Per la Critica

LE RIVESTRANE DI JONIDA PRIFTI

di Francesco Muzzioli

Jonida Prifti, poetessa e performer di origine albanese, ha al suo attivo già diverse opere di poesia: pubblica ora con Selva edizioni il poemetto Rivestrane, accompagnato anche da una versione sonora su disco, dove l'autrice interviene vocalmente accompagnata da Stefano Di Trapani con il quale forma il duo poetronico "Acchiappashpirt".

Le rivestrane del titolo sono, indubbiamente, le rive opposte del mare che separa il paese di provenienza da quello di arrivo; la "stranezza" è quella della doppia identità, del bilinguismo che emerge, non a caso, con prepotenza. È l'estraneità di chi parla in lingua straniera («dimmi quella parola che non è nella mia bocca»), ma è anche lo straniamento («in altre rive estraniarsi», si trova enunciato fin dall'esergo) che considera con sguardo obliquo entrambe le culture. Una scrittura migrante, allora, quello che la teoria letteraria chiama l'in-between, l'ibrido, la contaminazione. Ma, con in più, una considerevole passione per la sperimentazione sonora e vocale.

Il carattere dell'oralità è enunciato subito nel sottotitolo del poemetto che reca scritto partitura: e il formato stesso del libro, piuttosto grande, ha le dimensioni che hanno di solito gli spartiti. Le indicazioni sonore, poi, prendono per forza di cose sulla pagina dimensioni visive: varranno a suggerire l'intonazione i caratteri particolari (corsivi, grassetti, corpi più grandi), le barre interne ai versi, le disposizioni laterali o centrali, che formano quasi dei calligrammi. Tutte queste sono le caratteristiche di un testo in movimento - nella performance registrata ciò si traduce in una ricerca di dissonanze e di "spigolosità", di un ritmo ansimante e stridente.

Soprattutto nella prima parte l'operazione vira verso esiti di forte tensione, in un neo- espressionismo affatto originale, in cui è sottolineata l'intensità della parola («Vibrato in gola Esploso in bocca»), fino alla vicinanza dell'urlo («la notte ingoia urli»). Il testo procedeper accensioni e scarti, in ritmi incalzanti, sospinti dall'urgente contatto della violenza («fucili»,

«bombe», ecc.). Ecco un passo che può dare un'idea di questo procedimento contrastivo:

offri il peso della testa

lasciando trasparire mondi dal fango d'oro

mani appese come ali fai cadere in alto

la voce ti rende forte

ma gli altri sono muti

E poiché Jonida Prifti si è occupata, sul piano critico, della poesia di Patrizia Vicinelli, c'è da aspettarsi una buona carica "somatica". Infatti prendono campo i temi della corporeità, i contatti, i flussi (fino a iperboliche emissioni: «volare sul mondo pisciando»), le parti del corpo. Slittando poi sul tema animale, come in questo passaggio:

il gioco della formica sul piede

dal basso le farfalle bianche, come ubriache,

saltano senza peso sul mio naso.

Ci sono animali che non vorresti intorno

perché sei tu l'animale.

Nella seconda parte il ritmo è più lento e in qualche modo più disteso, la ritualità poetica vira verso

l'ipnotico-onirico (del resto, nelle sue poesie in albanese, Jonida Prifti raggiunge risultati sorprendentemente inquietanti con toni di filastrocca e di nenia). Dunque, il tema del sogno:

Lasciarsi regredire in minuti persi.

Trovare ruoli in fragili cornici.

Praticare sembianze oniriche in lucide sostanze.

Sentire che la via del risveglio è lontana

e non preoccuparsi.

Visionarietà e metamorfosi aumentano rispetto alla torsione espressionista della prima parte.

Nell'insieme, parlerei di hypnerotomachia: "ipno-" per l'onirismo che riempie il testo di immagini strane e di collegamenti inusuali; "-eroto-" per l'insistenza sul corpo e sull'inconscio («un corpo nel corpo», leggiamo); e infine "-machia" non solo per lo spettro della guerra che si affaccia, ma anche per il combattimento tra le lingue e all'interno dell'espressione stessa.

Una indicazione molto interessante è nel brano che precede l'inizio del testo; dopo la riga che ho già citato («in altre rive estraniarsi») si legge: «per liberare la voce in voci / per annullarsi». La voce singola si libera nelle voci plurali: rispetto a tanta poesia odierna, stupidamente tesa a ricostruire un'identità banale, qui si mira al contrario. Ed è lo scopo corretto della scrittura poetica quello di essere decostruttiva, perciò abnorme, e in tal modo inventiva e liberante.

Un brano del libro, intitolato Spigoli, si può ascoltare qui: 3-Acchiappashpirt - spigoli