Le parole fra noi

MARCELLO CARLINO

da: Il regionale delle sei e quarantatré

(Robin Edizioni, 2017)

Ma al narratore no, non appartiene l'inquietudine che appartiene invece oggi al personaggio. E che non è solito, per come lo conosce, che gli appartenga; sa tenere a freno l'ansia e arginare avversità ed amarezze, così con la lingua che ha in uso, elegante e misurata, come con il linguaggio del corpo, lui che il narratore non riconosce e quasi disconosce, oggi. Il di lui linguaggio del corpo in questa mattinata dagli esordi scialbi scialbi, crepuscolari, è trasparente come il vetro, non ammette repliche. Lui si alza dal sedile, che affaccia sul corridoio e così gli facilita le alzate, né lo trattiene il cheek to cheek del braccio con il braccio di lei che manca, poiché l'operazione è fallita, si è visto; si alza e si risiede, si alza si allontana un po' e si risiede; non passa minuto che non guardi l'orologio.

Il treno non parte, non ne vuol sapere di partire. Il personaggio si alza, va verso le porte, fa capolino fuori. Forse cerca di vedere se il capotreno è sceso dal convoglio e dai suo gesti si può divinare la sorte prossima del pendolare. Forse si dispone ad ascoltare meglio gli annunci degli altoparlanti.

Torna a sedersi mentre in tanti nei sedili d'intorno capuzzeano, pendolari apparentemente in pausa, in sonno, astratti dal mondo pendolare.

Si rialza; è chiaro che non ha notizia alcuna da cui comprenda quello che sta accadendo. Si risiede, si rialza. Passano cinque minuti, intanto.

Chi conosce il mondo pendolare come lo conosce il narratore e chi, conoscendo il mondo pendolare, conosce le caratteristiche dei treni - che non puoi non conoscere dovendoli frequentare spesso, spessissimo, alcuni quasi tutti i giorni - sa che i treni a due piani, vecchi prima ancora di essere divenuti giovani, hanno un modo inconfondibile di partire; e quando partono anche gli atei convinti, come da come lo si conosce è inconfutabilmente il personaggio seduto che pure si alza ogni minuto, in cuor loro rendono grazie a dio. Prima che partano, i treni a due piani chiudono le loro porte emettendo un suono come di trombetta; e il suono deve essere corale, perché le porte, le disgraziate, una volta che sono state aperte in stazione per la piena arrembante dei pendolari, poi si aprono e si chiudono ciascuna singolarmente e ciascuna secondo tempi diversi, scanditi sui tempi di salita della acefala folla viaggiante (la massa e la velocità di afflusso attraverso le porte utilizzate sono le variabili da calcolare; con esse, il numero dei ritardatari, che magari premendo il pulsante hanno riaperto le porte già chiuse, decide dei tempi degli assoli sonori delle porte prima che il treno parta).

Dunque, le porte si aprono e si chiudono, come il personaggio si alza e si risiede; e fanno ciascuna trombetta. Il pendolare doc cerca di distinguere le trombette in solitaria dalle trombette che sincronizzate fanno una sola voce, che è l'annuncio della partenza imminente; da questo suo distinguere, si distingue la sua consuetudine con il viaggio, la sua coscienza di pendolare. Ma non è facile, ci vuole quasi un orecchio assoluto. Il personaggio non sempre ci riesce.

Il narratore vede che lui ci si prova, tendendo le orecchie, in questa mattinata poco incoraggiante. Per quel che può, lui vuole affrettare la partenza, incoraggiando a suo modo i segni premonitori: così suppone il narratore. Passano altri cinque minuti, intanto.

C'è un'altra avvisaglia che un orecchio raffinato coglie propizia. Il treno che parte si sfrena; e sfrenandosi fa uno sbuffo. Lo sbuffo è prodromo alla partenza. Sennonché non tutti gli sbuffi vanno a buon fine; alcuni abortiscono perché il treno non ce la fa - il narratore non ne sa la ragione, ma è difficile che la sappiano progettisti e tecnici del treno a due piani - e allora è necessario che sbuffi ancora togliendo di nuovo il freno che è stato rimesso. Lo sbuffo buono lo si avverte da un piccolo movimento che il treno abbozza, una spintarella che si dà, un quarto di ruota avanzante con lentezza che, quando va bene, diviene spostamento continuo senza più singhiozzi, senza più interruzioni. I singhiozzi prolungati sono da evitare, loro sono un segno infausto di un motore che non ingrana, di un convoglio che non ha aderenza sui binari.

Il narratore sa che tutti i pendolari avvertiti, quando sentono sbuffare il treno e quando percepiscono questi impercettibili conati di moto, si augurano in cuor loro che non siano semplici singulti senza seguito di buon rilassamento oro-faringeo antispastico oppure che non siano come gli sternuti che a Totò non veniva di fare nelle mani del cavalier trombetta, poi anche onorevole, suo malgrado provvisto di fazzoletto riparatore e detergente.

Ma il treno oggi singhiozza, mentre lui è seduto, e singhiozza e singhiozza ancora, prima che lui si alzi per poi tornare a sedersi, fatto capolino fuori porta. A nulla sono servite le manovre di assecondamento dei pendolari tutti - anche al narratore è capitato di farle e il narratore sa che così fan tutti, i non dormienti epperò seduti - che sentito lo sbuffo si danno a muovere un quarto di corpo tutt'intorno all'osso sacro, a mo' di spinta e a mo' di vaselina, e come dicendo oh issa, se si potesse dire oh issa in una carrozza che invece deve restare muta: i seduti nel senso di marcia del treno spingendo in avanti, quelli seduti nel senso contrario spingendo all'indietro con pressione delle spalle sullo schienale. E sono passati così altri cinque minuti; ne mancano due alle sette.

Il personaggio dispera, sconsolato, imbufalito lui che non è facile all'ira - e imbufalito non è che il narratore lo riconosca per come lo conosce.

Ma il miracolo avviene. È scongiurato il rischio che il treno a due piani, come più di una volta, finisca accantonato perché inservibile. Le trombette si sono esibite all'unisono finalmente e subito dopo uno sbuffo ha avuto un buon esito, nunciussidereus alla buon'ora. Il treno si muove. Lentamente ma si muove. Nella carrozza si leva, all'unisono, un respiro di sollievo fatto di tanti fiati. Quasi si direbbe che il respiro muova il cartoncino pubblicitario oblungo che pende dal vano per le borse che è inadatto alle valigie, il cartoncino che mai nessuno legge.

Lui è seduto, è seduta e dorme la compagna del duetto posturale. Resta da vedere se la mattina prosegua meglio di come è cominciata; sperandolo, il personaggio corregge in un vago sorriso la smorfia delle labbra; lo si può supporre in via di rasserenamento - e variabile tendente al bello, si dice per metafora, il narratore quasi lo riconosce per come gli sembra di conoscerlo.

Dorme? Non dorme? Appoggia la testa sul poggiolo di destra, più vicino alla bionda composta nel sonno, da dove gli è più vicina la malia della vergine apparita, e non guasta sognare un tête à tête? Appoggia la testa sulla sinistra del poggiatesta, che è più libera e più comoda se si giudica dall'esterno, da una posizione di terzietà? Mentre il personaggio almanacca così a testa e croce passano altri cinque minuti. La porta di interconnessione si apre. Compare il capotreno.

Una smorfia, che di solito non gli appartiene, torna a disegnarsi sulla bocca di lui. Il narratore suppone che si disponga a cantargliene quattro, nel caso. Al capotreno a cui vanno intestati ritardi, e se non i ritardi i mancati annunci dei ritardi; al capotreno, specie se controllore e bucatore dei biglietti obliterati che non si direbbero obliterati.