Le parole fra noi

LO SCAMBIO

di Maricla Boggio

Il ragazzo era bruno, ricciuto, bello. Vestito di una vecchia giacca di velluto scuro più grande di lui, una sciarpa bianca intorno al collo e pantaloni di tela larghi come usano gli orientali, un tempo color del miele. Soltanto dopo averlo ben osservato, si capiva che al ragazzo mancava un braccio e mancava una gamba, l'ampiezza della giacca e dei pantaloni nascondeva il vuoto.

Chiedeva l'elemosina seduto a terra, appoggiato a un muro di cinta. Senza stendere la mano, né avendo messo davanti a sé un bicchiere di plastica come fanno i mendicanti. Il volto verso l'alto, a occhi dilatati. Il rifiuto a chiedere attraeva la gente. Ma poi, non sapendo dove mettere la moneta, se ne andavano via. Pochi si fermavano incuriositi; se qualcuno gli faceva una domanda, non rispondeva.

Su di una strada trafficata, appoggiato a un palazzo di marmo, il ragazzo attrasse l'attenzione di un giovane sindacalista; la cartella di cuoio sotto il braccio, il cellulare nel cavo della mano, di gran carriera stava proiettandosi all'ufficio; quegli occhi che non guardavano lo avevano bloccato. Chi era?, da dove veniva? - gli chiese - e come avesse perduto il braccio e la gamba. Il ragazzo parve svegliarsi dal torpore, fissò gli occhi in faccia a chi lo interrogava e rispose semplice, in un italiano appena reso cauto da una pronuncia che gli veniva da non si sa quale paese. Parlava con ritegno, come se rivelare qualcosa di lui gli costasse un superamento di pudore. Genitori, non se li ricordava. Le suore gli avevano insegnato; dove non sapeva, ma lontano da lì. Era stato trasportato su di un camion per tanti giorni. La gamba, il braccio? Era rimasto prigioniero di una macchina agricola; svenuto, si era ritrovato così. Il giovane sindacalista gli propose di portarlo a una associazione di volontariato dove gli avrebbero trovato una sistemazione; si offrì di aiutarlo, insomma. Ma il ragazzo rifiutò: dei bambini aspettavano il suo ritorno, se non portava soldi sarebbero rimasti senza mangiare. "Ecco gli effetti della meccanizzazione selvaggia - pensò tra sé il giovane sindacalista -; non ci sono regole al lavoro minorile, non esistono protezioni in questi paesi fuori dalla nostra cerchia". Che poteva fare? Non c'era nessun diritto da rivendicare, un cittadino straniero non può essere tutelato come uno di qui, specie poi se il fatto è avvenuto al di là dei nostri confini. Mise dei soldi in tasca al ragazzo e se andò consapevole che il problema coinvolgeva gruppi di disgraziati non protetti da nessuna legge, difesi soltanto da qualche sentimento umanitario; non gli era quindi possibile fare di più.

Ogni giorno il ragazzo appariva in un posto differente della città. Sempre uguale l'atteggiamento, e la manica floscia, il pantalone vuoto, gli occhi verso l'alto nella bella testa ricciuta.

Una studentessa con i libri sotto il braccio e la musica nelle orecchie camminava veloce con passo di danza. Gli occhi del ragazzo sfavillarono colpiti da un raggio di sole che si rifranse sugli occhiali scuri della studentessa. Lei si fermò di colpo e lo guardò. Aveva lezione all'università, ma quel volto intenso e muto le impediva di proseguire.

"Chi sei?", esclamò a voce alta, la musica la assordava. Lui abbassò lo sguardo fino alla ragazza e sorrise.

"Che cosa ti è successo?", insistette lei a voce più bassa dopo aver spento la musica.

"Bomba - rispose quello -. Bomba bum!".

La studentessa pensò ai tanti ragazzi kamikaze che avevano sacrificato la vita a riscatto del loro popolo, e pensò ai tanti ragazzi sacrificati dai kamikaze, uccisi o mutilati. Incerta sulle due possibilità, carezzò la manica abbandonata sul petto del ragazzo, e gli mise nella tasca l'unico biglietto da dieci euro che possedeva e che avrebbe dovuto bastare per colazione e cena, oltre che per l'autobus. "Posso andare a piedi - disse al ragazzo come a rassicurarlo -, il professore arriva sempre in ritardo", e preso dalle pagine di un libro un fiore di geranio glielo infilò nell'asola della giacca.

Giorni dopo il ragazzo apparve in un piazza di periferia. Dei pensionati sulle panchine dei giardinetti sonnecchiavano mentre un gruppo di bambini era intento a giocare. Appoggiato alla fontanella, il ragazzo nel suo solito atteggiamento se ne stava immobile con il volto proteso in alto.

Passò un vecchio appoggiandosi al bastone, le mani tremanti, gli occhi acquosi dietro le lenti spesse. "Oh figlio mio - sussurrò il vecchio -, come mi somigli! Ma tu sei giovane e non è giusto, io almeno ricordo quando correvo e abbracciavo le ragazze". Il ragazzo non disse parola, ma agitò la mano che teneva aperta sul petto in un gesto che poteva essere di ringraziamento o di saluto; o forse per dimostrare che per abbracciare una ragazza quel braccio gli era sufficiente. Concludendo il gesto emise un sospiro: il vecchio gli versò in tasca le monetine che possedeva, poche ma tutte insieme potevano comprare una pagnotta; poi si allontanò pentito di quel mezzo dialogo che gli era uscito dal cuore, abituato a non parlare con nessuno perché nessuno parlava con lui.

Dopo un poco arrivò una donna matura, carica di borse della spesa. Arrancava ansimando sotto il peso, le dita contratte, la schiena piegata. Vide il ragazzo e gli si fermò davanti, mollando a terra le sporte. Il ragazzo si portò la mano sulle labbra, sempre tenendo gli occhi levati, il gesto si prolungò fino alle narici ed egli inspirò con forza, fiutando i profumi delle verdure e della frutta. La donna aveva allevato figli e nipoti, afferrò al volo il senso del gesto e tirò fuori un'arancia profumata. "La vuoi?". Il ragazzo rise beffardo e mostrò l'unica mano. "Chissà com'è arrivato a essere così", pensò la donna. "Forse un'infezione, o un incidente...". Svelta tagliò la buccia in quattro spicchi e sporse il frutto al ragazzo, che lo afferrò divorandolo. "Non ho più neanche un centesimo", si scusò la donna. Era vero, aveva speso fin le ultime monete arrivando giusta giusta a comprare il pane e il latte. Da un pacco prese un mandarino e lo infilò in tasca al ragazzo. "Questo è facile - gli sussurrò protesa su di lui -. Lo puoi sbucciare da solo". E se ne andò con una piccola pena nel cuore.

Un giorno il ragazzo stava seduto a terra accanto a una farmacia, l'unico negozio accogliente di un quartiere popolare. Intorno a lui gente misera si aggirava per le strade luride intenta alle sue squallide mete. Un uomo malato di aids stava entrando nella farmacia: portava le sue ricette in quel quartiere lontano da casa perché non voleva far sapere la sua condizione a chi lo conosceva.

L'uomo ricordava di aver visto il ragazzo dalle sue parti, ma non si era mai fermato a osservarlo perché andava sempre di corsa, timoroso di incontri in cui dover rivelare il suo stato.

Appena lo guardò, a sua volta si sentì riconosciuto. "Ti ho già visto - esclamò spontaneo -. Eri da un'altra parte". il ragazzo fece un gesto vago. "Anch'io ti ho già visto - replicò -. Sei malato". L'osservazione inchiodò l'uomo, che si sentì scoperto. "Sì. E tu?". "Anch'io. Ogni male si assomiglia se ti limita nella libertà", aggiunse. "Non ho niente da darti", mormorò il malato. "Neanch'io", rispose il ragazzo. Rimasero uno in faccia all'altro, in silenzio. "Allora... - disse il malato - me ne vado". Fece per muoversi, ma qualcosa lo tratteneva. Gli occhi del ragazzo lo fissavano. "Che cosa vuoi?" sbottò, preso da un impeto di rabbia. "Io sto più male di te. Tu almeno sei sano, anche se hai soltanto un braccio e soltanto una gamba". Guardava il ragazzo che se ne stava zitto, impaurito da quell'accusa, e aspettava che gli rispondesse; ma quello taceva, umiliato. "Vuoi fare cambio?", lo provocò quando il silenzio gli divenne insostenibile. Si sentì sciocco nell'aver formulato quell'offerta, sciocco e meschino. Ma il ragazzo si era sollevato un poco e lo guardava serio. "Davvero lo vuoi?" - gli chiese con gentilezza - Ti sentirai meno infelice?". L'altro indietreggiò stupito di quell'offerta. "Scherzavo... - balbettò -. Valutò la sua condizione. "Penso di sì". Avvertiva di affrontare un terreno pericoloso, non gestibile sul piano della realtà. "Ma tu...". Avrebbe voluto dirgli: "... non ti pentirai?". Si rendeva conto di andare vagheggiando l'ipotesi e si sentiva invadere da un vago malessere, come in un sogno che ti tiene in bilico fra gioia e incubo. "Vivi come se tu fossi sano", gridò il ragazzo. "In un momento puoi perdere la vita anche se stai bene. E allora vivila minuto per minuto. Pensare al dopo fa perdere la vita". Il ragazzo adesso taceva e lo guardava come se lo avesse visto in quel momento. Impaurito l'uomo allora fuggì, in dubbio se quello avesse parlato o se a immaginarlo fosse stato lui, allucinato dalle medicine. Voltando appena il viso, il ragazzo lo guardò allontanarsi. Quando quello scomparve dietro l'angolo, si rialzò agilmente, si stiracchiò in tutta la persona e si mise dritto come un fuso sulle due gambe, mentre con entrambe le braccia si scrollava come un uccello dopo la pioggia. Poi con uno scatto da giovane cervo si mise a correre e a saltare finché divenne un punto all'orizzonte.