Speciale Mario Lunetta

MARIO LUNETTA E LA SCRITTURA

di Francesco Muzzioli

Adesso che la scrittura ininterrotta di Mario Lunetta è stata fermata dalla malattia, quando riusciremo a sopportare il grande vuoto della sua perdita -su tutti i livelli: creativo, critico, organizzativo, amicale - allora dovremo provare a ripercorrere le tappe del suo itinerario letterario e a interrogarci non solo sul suo valore, che è grande, ma anche sul suo senso. La scrittura è stata in qualche modo la sua vita stessa, tanto intensa ne è stata l'applicazione pressoché quotidiana, tanto a largo raggio ne è stata la pratica, su tutti i generi possibili, lungo l'arco di innumerevoli pubblicazioni, la cui bibliografia completa sarà arduo comporre per intero.

Sarebbe troppo facile applicare al rapporto di Lunetta con la scrittura il titolo da lui stesso scelto per la raccolta degli scritti sugli autori francesi, Il vizio impunito, perché quel rapporto va ben oltre una questione psicologica. Può darsi anche che a qualcuno la scrittura appaia un modo per compensare le frustrazioni e riversarvi dentro una sorta di incontinenza verbale... Non per Mario Lunetta. Perché la spinta della sua straordinaria attività di poligrafo, la molla profonda di questa così ampia produzione di istanze letterarie era chiaramente una pulsione politica, e dico "politica" in senso lato, non certo la politica di mestiere oggi così decaduta a malaffare, tracotanza e furberia, che egli condannava senza mezzi termini, bensì un "interesse pubblico" saldamente fondato sul rigore etico e civile, la considerazione della letteratura come "bene comune", con uno schieramento esplicito - con il sangue rosso e il cuore a sinistra, come suol dirsi. Un impegno non legato alle tattiche momentanee, ma gramscianamente rivolto alla lotta per una nuova cultura, dove l'intervento diretto sulla cronaca era anche possibile (e si veda, ad esempio la satira antiberlusconiana della pièce Prigioniero politico), tuttavia non era la regola: l'impegno Lunetta lo declinava in molti modi, ed essenzialmente (come voleva Benjamin) nella stessa tendenza testuale della sua specifica tecnica di scrittore. Coltivando un lucido progetto di alternativa letteraria: partito a ridosso delle avanguardie degli anni Sessanta, Lunetta non ne ha smentito i presupposti come hanno fatto in tanti, ma li ha sviluppati liberamente, ponendosi forse meno tabù e senza il mito dell'innovazione a tutti i costi e del disordine assoluto, ma con non minore impulso contestativo e dissidente. Tornando un poco indietro, forse, ma per prendere la rincorsa e saltare ancora più avanti. In condizioni, per altro, sempre più difficili, Lunetta non ha rotto i ponti con la tradizione, ma ha lavorato al recupero delle linee altre del passato, non rifiutandosi dal rimettere alla prova anche le forme chiuse, senza omaggi reverenziali e nostalgici, ma in vista della loro rifunzionalizzazione ad obiettivi d'opposizione. L'amore per la scrittura, che certo provava, si concretava allora nel ritorcerla contro i malestri della degradazione commerciale e nel farla sua con il massimo di consapevolezza e di rigore.

La cosa che più mi colpisce, adesso, guardando indietro alla luce della lunga comunanza di iniziative e di reciproco scambio, non è soltanto la frequenza delle uscite, ma anche la varietà dei generi investiti in quello che si può ben chiamare un intervento a tutto campo - o, per parafrasare un altro suo titolo, una Invasione di campo in tutti i campi. Dove pure non è soltanto da vedere la dote della versatilità o la sfida con se stessi, ma è di nuovo quella pulsione politica che dicevo che si trasforma nell'urgenza di non lasciare alcun fronte sguarnito. E dunque occorre provare tutti i tipi di scrittura e tutti investirli con spirito contestativo. Se la poesia è all'inizio del percorso, grazie allo spazio che offre in quanto linguaggio creativo e campo aperto all'immaginazione, tuttavia molto presto Lunetta ha fatto ingresso sul terreno del romanzo, procedendo dagli anni Settanta de I ratti d'Europa e Mano di fragola agli anni Duemila de La notte gioca a dadi e del recente Catalogo degli scommettitori morti. Una narrativa a tinte forti, ora drammatiche ora grottesche, che non ricorre a facili effetti di trama, quanto piuttosto si addentra nei labirinti di complotti, inganni, raddoppi, ovvero grovigli del male sociale, usando il punto di vista di un personaggio in crisi, mai eroico superuomo, coinvolto nelle situazioni e spesso impotente fino alla sconfitta e al delirio. In un caso, Guerriero cheyenne, c'è il ricorso originalissimo a un narratore balbuziente, con una parola che arriva sulla carta a fatica e con sforzo, a significare tutta la problematicità moderna dell'azione stessa del narrare.

Parallelamente si è svolta la produzione di racconti, i testi in prosa più brevi e dotati di sorpresa, dove Lunetta si sbizzarrisce puntando ora sulla immaginazione surreale, ora sul tic linguistico, e via via con molte altre soluzioni, compresa la ripresa di personaggi letterari. Poi, molto consona all'autore è la presenza nel teatro dell'opera drammaturgica (che andrebbe raccolta in volume): anzi direi che una vocazione teatrale soprintende a tutta la sua scrittura, visto il dinamismo linguistico che la anima, il frequente gioco dialettico-dialogico (al genere dialogo appartengono quei deliziosi "dialoghetti blasfemi" della Mela avvelenata) e il fatto che i suoi testi in versi si prestano benissimo alla lettura a voce, sia da parte dell'autore stesso che di attori, come Giuliana Adezio che ne è stata l'interprete più vicina e appropriata. Anche il suo ultimo romanzo, Catalogo degli scommettitori morti, ha per protagonista un regista e per clou una rappresentazione "impossibile" di teatro all'aperto.

Ugualmente ampia quanto l'opera creativa è stata l'attività critica: fatta di saggi, recensioni, relazioni a convegni, prefazioni, presentazioni, antologie, riviste, almanacchi (come l'Almanacco Odradek, un'eroica dimostrazione di cosa potesse una rivista nell'epoca di internet), interviste e tanti altri interventi. E occorre aggiungere il rapporto con i pittori e quindi i contributi ai cataloghi di mostre e svariati altri contributi. Questa attività è altrettanto ininterrotta e dimostra una grande generosità nel promuovere le scritture altrui e una grande capacità di mobilitazione delle forze intellettuali e creative. Nonché, sempre, una rigorosa "linea di ricerca", per una letteratura non arresa alle mode o ai valori del mercato, insensibile alle sirene sia del finto progresso postmoderno che delle nostalgiche regressioni spiritualiste.

I termini in cui si è mosso costantemente Lunetta, con grande fedeltà alle sue scelte originarie, possono essere bene evidenziati nelle due formule teoriche della scrittura materialistica e della scrittura dell'orrore. E con esse possiamo tornare a interrogare la sua poesia. Dal punto di vista delle forme, l'opera in versi si presenta in continuo cambiamento e in inesauribile sperimentazione, tenendo insieme l'intervento sui significanti e quello sui significati, non perché i due livelli debbano fiorire spontaneamente insieme, quanto piuttosto per l'esigenza di non lasciarne immutato nessuno dei due. Il centro dell'operazione, poi, non risiede in una elevazione verso il sublime, quanto nel ribattere sopra un punto critico nodale che è la corruzione sistemica, la visione in nero di una realtà che discende inarrestabilmente sempre più verso il degrado, senza però che ciò comporti la depressione o l'omologazione, rilanciandosi al contrario la replica secondo il motto desunto da Caravaggio "Nessuna speranza nessuna paura". D'altro canto, però, alla ripetizione del rifiuto reiterato, fa fronte, come accennavo, la passione per la molteplicità, che è anche un portato della sensibilità materialistica, convinta com'essa è che l'unica felicità è corporea e dunque passa per la pluralità dei sensi. Allo stesso modo del piacere materiale, così la parola esce dalla mente attraverso i pori di molte modalità, e di qui deriva la scrittura polimorfa versata nel ventaglio dei generi, non lasciando intentato e indenne nessuno spazio.

Esemplare è la recente trilogia poetica, costituita da La forma dell'Italia, Formamentis e Magnificat, che va a scavare progressivamente nelle "stazioni del decadere" del nostro paese, molto amato dall'autore, ma proprio per questo accusato di scarsa tenuta culturale e capacità di contrattacco verso i mali ormai inveterati che lo affliggono e che comportano la sua progressiva "perdita di forma". L'"io", asserragliato nella sua "casa casamatta", chiama alla resistenza e per questo fine convoca sulla pagina luoghi geografici e personalità letterarie, spunti del vissuto e riflessioni contrastive, senza risparmiarsi quelle punture autocritiche che da sempre hanno caratterizzato la scrittura lunettiana. Il testo stesso va citando nel suo corso accidentato i propri interlocutori, sia tra i vivi che tra i morti. Non importa chi risponderà; quello che deve essere chiaro è "contro chi" si scrive, cioè il destinatario polemico della strategia sarcastica. Anzi, i bersagli sono così tanti che sarebbe troppo lungo enumerarli tutti: il lirismo, il misticismo, l'estetica della sublimazione, la cortina fumogena dell'ideologia, l'ignoranza, la stupidità, la sete di denaro, ecc. ecc. In questo senso, la scrittura di Lunetta, che è una scrittura di largo respiro, di "respiro" (cioè di pause compensative e tranquillizzanti) se ne concede ben poco. La sua cifra, nel mentre ci esorta a prendere posizione, è quella della crudeltà: nulla gli pare moralmente condannabile quanto l'indorare le pillole. Per non cadere nelle facili e comode illusioni occorre tenere gli occhi ben aperti: questo ci ha insegnato e continuerà a insegnarci l'esempio una scrittura che resta sempre "da compiere", come quella di Mario Lunetta.