UNO SGUARDO DAL PONTE

MARCELLO MARCIANI MONOLOGHI DA SPECCHIO

di Donato di Stasi

Per evitare il solito sterile minimalismo à la page, il Nostro elegge quale oggetto apotropaico lo specchio, in quanto artificio e gioco di artifici, duplicatore di sé e di tutte le cose che gli scorrono davanti.

  • Non bisogna avere fretta di sapere se un libro è buono o cattivo. C'è tempo per capirlo e per mettere a profitto la lettura, sconfessando il demone del tutto e subito. Meno che mai l'uggia della fretta può applicarsi a un testo poetico, dispensatore naturaliter di enigmi e complessità.

Quando si compulsano dei versi, capita nove volte su dieci di provare la titillante sensazione di non riuscire ad andare né avanti né indietro, di non poter guardare né a destra né a sinistra, né in basso né in alto.

Per questo non sembri disdicevole ricorrere a didascaliche istruzioni per l'uso, tanto per indovinare qualche significato e per annodare il vissuto del lettore alla psichicità dello scrivente.

Le note seguenti si pongono volentieri al servizio di una testualità radiosa e polifonica al fine di squadernarla e illuminarla, sottolineando la capacità dell' Autore di rimpicciolire l'assoluto e di mettere sotto la giusta luce i particolari del nostro presente così sfuggente e monotono.

  • Italofono e dialettofono, poeta di pugnace valore, Marcello Marciani lima i suoi Monologhi da specchio con l'intento patafisico di togliere la sabbia dagli occhi, di riaccendere le lanterne della coscienza, di versare olio nel lume della verità, e tutto con il concorso esclusivo di una personalissima poetica, strutturata in modo da rendere credibile l'ipotesi di guarigione esistenziale e morale.

Per evitare il solito sterile minimalismo à la page, il Nostro elegge quale oggetto apotropaico lo specchio, in quanto artificio e gioco di artifici, duplicatore di sé e di tutte le cose che gli scorrono davanti.

Lo specchio è unheimlich, perché perturba lo sguardo dello spettatore/lettore, lo folgora e lo acceca, conducendolo dalla parte del doppio nel territorio dell'immaginario, dove l'illusione crea una sorta di palcoscenico mobile, luogo ameno per l'esibizione di personaggi infervorati a ribaltare la propria esclusione ("Mi chiedo perché l'orrore ci s'impana/nel gnagnà untuoso di una rosticceria/di immagini, frasi a schizzi, tubes ex voto/da uno specchio di lampi che m'imbambisce", Donna allo specchio).

Di qua dalla superficie riflettente si situa la realtà (o meglio, ciò che rimane di essa), concepita come impasto schietto e sanguigno di fatti, per niente edulcorati o liricizzati, anzi resi nella maniera più spigolosa e tagliente possibile. Al di là del vetro campeggia uno strano Oltre, despiritualizzato e ambiguo.

Il groviglio indistricabile di Reale e Immaginario si riflette perfettamente nell'intricatezza del linguaggio, ai cui lembi viene applicato un movimento elastico che per il lettore può risultare un irrisolvibile lambiccamento, oppure un ludus intrigante, un labirinto di gerghi, di termini scientifici egemonici e volate lessicali inconsuete ("Soccorso chiedo ai siti, prenoto a volo/la magia di un botufiller in contrassegno:/m'abbotterò tutta quanta in un travaso/di linfa, in che sferzolare di ventresca.//Seicentotre amici in rete fanno assolo/

stratosferico di intrippati convegni:/pigio e godo ai "mi piace", cucio nel raso/dell'inconsistenza una vita che incresce", Donna allo specchio).

Marciani vorrebbe adottare la modalità del dialogo, ma non riesce a trovare una valida interlocuzione per i suoi Godot beckettiani, vale a dire né l'autenticità priva di menzogna, nemmeno la chiarezza cartesiana degli enunciati, meno che mai la rastremazione dei fenomeni (ciò per cui valga veramente la pena vivere).

Per contrastare lo smarrimento totale non gli rimane che il monologo delirante, e allora comunicare diventa un farneticare, il riacutizzarsi della manganelliana ilarotragedìa, ridanciana e ironica per un verso ("È dolcemolle mio fratello è un buon babbà/che ha scolato il rum per strada e mo' sta sciapo" Gemelli), per altro segnata da una sensazione di orrore e di attesa assurda ("È nota l'avvedutezza delle bestie/quando con morsi difendono la specie./Se fanno guerra stanno guardinghe in tana/prima di fare secca l'ultima notte", Testimonianze su un approccio notturno).

Fa bene l'Autore a dare voce al delirio sistematico dei suoi personaggi, perché trova nel taglio teatrale la migliore esemplificazione della diade essere/nulla: l'essere che straparla del proprio destino, il nulla che frantuma le singole esistenze e difatti le sprofonda nel più completo silenzio.


  • Davanti allo specchio si avvicendano i guitti, gli oggetti e le presenze animali di una stralunata compagnia: lo Scrivano, costretto a comporre i caratteri della sua scrittura su una pagina indurita e sdrucciolevole come una lastra di ghiaccio; Rada la gatta color cognac che si muove sinuosa nella parte bassa del pentagramma poetico, quasi fosse una creatura taumaturgica; e ancora la Donna che rattrappisce davanti allo schermo di un computer, posta messaggi al figlio e deve scegliere i tasti giusti, altrimenti tra fiele e lacrime la sua vita e il mondo si ingorgano.

È la volta di chi affida la sua sopravvivenza al più efferato conformismo (i Gemelli e Felicino) e di chi spunta dal cilindro del mito come una Quasi Fedra che si arrampica con la sua edera-linguaggio lungo le sbarre e le gabbie della vita: lei moglie morchiosa dal seno flaccido, appiccicata come una ventosa a una dilapidata giovinezza.

Bisogna dire poi di Stripman che si ingozza di steroidi, dovendosi spogliare l'otto marzo per le tardone in libera uscita e il resto dell'anno per maschietti italo-russi in fregola, tutte e tutti accaniti a palpare selvaggiamente i suoi muscoli vellutati, involucro di finzioni e di menzogne come il cavallo archetipale che sfondò la città di Priamo.

La venuta al proscenio non si inceppa, anzi continua a insidiare l'ordine simbolico della realtà per mezzo di altri figuranti quali la Commediante, il Clarinettista e il Falsario: pure smagliature di senso, disperato inseguimento della speranza a colpi di furor e di pathos.

Il poeta sperimenta con la vita, la rinnova dalle fondamenta, ricorrendo a una mescidazione di oralità dialettale (pettelarìe, jòmmero, dubbotte) e rimandi aulici (farfuglia, replicanti, descenso): la struttura barocca del verso non risulta ridondante, ma come nell'Adagio del K622 mozartiano si allineano al suo interno tutti i suoni che servono a catturare lo spirito così complesso e sfuggente del nostro tempo ("Volo a voglie di do faaa la la sol faa/addenso glorie eccelse in sorbetti acustici/che fa se ho una voce ignota a tanti o sta/spezzandosi ormai in stonature rustiche.../rimpianti afflizioni indosso da gagà/ spampanato in questa valigetta erratica./Se mi riducessi in pezze o senza tetto/piazze e stelle affollerei col clarinetto", La valigetta del clarinettista).

Furiosamente e felicemente si arriva al Diario di una badante, composita pièce tra il documento sociologico e l'epica del quotidiano: esteticamente la versificazione prende l'abbrivio del sogno a occhi aperti, procedura seminconscia che dispone su un piano di equivalenza le ubbie esistenziali del poeta e le stanchezze fisiche della magistra domus.

Il lettore è portato a specchiarsi in una condizione ipnoide, in un vuoto di coscienza descritto per mezzo di uno straordinario impasto linguistico.

In questo Spoon River dei vivi il demoniaco corteo di ricordi, rimpianti, paure, angosce, collere e incubi prosegue con Coppia virtuale, Cecco lo jòmmero, Boss, La vagante, Les Revenants e Uomo allo schermo: in primo piano la spasmodica attenzione alla contemporaneità tecnologizzata ("Regina dei mouse", "connessioni oscillanti", "come seme sugli hashtag degli schiamazzi"), in posizione più decentrata il terrore che la parola finisca nel buco dell'indicibilità ("Sei tu così a tradurmi io non ti danno/non vedi che parole pensieri mosse/dentro il mio corredo d'aria non ci stanno/sei tu a tradirmi in metafore e sommosse/di una lingua che certifica l'inganno.../pur se mi attenti con alfabeto morse/ ti vellico il rimorso con questo stelo/d'erba che della tomba ammansisce il gelo", Les Revenants).

Nel Boss lo stile protocollare delinea un nuovo proconsole dell'impero dei consumi e delle disuguaglianze più feroci: un capetto decentralizzato, cresciuto tra polvere d'amianto e scoli di fogna, giunto al postremo di sé, alla consapevolezza di costruire poco più di una comparsa.

Il flusso in divenire degli enunciati porta con sé l'alterità, lo sguardo aperto, il rimanere a braccia aperte in attesa di essere abbracciati. Se le parole segnalano la propria instabilità e il proprio disorientamento, compito di chi scrive è riconquistare la stabilità del dire, pure al prezzo di una violenta sretorizzazione del linguaggio poetico.

"Il mestiere mio è rassettare il caos", travasare il magma, scombinarlo e ricomporlo, produrre il disincanto: spintonato fuori dalla linea di demarcazione del palcoscenico, il Tecnico del PC lancia gli ultimi strali e fa scendere il sipario. Dietro le quinte gli altri personaggi continuano a vagare, a interrogarsi, a ripetersi che il futuro non è chiuso e che i fili del destino non sono stati tutti tagliati.

Fuor di metafora, il lettore assiste a una ilarotragedìa che si muove nelle stanze basse della paratassi e dell'azzoppamento sintattico, ma con una vitalità e un sarcasmo così travolgenti da ingenerare l'effetto che i frammenti del presente si possono ancora saldamente puntellare.

Tutti gli attori passati in rassegna dirazzano con la loro espressività dai bastioni della pagina a stampa: versatili, turbolenti, smarginati, imprevedibili, scrupolosamente anarchici. Si portano addosso l'argento vivo, sono uno squillo di tromba che sbalzo a sbalzo annuncia la propria verità un poco desueta, molto stramba, assai umana, troppo umana.

  • Nella sua transmodernità Marcello Marciani trascende la tradizione metrica consolidata, sostituendo all'immarcescibile endecasillabo italico una prevalenza di dodecasillabi tetrastici con quattro accenti, rispetto ai tre canonici, e con la conseguenza di potenti slargature di senso ("Non sàno ma sàlvo sta il soldàto a càsa", estratto da Il tecnico del PC).

La prosodia viene radicalizzata verso un assoluto formale, segnatamente verso precisi e rigorosi parametri musicali ("Tradotta navetta settebello freccia/rossa ronzano in testa i treni che ho perso/da bardascione un po' scilito coi lecci/della costa ad ombreggiarmi amori avversi", Felicino).

Distici, quartine ed ottave intessono una scrittura fortemente elastica che apre a ventaglio

i suoi significati, mentre còmpita battute con l'esattezza di un metronomo: ottave a rima alterna e distico finale baciato, secondo lo schema ABABABCC; ottave a specchio con il rovesciamento del distico in testa e della sestina a seguire, mutandosi lo schema in CCABABAB; ottave che si disarticolano in quartine e distici per riarticolarsi e arieggiare in modo originale l'officina rimica; quartine in rima iterata ABCD ABCD ABCD ecc.; quartine in cui far rimare incipit e explicit, e via di questo passo.

Tutto sommato un lavorìo di mente e di polso per poter esibire artigianato e bottega scrittoria, utilizzati in modo ostinato e contrario a qualsiasi restaurazione di modelli prosodici d'antan.

Una solida intelaiatura metrica e, in particolare, l'uso intelligente e giocoso della rima soddisfano il raggiungimento di risultati poetici duraturi, capaci di stazionare a lungo nella mente dell'avveduto lettore.

La versificazione viene ripensata come un susseguirsi rigoroso di unità sonore e di pause, tecnicamente collocate sullo stesso piano ("Pare un graffio lieve, un segno del lenzuolo./

Se la luce è a lato, allo specchio è un disegno./Mi sgarba appena qua, fra la bocca e il naso./

È un invaso d'anni, una spina di pesce", Donna allo specchio).

Ci si trova di fronte a una nuova unità di misura, fonica e semantica, al cui interno i ritmi sincopati e le forti inarcature lessicali potrebbero offrire la sensazione di qualcosa di slegato e tortuoso, invece danno conto dell'attuale smottamento della realtà, del suo degradarsi e dematerializzarsi in pulviscolo virtuale (pixel et similia).

Le strofe agiscono con moto corpuscolare le une sulle altre, secondo un meccanismo di contagio fonico, di contaminazione semantica, di ibridazione lessicale fino alle soglie del non sense e del limerick, coniugati con inarginabile coraggio, con la meditata passione della migliore poesia.

Il Nostro ricorre a un linguaggio artatamente inattuale (finti arcaismi & dialettismi), affinché il côté tecnologico non se ne possa nutrire, fagocitandolo come una forma espressiva qualsivoglia. Le parole sfuggono alla condanna della banalità e proliferano per assonanza, allitterazione e scarto: si infilano nelle metafore e le fanno esplodere, irraggiando multiple e sincretiche visioni del mondo.

Basta questo a dimostrare la portata dirompente di una poetologia che come una lucertola si mangia la coda, la sputa e se la riattacca, dando inizio a un cambiamento salutare. Scrivere in modo diversificato e polifonico significa ammettere la contemporanea presenza della bellezza e del nulla: per quanto difficile possa sembrare, l'Autore prova a essere fedele a entrambe (per dirla con Camus).

Le vite dei personaggi del libro si scoprono ex post facto, quando sono già fallite, cadute a pezzi e pronte a essere divorate dalle Parche; solo allora la poesia diventa lo statuto ontologico di un postulato (la meraviglia del vivere) e di un progetto (la salvezza individuale e collettiva).

  • Marcello Marciani procede per asserzioni oblique, si occupa di ritagli esistenziali, di dettagli fattuali, assumendo un tono ironico di rottura e di salto. Colpisce il suo convinto movimento verso una lingua viva, attraverso la messinscena di soliloqui di varia estensione, esibiti nella cornice del racconto memoriale (il narratum). Non a caso il Nostro si cimenta in una serrata introspezione fenomenologica, dimostrandosi husserlianamente disposto alla massima apertura verso l'esterno, pur di maturare un concetto non contraffatto di personalità. Di fronte alla frammentazione dell'esperienza ricostruisce il rapporto con il proprio sé e con l'Altro, contrastando la supina accettazione della vulnerabilità e della fragilità come dati acquisiti della soggettività attuale.

Monologhi da specchio è un libro di sapore aspro: è un arrovellarsi sulle varie sfaccettature dell'essere al mondo, ma anche un gioco gustoso di controsensi, un contatto carnale con le parole, una tramatura di esclamazioni e di interiezioni, il canto solitario che si alza da un limbo struggente, il canto collettivo che frantuma le nostre solitudini.