai già prima / di venire al mondo, prima / che il mondo venga a noi todavia" (p. 87)

Prima che il mondo del "di fuori" si faccia mondo del "di dentro", quello di cui il poeta si rende artefice della sua stessa auto-identificazione: "Penso talora senza troppo divertimento / di non essere l'autore di nessuno dei libri / che mi vengono attribuiti / solo perché portano il mio nome. / Un gioco forse, mica / una tragedia" (p. 27). Lui dice. E invece, tragedia lo è. Lo è perché il mondo del "di fuori", tragico lo è per se stesso. Ed è di conseguenza tragico il doverlo attraversare. Perciò anche qui spetta al poeta far ricorso al "ricorso del metodo" suo, escogitando e collocando, di tanto in tanto, in questo suo discorso d'attraversamento della desolazione, plessi di "sospensione", in cui poter risiedere come soste ideative. Qui la questione è interamente estetica: si tratta di epifanie, che Lunetta, infatti, si concede e nelle quali, sia pure fugacemente, indulge. Peraltro lo schiudere e l'includersi nei plessi delle epifanie è regola universale di ogni poesia, cui ogni poeta ricorre, anche perché vi deve ricorrere dovendo essere poeta: l'epifania, in poesia, ne è l'acme.

Sicché, se da giovani, supponiamo, si è sillabato parole in greco, Omero potrebbe immediatamente fare la sua comparsa ("ero buffo ma bello todavia / non ci sono santi, la gioventù / è una gran dote / anche nella terra di Omero / che poteva soltanto immaginarla / senza vederla" (p. 43) ) per dare luogo alla seguente epifania dedicata al vivere di se stesso, rievocativa di qualcosa di molto più vasto della "situazione" minore del giorno per giorno del mondo, quale esso è diventato: ormai non più diventabile ciò che idealmente (e anche realmente) è già stato. È questa, infatti, la tragedia. Le epifanie non sono mai elegie.

Si suggerisce al lettore di leggere e rileggere più volte, anche con calma, tutta la poesia siglata VIII (pp. 42, 43, 44), esemplarmente indicativa del processo di auto-identificazione dell'autore, di cui si diceva. Perché è su questa lunghezza d'onda di lettura che si possono cogliere meglio, sparse qua e là, in tutta la raccolta del Magnificat, le epifanie variamente dislocate in ogni suo dove. Il lettore esige un altro esempio? Eccolo: "Personalmente / cerco un angolo meno raggelante / in certi versi di Ovidio / Nos quoque quae ferimus, tulimus patientius ante: / vae, mala sunt longa multiplicata die / ‒ sic me quae video non videoque movent / o (di rinforzo) in certe sentenze di Lucrezio / Nil igitur mors est ad non neque pertinet hilum" (pp. 49-50)

Stabilito questo punto, possiamo anche concederci di procedere ad andatura più pausata, privilegiano la lettura per "slarghi" da epifanie, piuttosto che per vie "argomentative" direttamente antagonistiche, ma tenendo conto che Lunetta sa far uso delle une e delle altre con intenzione consapevole della loro modulazione, in dovuta alternanza. Inoltre, spesso, le epifanie si avvalgono dell'icasticità delle immagini tratte dall'iconicità delle arti della visività (questa, della predilezione per le arti della visività è una sua propensione genetica, si vede), che sa fare di lui anche un poeta da "paesaggio": "Non escludo per dire il fiore azzurro / della cicoria il giallo fiore trasparente del cappero e magari / ‒ che so - una scheggia di guscio di lumaca una metafora / di Gòngora pescata in un acquitrino una risaia / o una risata per non piangere" (p. 21). Se ne può dare un'altra epifania d'esempio di questa specie: "Ah i voli iridescenti di farfalle / nel cielo verde / dei giardini romani dipinti a scaglie di faville / dal mio amico Edolo Masci / che non c'è più, se n'è andato" (p. 44)

Naturalmente questi plessi epifanici si rivelano tali leggendoli nell'insieme in cui sono immessi, con improvviso effetto di stacco come momenti "neutrali" sottratti al decorso "argomentante". Tuttavia (todavia) sanno essere "argomentanti" anch'essi e farsi perciò epifanie di pensiero (sia pure entro il contesto della sua - di Lunetta ‒ antagonisticità irrinunciabile): "Verrà un po' dopo, il piacere dell'interpretazione / con tutti i suoi rischi todavia, col tempo / e con la paglia - quando / maturano le sorbe e la canaglia / Un po' dopo todavia verrà / anche il suo rovescio: ciò che la dismisura / non contiene più / nelle proprie membrane irrigidite (bianchissime / notti, mattini di tenebra, ossa, / ripetizioni)." (p. 68)

Tali plessi epifanici, pertanto, sono "luoghi" in cui stare idealmente e umanamente: motivazioni profonde, perciò, per far insorgere l'autore con le sue esecrazioni per tutte quelle "situazioni di luoghi" diventate "non luoghi" (come si dice ora), dove non è più dato di poter umanamente stare. Che è ciò che succede, per contagio con il resto del mondo in via di diventare "non mondo", anche al già "luogo" Italia e soprattutto al già "luogo" Roma, che è il luogo ancora più tutto suo, del Lunetta Mario.

Sull'Italia: "Quest'Italia di ora, mi dico / nell'asfissia di un'assoluta / assenza di speranza - quest'Italia". (p. 62) E inoltre: " (È tutto un happy games, un happy bingo / quest'Italia pochade Wikipedia: / cadavere che nel pensier mi fingo, / farsa che non diventa mai tragedia. / Se nel disgusto la mia penna intingo / dal culo mi sottraggono la sedia. / Se mi aggiro collerico e ramingo /altra scelta non ho se non l'inedia)." (pp. 71-72) E poi su Roma, ora diventata "città delle ceneri": "Si dice che ogni città contenga / tutte le altre / senza distinzione / in una somiglianza (o un'illusione) / di identità assoluta todavia per cui / nessuna è simile / a nessun'altra e nel mondo / c'è ormai un'unica town / un'unica ville un'unica Stadt un'unica pòlis / una sola ciudad una singola ciudade / una macro-urbe / defunta e seppellita, senza / profilo, fisionomia, memoria (anche se / in diverse località degli States / si vedono todavia / copie life-size della vecchia Europa / che sembrano / scenari di colossal storici Metro Goldwin Mayer)". (79) Perciò anch'essa assimilata alla simulacralità che sta investendo la globalità del mondo, che si avvia a diventare un "non luogo", cioè un non più mondo.

Un mondo non più mondo? C'è un momento, anche questo epifanico e tutto leopardiano, che dice: "Ci si sveglia sempre un po' dopo / che il gallo ha cantato (nove volte su dieci / con voce arrochita)." (p. 31) Un punto d'acme, appunto, di questo magnificente Magnificat, che rinvia ad andar a rileggersi subito l'ultraultimativo Scir detarnegòl bara letzafra.


MARIO LUNETTA, Magnificat. Poema da compiere, todavia, Prefazione di Francesco Muzzioli, Edizioni Tracce, Pescara 2013, pp. 109, € 16,00.