Speciale Mario Lunetta

LUNETTA E LO “STILE SPIETATO”

di Francesco Muzzioli

L'ultima raccolta poetica di Mario Lunetta s'intitola L'allenamento è finito (Robin, 2016). Un titolo drastico e, se lo riportiamo all'esergo fornito dall'autore stesso per cui il «match vero» è quello «con la morte, che non fa mai autogol», amaramente definitivo. Ma c'è da chiedersi, al netto di tutta la nostra partecipazione esistenziale, quali ne siano le conseguenze sulla scrittura. Come si può operare poeticamente dopo aver decretato l'eliminazione di tutto il superfluo e l'abrasione di ogni abbellimento fasullo? Già in altre occasioni, Lunetta aveva ereditato da Caravaggio il motto "nessuna speranza nessuna paura": nec spe nec metu. E ora bisognerebbe aggiungere: nec pietate. È il rifiuto della compassione (e autocompassione) ad essere centrale in questi versi, nei quali si trova espressamente dichiarato uno "stile spietato" («con disgusto e con collera, / violentemente, gelido, in uno stile che qualche spirito / un po' troppo sensibile potrebbe perfino definire spietato, magari», p. 19).

L'esito è quello di una poesia prosaica, discorsiva, però non da tranquilla conversazione, bensì da agitato, sommosso monologo. Una poesia incentrata sull'io, e però in maniera ben diversa dall'andazzo attuale di ingenua confessione o dilettantesco sfogo: l'io della poesia di Lunetta è un io raziocinante, forse rimuginante (per dirla col Benjamin dell'allegoria), più ancora deprecante. Ma soprattutto ambivalente: da sempre, fin dagli inizi delle sue produzioni in versi, Lunetta ha dedicato all'io un trattamento rigoroso di "apoteosi e rovina", che ancora qui provvede ad approntare tra i vertici dell'"immortale sottoscritto" e le cadute dell'"umile scriba", passando dal "cane di razza" alla trasposizione inglese del proprio cognome in un "Littlemoon" che potrebbe essere il personaggio di un cartone animato... Con la consapevolezza rimbaldiana che "io è un altro": «anche parlando di sé il Sottoscritto Immemore / parla invariabilmente di qualche altro / attraversandone / l'immagine con lampi sulfurei di ironia o secche bòtte / di sarcasmo, quando il caso lo richieda» (p. 138). Lo "stile spietato" metterà l'io di fronte al suo specchio deformante («riflesso ora e qui da uno specchio / molto irriflessivo», p. 18) e convocherà a suoi partner di preferenza dei fantasmi, soprattutto quei grandi predecessori, quasi baudelairiani "fari", come ad esempio Leopardi, le cui Operette morali, in quanto «annichiliscono ogni make up retorico / per parlare senza compassione», si confanno perfettamente al progetto dell'autore. Oppure si rivolge a quei fantasmi che siamo noi, i lettori ipotetici, trattandoci un po' da minorenni (dove l'allocuzione "amici miei" si muta in "bambini miei") nel caso non avessimo ancora capito che, appunto, "l'allenamento è finito" - e dedicandoci delle formule finali ironicamente consolatorie, del tipo «bonne chance pour vous», «prosit», «good luk», ecc., auguri in tutte le lingue, in realtà trappole in cui crolla la convenzione comune di rosee illusioni.

A questo punto, la poesia non ha più nemmeno da far caso alla propria "misura", lasciando volentieri l'accapo alla casualità della lunghezza della pagina. Ha altro da pensare che non a far musica. Semmai si servirà di strutture ripetitive al modo di incalzanti rinforzi o di inesauste domande (si vedano gli Interrogativi speciosi, pp. 54-55); oppure dell'elencazione di immagini insensate - ma spesso realisticamente insensate - come in Che?, tali da poter continuare all'infinito, non fosse per una sorta di saturazione: «Questo testo che si dichiara incapace di prolungare in perpetuum / il proprio inutile delirio» (p.70).

Accumuli di immagini che sono, decisamente, le epifanie del male. Ho sempre ammirato nella poesia di Lunetta l'accostamento alla pars destruens della critica dell'esistente di una pars construens rappresentata dal "materialismo del sensibile". Ora, non è che qui manchi, e sarebbe strano, dato che di materialismo tuttora si fa professione e di qualità "integrale" («Il materialismo integrale / resta comunque il solo plausibile modo di considerare / l'intelligenza», p. 52): solo che lo spazio concesso al positivo possibile si va riducendo, si va facendo residuale. Sarà uno yogourt, una "coppa di Dolcetto", forse un "gelato al pistacchio"... Certamente c'è, nella sezione finale (Area di discrezione), un canzoniere amoroso che tocca una intensità corporea di assoluto rilievo; ma la prevalenza, lo sfondo ineliminabile, è un quadro da incubo, una "torva sarabanda", una percezione alterata che peggiora il profilo delle cose: «mentre / tutto si altera, fa le fusa il bicchiere di vetro smaltato / coi colori di Mondrian, la fanciulla di ceramica abbassa gli occhi / sculettando, la vita intera si svena in un ghigno, tutto resta / comunque immutato dentro o fuori la vasca sporca del tramonto» (p. 105). Dove si notino gli interventi della figurazione: la "vita" personificata, il tramonto paragonato a una "vasca da bagno"; così come in altri passi si personifica il cielo o lo si paragona a un tessuto strappato. Si potrebbe anche dire che questo lavoro incessante della metafora costituisca un polo positivo, un dato di creatività che ancora sopravvive pur nel disastro generale: questo è vero, la metafora di Lunetta è sempre sorprendente e fiammeggiante, tuttavia sempre più il percorso è segnato verso la caduta e la dissoluzione. È una metafora splendida, ma splendidamente negativa.

Perché la chiave decisiva è una chiave polemica. La spinta dissacrante della grande trilogia sulla forma dell'Italia non è affatto terminata, quella forma appare ancora - forse ancor più - perversamente deforme. Reiterando: «questo che non ho neppure voglia di nominare / è un paese condannato al carcere a vita» (p. 25); «questo paese indefinibile» (p. 73); «La patria è ridotta a un ridicolo cerretano / in canotta tricolore e domani sembra già l'altroieri» (p. 108). Ma naturalmente non si tratta semplicemente di una questione nazionale, il problema è generale e addirittura generalissimo: il baco è all'origine, è la spinta autodistruttiva dell'animale uomo. Decisivo, in questo senso, è il finale antiantropocentrico di Le scarpe, come sempre: «questo mondo carnivoro costruito dall'uomo per l'uomo / cambierà in meglio solo con la sua scomparsa. È scritto / da qualche parte, in caratteri di fuoco» (p. 41). Ma quella sentenza l'uomo non sa o non vuole leggere. Ché poi la soluzione non sarebbe neanche troppo difficile da trovare, è una soluzione elementare ed evidente, per quanto tenuta accuratamente fuori dei radar dalla cultura dominante: la soluzione, intendo dire, della condivisione e della parità, contenuta nella parola "comunismo". Cui Lunetta, contro il senso comune, affida, con tanto di grassetto, la conclusione di un suo breve ma chiarissimo programma politico. È il finale di insomma sì, datata 1° maggio 2014 (p. 82):

e tuttavia

io qui oggi mi azzardo / col mio minuscolo ego / a dire

che non c'è bisogno di carità / che è sempre stata solo un alibi

di classe / ma di retta uguaglianza dei punti di partenza /

giusta distribuzione delle risorse / punti di vista conflittuali /

o il più possibile condivisi / fine dello spreco dei talenti /

e delle sane volontà / fiordalisi con qualche spina di interpretazione /

lucida e ferma / insomma sì non di vagues emotive ma di spinta /

agonista / verso quell'altro quid / che quasi nessuno ormai si prova

più a nominare / e che ha ancora il giovanissimo nome di

comunismo

Come si vede, una poesia che non ha nessuna voglia di abbandonare la sua partita e non si nasconde, anzi si espone alla contraddizione. «Siamo portatori di contraddizioni, / ferocemente» (p. 26), scrive Mario Lunetta, e l'aggiunta di quell'avverbio, che rimanda all'animalità, ha un doppio risvolto di crudeltà: nessuno è immune dalla ferocia dell'animale-uomo, ma l'imperativo è quello di rovesciare la ferocia nativa, (irriflessivamente introiettata), e di trasformarla in crudeltà artaudiana, in consapevolezza materialista e rigore implacabile.