Per la Critica

LEOPARDI E I NICHILISTI

di Stefano Gensini

Per amore di Leopardi (cui torno sempre, da sempre), mi sono dato a cercare di capire seriamente qualcosa delle infinite letture in chiave nichilista-heideggeriana prodottesi in Italia, negli ultimi decenni. Le avevo prima (mea culpa) solo sfiorate, dato che non toccano quasi mai i temi che mi premono di più. E dico concludendo che la fatica che costano, in termini di lettura, supera spesso il succo (non minimo) che se ne ricava: supponendo sempre che questo succo consista nella conoscenza dell'autore, dei testi di cui ci si occupa, e non dei percorsi più o meno arzigogolati che si svolgono nella mente del critico. L'idea della contaminazione fra filosofia e poesia, fra scrittura filosofica e scrittura poetica,che nel Leopardi si attua magnificamente come articolazione di un progetto letterario limpido, classicamente composto (nel "suo" senso di classico, beninteso), lì diventa spesso esibizione, narcisismo, scimmiottamento di pensatori troppo lontani storicamente da L. per poter essere più di tanto sovrapposti alla sua figura. Non voglio essere bacchettone: si confrontino, si intreccino pure L. (come chiunque altro) e i modelli concettuali di Nietzsche, Heidegger, perfino Severino se a qualcuno ciò interessa, ma sapendo appunto che ci si muove sul piano concettuale, non su quello della conoscenza storico-culturale. Ma, appunto, "here's the rub!", ho detto 'storico-culturale', ahimè: le anime belle già sorridono, che cos'è quel punto oscuro che di storia ebbe nome? Per farsi una fama oggi occorre tutt'altro. Finisco consigliando a me stesso (e a chi non l'ha fatto da un po') la rilettura della celebre operetta sulla moda e la morte. (Questi ameni pensieri mentre qui piove lento e tranquillo da quindici ore).