Speciale Mario Lunetta

Liber veritatis

di Stefano Lanuzza

Quando, fra qualche tempo, finite le mistificazioni mediatiche, si dovrà rivedere la vicenda della letteratura italiana del secondo Novecento, bisognerà assegnare un posto preminente a Mario Lunetta: alla sua nobile distinzione stilistica, a quella che lui chiama la sua "scrittura in guerra" e "senza perdono", alla sua chiarezza. Ora, nell'opera davvero sterminata di poesia, narrativa, saggistica e drammaturgica (oltre cinquanta volumi) d'uno tra i più completi talenti della letteratura italiana, non appare minore l'armonico e mai paludato Liber veritatis (2007), zibaldone di "appunti, gags, aforismi" e di "pensieri, ricordi, capricci, invettive, immagini, sogni, illusioni, delusioni": leggibile, altresì - parole dell'autore -, come una sorta di "testamento morale" ("Ciò che davvero conta, alla fine, è la moralità nel proprio mestiere").

Testamento e lucida testimonianza, brillante libro di pensiero, calepino di prose morali cum ironia, faville autobiografiche, motti arguti e saggi brevi d'un illuminista che coniuga estetica ed etica; e, critico della "stupidità della storia" - cioè, come il 'suo' Leopardi, avverso alla retorica delle "magnifiche sorti e progressive" -, non elude certe insorgenze romantiche sospese fra disillusa utopia e opzioni nichiliste, storia e cronaca, fervido impegno letterario e critica radicale del sistema.

L'odierna letteratura? Qualcosa - afferma Lunetta, persuaso che "un essere umano è, alla fine, soprattutto la propria lingua" - di cui si è perduta ogni specifica nozione per fare posto a un senso comune divenuto quello stesso delle indifferenziate dinamiche del mercato spettacolarizzato ("Lo spettacolo ha ucciso la testualità" e "gli italiani, ormai, pensano televisivo").

E la pittura astratta? Misera pratica di falsi artisti "per cercare di non fare più troppe brutte figure". Peraltro, l'arte figurativa odierna "ha progressivamente perduto il suo alone demonico e sovversivo, per cristallizzarsi nei tratti di una nuova normalità" da salotto e arredamento.

Il terrorismo, culminato nella distruzione delle Twin Towers di Manhattan e sempre più diffuso nel mondo? Un inatteso ingrediente nel "frullatore della globalizzazione" e una globalizzazione della guerra (frattanto, "una sola cosa non è globalizzata: la ricchezza"). Quanto all'Italia, sarà bene non dimenticare mai che qui "sono nati il fascismo, l'infallibilità del Papa e il berlusconismo [...] fascistoide con trucco 'liberale'".

Mentre la "Repubblica Italiana fondata sul lavoro (nero)", col recente "fallimento civile e culturale della Sinistra al governo (o supposta tale)", si è vieppiù tradotta nella "versione aggiornata dell'eterno Stato della Chiesa [...]. La vera anomalia italiana rispetto al resto dell'Europa è di avere ospitato per duemila anni [...] una religione fatta Stato: una centrifuga che ha risucchiato tutte le energie critiche di un popolo". Certo un popolo incapace di ribellione e "che ha sempre obbedito", mai affrancato dall'ingiustizia, dall'opportunismo, dalla ciurmeria legalizzata, da un'ilare, cinica e in fondo volgare perdita di speranza.

"Sono un anziano giovanotto del secolo scorso" sembra infine dolersi lo scrittore. "Sono stato giovane [...] e non me ne sono neppure accorto". Ma ciò per il semplice motivo che, come a nessuno degli scrittori della sua generazione, a questo vivo e vitale specialista di lettere è toccato, per genialità, operosità e intelligenza del cuore, di restare invidiabilmente giovane.

(Stefano Lanuzza, '900 out. Scrittori italiani irregolari, Roma, Fermenti. Fondazione Marino Piazzolla, 2017, pp. 172-173).