Speciale Mario Lunetta

LUNETTA: CAMPO DI CARNE

di Luca Succhiarelli

Mario Lunetta vara il suo Campo di carne (Oèdipus, 2014, 8,00 euro) escludendo coercitivamente qualsiasi circostanza in grado di scemare più d'ogni altra cosa la colpa di colui che scrive - ovverosia del «complice (sicuramente inconsapevole, quindi / sempre in perfetta malafede)» - e del corresponsabile «criminale / che ne legge le parole». Quest'ultimo, ridotto oggigiorno per lo più ad una specie di prole indesiderata, degenere ed anemica sui generis del baudelairiano «hypocrite lecteur», «semblable» e «frère», fa oltretutto scioccamente, quindi criminosamente, commercio di se stesso. Per ambedue, che con l'afflato lirico che producono muovono appena i peli dei rispettivi nasi, l'anemometro poetico non potrà che rimanere fermo.

Consegnato l'avvertimento/ammonimento, Lunetta - come esorta Ardengo Soffici-inzuppa il pennello e inizia a dipingere direttamente sulla tavolozza, autorizzando una serie di epifanie in fieri dapprincipio prettamente cromatiche e capaci di investire cose e persone (come «la signora verniciata»). L'autore interviene prontamente su queste manifestazioni pitturate («buttaci un po' di colore rinforzato / lì nell'angolo smorto come un salvataggio»), anzitutto suggerendo di «non tradire / la densità dell'aria non annacquare / il mestruo della vita», per poi sospenderle, desacralizzare e riattivare il momento sovrainnestando la comparsa di una brioche che si impone. È l'esordio della Bacheca delle apparizioni, caratterizzato dall'attribuzione di una sorta di qualità alchemica al materiale mestruale, non di scarto, e da un diniego rivolto a tutti i comportamenti rituali che sollecitino l'evitazione dell'energia vitale (sia anche in nuce). Siffatto itinerario visivo e visionario - tra Oriente ed Occidente, tra Istanbul e Roma, con omaggi a Rothko - ricorda talvolta quello metafisico di Ebdomero, talaltra (soprattutto nei versi dedicati all'ingegnere e al «Suicidio di una concertista») quello onirico che Benedetta ha tracciato in Astra e il sottomarino.

Oltre le umane cose (sedicenti temporali e spirituali), ad alto (ed altro) livello - sembra ci voglia dire lo scrittore romano - si pone la natura. Questa, leggendo con assenza di costrutto apparente «solo se stessa, nel suo libro / dei misteri senza mestiere né ministero» (Lettura criminale), e portando avanti un lavorìo che ciascuno di noi (in particolare i poeti) dovrebbe compiere («anche magari / rischiando di morirci: sempre inutilmente»), insegna che si può o si potrà agire davvero per la società soltanto se si lavorerà non per essa ma su se stessi, come consigliano due delle tre citazioni che inaugurano il prezioso volumetto: «Una letteratura come quella che io faccio è perduta in partenza, perché è scritta contro il lettore e contro la letteratura comune» (Carl Einstein, Lo snob); «Rispetto alla dedica del libro, io la offro a me stesso» (Ugo Foscolo, Il sesto tomo dell'Io). Nel campo di visione dell'"urbe et orba" globalizzata, il ripetuto e breve tornare di presenze del mondo vegetale ha le caratteristiche di un riapparire atavico traghettato da un flashback che dischiude le carni, penetra e non si lascia decifrare. Si intravedono «occhi di verzura» attraverso i quali ci guarda un «logos intricato forse inestricabile», che «di sé esprime comunque / un giudizio altro di natura perpetuamente naturans: stessa / complessa intensità del linguaggio degli uomini quando / sappiano articolarlo / senza cadervi dentro / come quaglie nella pània» (Bacheca delle apparizioni); oppure «il tronco di quercia coricato, morto», per il simulacro del quale sarebbe giusto avere «un po' più di rispetto», e «il campo con l'erba alta» che si apre provocatoriamente (Il Dono del Gelso); la «verità del verde» (Orizzonte e brusio); «la grande ironia / degli alberi vs l'ottusa tracotanza», nonché la loro immutabile disobbedienza «ai decreti legge ministeriali / che esaltano l'imbecillità perpetuandone il dominio» (Fischiano le sirene): tutte insubordinazioni che ci aiutano ad amarli, principalmente se pensiamo a ciò che ci dice il Céline del Voyage au bout de la nuit, laddove sostiene che gli «alberi hanno l'ampiezza dolce e la forza dei grandi sogni».

Le lunettiane Poesie senza attenuanti (2004-2012), così recita il sottotitolo, producono suoni esatti, netti, che si posizionano immediatamente contro il «gioco truccato» del «voyeurismo ipocrita denominato / lettura», per inciso parlo di quella organizzata dal produttore seriale - andando di concerto con il consumatore serale - il quale non solo concepisce supporto, forma e contenitore a mo' di confessionale da occupare per sentir piagnucolare la sciacquatura dei fatti suoi, ma trascina nell'ennesima avance della sua harmony tanto stanca e pandemica, che è poi un'autochiamata di correo, pure «carta, pelle, pergamena, / marmo, metallo, sabbia, vetro, display, acqua magari», colpevoli tutt'al più di aver offerto «ospitalità innocente, candida, innocua, inoffensiva» a cotanta diffusissima - e dannosissima - dappocaggine.

Dopo i tre tempi del "poema da compiere, todavía", ossia La forma dell'Italia, Formamentis e Magnificat (i primi due del 2009, il terzo del 2013), senza eludere l'Identificazione biometrica del 2011, Lunetta ribadisce - con indignata generosità - l'assoluta necessità che i poeti tornino «a parlare generale», poiché ciò è necessario in questo «momento della storia del mondo». Non chiede loro, è ovvio, una comunicazione vaga, ma la riconquista di un coraggio civile oggidì innegabilmente abbrutito, se non addirittura estinto. Non cerca la confusione delle lingue, piuttosto il disordine delle stesse, che «finiscono sempre per trovare un incastro / una convivenza sistematica un'aria comune». Il poeta (sia ancora, voglio aggiungere, «per lo suo savere [...] alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso» come il Dante del Villani) deve essere simile ad un anaerobio, capace di vivere in libertà senza ossigeno libero, in quanto «nel vuoto asfissiante che soffoca il pianeta» non può «fingere di respirare aria di montagna», e la sua poesia anaerobica, anche se minacciata dal deserto, deve continuare ad essere una voce financo in terra brulla, perché «nulla / è un nulla isolato».