Speciale Mario Lunetta

LE CARTOGRAFIE

DI MARIO LUNETTA

di Marcello Carlino

Se dovessi consigliare ai difensori e ai praticanti degli studi culturali allo scopo vocati, ora che è tornata di moda la vecchia e cara geografia, di scegliere una mappa di luoghi di una qualche rilevanza da ricostruire attraverso l'expertise dirimente dei testi letterari, direi risoluto: puntate sulle opere di Mario Lunetta. Ne sarete ampiamente ricompensati: avrete infatti di che praticare e di che difendere temi e letture e metodi che pure, generalmente, altrove, riesce difficile difendere e improduttivo praticare, così da rivendicarli utili per la teoria e per la critica della letteratura.

Già, perché non solo dai titoli, ma pure dalla materia e dalla forma dei versi di Lunetta appare chiaro che tutta una cartografia vi affiora e si lascia delineare. Una cartografia che trascrive come meglio non si potrebbe, con una puntuta, necessaria tendenziosità e con la giusta inclinazione critica e polemica, la geografia fisica e la geografia antropica del nostro presente.

Un quadro urbano decomposto e in via di dissoluzione, magari una Roma con i marmi anneriti e smangiati; un paesaggio impallato da tabelloni da sempre già visti, senza neppure più la grazia maggiorata di una diva che un tempo si rendeva testimonial del latte, da bere di più che fa bene; un traffico alimentato fino a scoppiare da automobili e da voci, irrelate e insensate, meccaniche e umane, tanto sforzate e volgari che la somma è la trasmissione disturbata di una sequela di mostri nuovi e nuovissimi; notturni rabbuiati e sinistri, che espressionisticamente prolungano le ombre e le fanno spigolose, minacciose, come levatesi dalle fogne così prossime e diffuse di una mediazione mafiosa che avvolge, sporca, corrompe: sulle pagine di Lunetta il tom tom ci dà notizia di questo scenario. E ci mette in premessa, per camicia alla delibera, la globalizzazione che sperde le differenze, l'economicismo a modello liberistico che ha travolto qualunque resistenza e fomenta le diseguaglianze, la spoliazione e l'impoverimento culturali che svendono i beni residui e pure i gioielli di famiglia per fine attività, la dilapidazione dei diritti e delle conquiste sociali che offre in pasto i più deboli ai potenti, l'inadeguatezza totale e totalmente irrimediabile della classe dirigente e della compagnia di guitti che calca la scena della politica: questa è la legenda della pianificazione del territorio da cui provengono articolazioni e misure di mappe e carte: il catalogo è questo.

Non è evidentemente la sola forma dell'Italia; tutto il mondo è l'Italia, o quasi. E infatti, dall'estremo lembo della terra, fin dove si spinge l'Antartide, all'Europa vista di ritorno, e con lo sguardo fatto cosciente dal tempo del tramonto, Lunetta muove la scrittura ad impaginare un atlante; e le tavole dell'atlante fanno opus continuum. Per giunta non c'è dentro che si dia come riparo dal fuori, e non c'è fuori che possa fugare l'inerzia deprimente che incombe sul dentro, dove eleggiamo domicilio; interni ed esterni non hanno confini che li distingua; per questi e per quelli il film è lo stesso, è il film dei non-luoghi.

I versi di Lunetta ripropongono e rileggono i non-luoghi del nostro universo orrendamente defedato con una attenzione analitica e con un rigore diagnostico rilevantissimi; la geografia dei non-luoghi vi è riportata con una capacità critica di rappresentazione dalla spiccatissima pronuncia. Perché poi l'acribia e l'energia espositiva, nello spazio specifico e nel controluce del testo letterario, sono tali da non concedere tregua, respiro.

L'inferno che corre sotto traccia, e che abbiamo introiettato, e la carnevalizzazione cronicizzata, espansa tanto da risultare connotato saliente, risibile e frusto, della civiltà mondiale dello spettacolo, la scrittura di Lunetta li riprende panoramicamente e poi, come in una tavola di dettaglio dell'atlante, li accosta, ne scopre la faccia oscena, grottesca; ed espianta parti, o frammenti e rovine, col bisturi dell'umorismo, il più delle volte nero, e dell'ironia linguistica; e staziona sui particolari, osservandoli con una lente di ingrandimento che deforma e strania, prima di proseguire la refertazione in un flusso poematico ininterrotto; e con i denti affilati di una cultura mai connivente, affondati sull'incultura dominante, lavora i reperti, le rovine come un gatto si lavora il topo. Facendo uso di una variazione sperimentale di maniere e di mosse, e di una forza indignata e di una verve polemica intinta in inchiostri tragicomici, che sanno esporre forme di resistenza alle forme dell'esistenza nostra contemporanea. E possono mettere a fronte, in contraddittorio, altre geografie.