Cultura e Diritti

MANICHEISMO PSICOANALITICO

di Aldo Pirone

Qualche giorno fa si è rifatto vivo con un articolo su "la Repubblica", "Cara sinistra per guarire rileggi Turati", Massimo Recalcati, lo psicoanalista cui Renzi ha affidato la scuola politica del PD. Secondo lui, per farla breve, la propensione genetica della sinistra a dividersi deriva dalla parte storicamente preponderante massimalista-comunista. Lo aveva già capito Turati: "Noi siamo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, serviamo le forze della reazione". Recalcati individua l'origine del male nell'utopia idealistica che è nemica giurata di ogni riformismo di buon senso, razionale, empirico, pacifico e pacioso di cui, oggi, sarebbe interprete Renzi. Perciò con gli odierni eredi di quel massimalismo utopico e non raziocinante, portatori non sani della "combinazione micidiale (conservatorismo=paternalismo=massimalismo) ", con questo "mostro a due teste", dice Recalcati, bisogna farla finita. "L'opzione riformista per essere tale - infierisce -implica la castrazione di ogni miraggio utopico". Linguaggio lieve, come si vede, psicologicamente accattivante, da vero esperto del mestiere.

A parte la confusione tra utopia e perfezione - bisognerebbe ricordare, infatti, allo psicoanalista che l'utopia non fu aliena allo stesso Turati, al socialismo cosiddetto messianico, non a caso inventore del "sol dell'avvenire" -, non è qui il caso di diffondersi sulle scarse e approssimative conoscenze della storia del socialismo e del movimento operaio di Recalcati. Confondere in Italia il massimalismo socialista con il comunismo dà l'idea dell'ignoranza del professore. Cognizioni che se fossero rapportate a quelle professionali indurrebbero a una certa preoccupazione per i suoi eventuali pazienti e discepoli. La cosa, anzi la contraddizione, che colpisce nel suo articolo è un'altra: dopo aver distrutto con grande sicumera la storia della sinistra non socialdemocratica italiana, Recalcati così ne descrive esiti ed eredi: "La difficoltà per ogni uomo di sinistra - quale io stesso sono - è quella di elaborare un lutto compiuto di quel paradigma. Ma perché è così difficile? Perché la sinistra italiana ha avuto lo straordinario merito nella storia del nostro Paese di elevare la politica alla dignità di un poema collettivo. Esistono una simbologia e un immaginario densissimi che resistono al loro necessario superamento: l'eroismo e l'intelligenza di Gramsci, la bandiera rossa, la lotta di classe, la resistenza, l'antifascismo, le grandi conquiste sindacali, la contestazione del ' 68, la battaglia contro il terrorismo e la difesa dello Stato democratico, il volto di Berlinguer e la sua testimonianza morale. Per l'uomo di sinistra questo patrimonio non può essere svenduto, né semplicemente liquidato. Esso mantiene una tale forza attrattiva che però può, purtroppo, far scordare che quella narrazione del mondo si è definitivamente esaurita perché il nostro mondo non è più il mondo del Novecento".

Tre osservazioni minime: a) Se il massimalismo utopico-idealistico ha prodotto tutta quella bella gente e tutta quella bella roba forse non era così demoniaco e "mostruoso" come lo descrive lo psicoanalista Recalcati. Tanto più se lo si mette a confronto - ma qui Turati avrebbe giustamente da ridire, rivoltandosi nella tomba - con le opere e gli eredi ufficiali e finali del grande socialista riformista, insigni politici rispondenti ai nomi di Tanassi, Pietro Longo, Nicolazzi e Cariglia. Per la verità il riformismo turatiano e prampoliniano era già stato assunto dal PCI e dal PSI fin dalla Liberazione. Vedesi l'egemonia esercitata dai comunisti e della sinistra più complessiva nell'Emilia rossa. Ma questo, Recalcati, per saperlo dovrebbe studiarlo. b) Forse il pensiero storicista di Gramsci, le sue riflessioni "für ewig" sull'egemonia, sulla rivoluzione passiva, sul rapporto struttura-superstruttura ecc. potrebbero, come strumenti concettuali d'indagine, aiutare la sinistra a capire anche il tempo presente e quello futuro. Recalcati dovrebbe domandarsi, per esempio, perché gli scritti di Gramsci siano così studiati con crescente curiosità nel resto del mondo e così negletti in Italia; scoprirebbe così una delle cause del degrado del pensiero politico nostrano. c) L'esempio morale di Gramsci, insieme con quello di Berlinguer e di tanti altri dirigenti comunisti e socialisti come Nenni, Pertini, Morandi, Colorni e azionisti come Rosselli, Lussu, Trentin, Valiani ecc. potrebbe dire qualcosa, nel desolante e vergognoso panorama odierno, soprattutto a chi l'etica politica, la fermezza delle proprie convinzioni e la "questione morale" non sa manco cosa siano e dove risiedano di casa. Ogni riferimento all'idolo del professore, Matteo Renzi, non è puramente casuale.

L'obiettivo di tutto il discorso dell'insigne psicoanalista è, per altro, chiaro ed esplicito. "Quando Matteo Renzi - scrive - dichiara che il punto di riferimento ideale della sinistra oggi non è più Gramsci, Togliatti o Berlinguer, ma Obama non ci invita a cancellare il passato ma a incorporarlo per guardare avanti... Bisogna lasciare che i morti seppelliscano i morti". Sempre che il provincialismo di Renzi si fermi a Obama, perché ultimamente anche Macron presenta delle chances crescenti presso lo statista di Rignano. E sempre che le politiche renziane possano essere paragonate a quelle di Obama. Il che non pare proprio.

Recalcati usa il termine "incorporare" per indicare l'esigenza, di fronte ai problemi del tempo presente, di andare oltre il pensiero della sinistra di "Gramsci, Togliatti e Berlinguer" senza attardarsi. Se non avesse la fobia dell'idealismo, dovrebbe, invece, utilizzare il termine hegeliano di "superamento", molto più impegnativo. Un termine che implica la fatica del confronto con quel pensiero denso, per vedere di sussumerne ciò che è vivo liberandosi da ciò che di esso è morto, per sostituirlo con un pensiero più avanzato e adeguato alle esigenze progressiste dell'oggi. Sempre che i novelli "incorporatori" riescano a elaborare un tale pensiero superiore e superante e a farlo vivere nella prassi. Ma dal manicheismo con cui il professore imposta psicanaliticamente tutta la questione del confronto fra massimalismo e riformismo, non è questa l'aria; a ben vedere non vuole neanche incorporare, più semplicemente invita a mettere in soffitta, o in cantina se si vuole, quella storia; "rottamarla" direbbe Renzi. E non "perché il nostro mondo non è più il mondo del Novecento", bensì perché quella storia e quel confronto non servono a chi ha deciso di guardare all'Italia con le lenti dell'imprenditoria capitalistico-finanziaria e non delle classi popolari; non servono a chi ha deciso che è meglio stare, sul piano economico e sociale, con un conservatorismo moderato e caritatevole che con i lavoratori, i precari e i poveri. Per stare con quest'ultimi non occorre l'utopia, basterebbe la Costituzione.

Il fatto è che il pensiero renziano non incorpora alcunché, perché è un pensiero debole ed evanescente. E' un pensiero erratico, tutto giocato sul presente, sulle battute e i giochi di assonanza delle parole che vengono sempre più a noia; un pensiero tutto incentrato sull'immagine di se stesso, senza alcuna visione seria del futuro, dei rapporti sociali, della struttura della società italiana. Insomma su quello che Padoa Schioppa chiamava "la veduta corta". E' un pensiero, per così dire, vaporoso e svaporante; effimero.

E come tale adattissimo a lavorare per gli avversari. Non suoi, ma della sinistra.