PER LA CRITICA

LELLO VOCE: SINGIN’ PAROLA POETARE

di Marco Palladini


Voce nel suo affilato saggio è il primo a ricordare che la poesia nasce come canto, come espressione orale interfacciata con la musica, molto prima dell'affermarsi della scrittura.

«... il freddo e la canna il proiettile e l'ogiva il vento veloce e l'ultimo sguardo nell'eco della voce...»; «le lettere prendile per il collo mettile a mollo nella voce...»; «... si scrive la voce e la si respira la si spara / con cattiva mira a un bersaglio che si muove...»; «... lasciami la parola dàlle voce e poi inchiodami».

Per un poeta come Lello Voce che ha avuto in sorte un cognome destinale, è pressocché impossibile non citare e ripetutamente il proprio nomen omen, anche come concreto, manifesto richiamo alla propria sorgiva vocazione (voce+azione). Fin dalla simil-poundiana pubblicazione di esordio singin' napoli cantare (Ripostes, 1985) il quasi sessantenne autore partenopeo aveva orientato la propria ricerca letteraria, da una parte come rilevava nella sua acuta prefazione Giuliano Mesa, verso "il rapporto tra poesia e storia", e dall'altra parte mostrando l'impulso a saltare fuori dalla pagina scritta in direzione della poesia oralizzata. Sino a diventare nei tre decenni successivi uno dei pochi (in Italia) e più consapevoli interpreti di spoken poetry, anche per la sua rigorosa attività di elaborazione critica e di feconda organizzazione di festival e manifestazioni di Slam Poetry.

Dal lato editoriale mi sembra che il salto di qualità Voce lo abbia fatto grazie all'incontro e alla collaborazione con il musicista e arrangiatore Frank Nemola. La sua spoken poetry è evoluta in quella che lui definisce 'spoken music' ben rappresentata dal cd Fast Blood (MRF, 2005) e dall'audiolibro Piccola cucina cannibale (Squilibri, 2011). Nel 2016 Voce e Nemola hanno partorito sempre per Squilibri un nuovo audiolibro Il fiore inverso, arricchito dai disegni di Claudio Calia, che ha vinto la seconda edizione del significativo Premio Pagliarani.

Una vittoria che ha coinciso con l'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. Attribuzione, come si sa, fieramente avversata da tutti coloro che non riconoscono valore letterario alla poesia-canzone, alla 'poesia espansa' cantautorale.

Mi ha un po' sorpreso, leggendo l'importante saggio teorico-critico "Per una poesia ben temperata" posto in calce ai testi di Il fiore inverso, che anche Voce consenta con un autore, per molti versi a lui antitetico come Valerio Magrelli, nel denegare a Dylan la qualifica di poeta. È vero che Voce adduce ragioni diverse da quelle di Magrelli, ragioni tecnicamente non peregrine, quando ricorda che nella spoken poetry o music che dir piaccia "è la parola, la sintassi a 'dettare il tempo' e a intonare la melodia". Nondimeno ho l'impressione che il puntiglioso perimetrare il proprio, specifico 'campo d'azione' poetica, finisca da un lato per ignorare o non volere riconoscere fino in fondo la necessaria pluralità e la creativa 'confusione' delle forme alte e basse, colte e pop in cui si esprime oggi la parola poetica (magari pure nel rap), e dall'altro forse per tradire il comprensibile disagio psicologico di chi sconta (i poeti) una audience iper-elitaria a petto di cantapoetautori famosi, ascoltati da masse di migliaia o milioni di fan. Noto, tuttavia, che ad esempio Allen Ginsberg in America non ha mai avuto questo problema e, già a metà degli anni '60 del secolo scorso, dichiarava tranquillamente che il menestrello di Duluth aveva "portato la poesia nel jukebox".

Peraltro, Voce nel suo affilato saggio è il primo a ricordare che la poesia nasce come canto, come espressione orale interfacciata con la musica, molto prima dell'affermarsi della scrittura. E nel suo bel disco egli intreccia forme letterarie come l'ottava e tipologie sonore come la milonga e la salsa, la rima e l'allitterazione rimbalzano con il ritornello, e il suo spoken word slitta più che volentieri in un martellante recitar-cantando.

Del resto, l'incipit dell'opera «Ar resplan la flors enversa» ("qui risplende il fiore inverso") è una citazione, spiega, "della più conosciuta delle composizioni del trovatore provenzale Raimbaut d'Aurenga, conte d'Orange". Richiamandosi alla nobile tradizione trobadorica medievale, ecco quindi Voce tramutarsi in un transmoderno trovatore nel tempo della 'poesia elettrica' che è ancora e sempre "un modo di guardare e pensare il mondo, di 'rovesciarlo in versi', come dice Raimbaut".

Un rovesciamento che nei testi di Voce assume non di rado il tono di una agonistica e antagonista invettiva e contesa versus l'attuale assetto socio-politico, ideologico-economico del pianeta.

Gli otto brani del cd si avvalgono di una produzione impeccabile dove accanto a Frank Nemola (abituale collaboratore dello Springsteen de noantri, Vasco Rossi), spicca la ispirata tromba 'davisiana' di Paolo Fresu, ma poi anche la chitarra elettrica di Dario Comuzzi, il violoncello di Adele Pardi, il violoncello barocco di Eva Sola e la fisarmonica di Simone Zanchini.

Tra gli otto brani riappare "Lai del ragionare esperto", brano già incluso (senza variazioni) nelle raccolte Fast Blood e Piccola cucina cannibale, forse come insistito memento e traccia ideal-tipica, con la sua potente punteggiatura verbo-ritmica, della spoken music vociana. In "Scrivo quando sono stanco..." al performer napoletano si affianca il rapper Kento che hiphoppeggia versi per lui insoliti quali: «... poeta stanco mi scordo le parole / leggo 'Il Mondo Come Volontà e Rappresentazione' / vino nei bicchieri come fuochi in mezzo ai boschi / verso inchiostro nero ed è il sangue di Majakovskij...».

Sound elettronico e tastiere sono spesso incalzanti e pulsanti a sorreggere fluviali cascate di parole: «Le vite non traslocarle non evitarle non sputarle tagliale / sottile come si fa con il diaspro falle folle ragnatela poi / come un soffio disfa la tela spariglia i destini corri mille / miglia taglia il fiato alla paura e a colei di cui è figlia / ... I sorrisi gli amori di poco conto le labbra terse e le occasioni / perse lasciami il fondo del bicchiere uno scampolo un popolo / ... nella rete la strofa che ci libera e quella che ci sperpera la tiritera / e ricorda anche se morte miete siamo tutti disturbati dalla quiete...» ("Disturbati dalla quiete").

Uno svolazzante, un po' malinconico suono di fisarmonica accompagna la "Milonga mutante": «... quando ogni risposta avrà perduto la sua domanda / poi mi chiederai chi comanda appena la luce / è spenta e mescolo oblio e mio amore e propaganda / tu squarcia quello che non dico inghiotti il silenzio / poi sputalo tra i denti mentre ti sibilo di speranza / mentre rubo pelle sesso sole al giorno che avanza...».

La verace politicità della poesia di Voce emerge forte nel refrain di "Il lavoro cieco": «lavorare meno lavorare tutti pensare / bloccare incendiare colpire avanzare / retrocedere ritornare colpire prendere / restituire calcolare punire perdonare / compatire disprezzare agire vivere tutti / morire meno / morire meno vivere tutti...». Dove da ultimo si invoca la necessità di fare, di fronte ai criminali squilibri del mondo, «tutt'un'altra rivoluzione». Ancora, obietterano alcuni? Ebbene sì.

Anche se poi è nella medesima scrittura, sembra dire Voce, che si costruisce "La trappola" in cui si cade «insieme a uno scampolo / di verità» o a «l'occasione di un f....k you». Qui trapela nell'autore napoletano l'antica inclinazione 'metariflessiva' (già assai palese nel primigenio singin') assieme ad una più matura coscienza rispetto al passato sui limiti intrinseci e sulla problematicità e le criticità di un poièin contemporaneo che non ha più punti di riferimento certi, un saldo baricentro a cui ancorare il proprio dire e contraddire. Il poièin di un "senza patria" e che però rivendica di avere innumeri "radici" e la volontà libertina di consumare più tradimenti possibili della tradizione (canonica e moderna) ricevuta. Ma c'è pure una certa spossatezza nella scrittura, come riflesso di uno spaziotempo anteriore carico di vitali promesse decadute: «Scrivo quando sono stanco quando / sono vivo parlo quando parlo vivo / e quello che dico dopo non lo scrivo / ... scrivo perché ho nostalgia di prima / di quando parlavo ed ero vivo».

Probabilmente per Voce è, in ogni caso, proprio nella vocalizzazione della spoken music, nella rienergizzazione della parola poetica 'suonata' in equilibrio sempre precario tra opzione espressiva-stilistica e ricerca di significato, che la scrittura si riscatta dalla sua stanchezza di fondo e ritrova le ragioni prime di un dire che è eminentemente un fare. Un fare appunto "il fiore inverso" che inverte l'entropia e il senso esausto della letteratura e la rilancia come infrazione dell'esistente, come rottura delle incrostazioni dell'essere, come perdurante aspirazione a reperire una via di generale liberazione umana.

Trailer "Il fiore inverso":

https://www.youtube.com/watch?v=iniPmjQ0ges