PER LA CRITICA

L'ANSIA DI SAPERE: INTERVISTA

 A GIANNI CELATI

di Francesca Camilla Petrocelli

I

Attratta dal fatto che Celati fosse sconosciuto alla cultura di massa e appartato, giorno dopo giorno ho maturato il bisogno di poter chiacchierare con lui, di poter dare delle risposte alla mia curiosità nata leggendolo.

Ho passato un intero anno leggendo e studiando le opere di Gianni Celati. Uno studio partito dalla voglia di approfondire l'aspetto dell'anti-turismo nella letteratura di viaggio. Naturalmente non potevo lasciare da parte, colui che nell'ambito della letteratura italiana, ha propugnato in maniera più coerente l'estetica del nomadismo. Un nomadismo in cui emerge la qualità visiva. Un nomadismo teso a creare uno spazio diverso, carico di nuove atmosfere.

Attratta dal fatto che Celati fosse sconosciuto alla cultura di massa e appartato, giorno dopo giorno ho maturato il bisogno di poter chiacchierare con lui, di poter dare delle risposte alla mia curiosità nata leggendolo.

Ho pensato allora che fosse arrivato il momento di cercare Gianni Celati, consapevole che forse sarebbe stato impossibile "catturare" uno spirito irrequieto come il suo. Navigando in internet, non esisteva un suo indirizzo e-mail o un suo recapito. Ho pensato, allora, che mi avrebbero potuto aiutare le case editrici, senza però ottenere nessun risultato.

Mi ero quasi arresa, quando ho trovato su internet la locandina di un evento a Bologna previsto per i giorni 22-23 giugno 2013, in cui in Piazza Maggiore, ci sarebbe stato un omaggio a Celati, con la proiezione dei suoi documentari "Strada provinciale delle anime" (1991), "Il mondo di Luigi Ghirri" (1999), "Case sparse. Visioni di case che crollano" (2002) e "Diol Kadd. Vita, diari e riprese di un viaggio in Senegal" (2010).

Ma la cosa che mi ha illuminato leggendo quella locandina, era stata leggere, "in apertura, intervento di Gianni Celati";

In quel preciso momento ho capito che lo avrei trovato.

Ho contattato un'agenzia di produzione di Bologna, "Pierrot e la rosa", che ha collaborato in molti lavori con Celati, soprattutto per la produzione dei suoi documentari. Il direttore Luca Buelli, si è mostrato subito disponibile ad aiutarmi. Dopo aver inviato una lunga e-mail con la richiesta di incontrarlo nei giorni in cui sarebbe stato ospite a Bologna, l'attesa è terminata con una chiamata, dove Luca Buelli mi ha detto: "Gianni ci ha dato la sua disponibilità ad incontrarla".

Ho aspettato un mese quell'incontro. Il 22 giugno 2013, ero a Bologna, per incontrare Gianni Celati presso la sede di "Pierrot e la rosa" nel pomeriggio, con un quaderno, una penna ed un registratore che poi non è servito; abbiamo iniziato a chiacchierare dal primo minuto e accendere quel registratore, avrebbe significato interrompere quel momento.

Mi ha accolto con un grande sorriso, Gianni Celati, un gigante dall'aria buona con i capelli "scompigliati".

Vorrei iniziare questa chiacchierata partendo dal concetto di anti-turismo nella letteratura di viaggio, fulcro del mio studio. Oggi lo spostamento è sempre organizzato nei minimi dettagli. Si classifica ogni evento e ogni incontro; regna la paura di rimanere spiazzati dall'imprevisto, e il viaggio tende sempre di più a trasformarsi in un'esperienza liberata dal tempo del lavoro. La letteratura di viaggio risente di tutto questo. Poi c'è il popolo dei turisti. Lei specialmente nelle Avventure in Africa, ha avuto modo di analizzare i turisti.

Vorrei che iniziassimo parlando di questo.

Il mio amico Jean Talon, ad un certo momento del viaggio, iniziò a riflettere proprio su questo: erano tutti vestiti uguali, con questi calzoni, a gambe scoperte, si muovevano tutti allo stesso modo. Erano proprio un popolo! Così Jean, un giorno mi disse che forse la cosa più giusta sarebbe stata creare un documentario sui turisti, visto che non è un oggetto di studio frequente.

Quelli lì erano tremendi. Tutti uguali. Tutti a volersi mostrare in maniera eccezionale. La sensazione era di trovarseli davanti e non saperli distinguere. Il popolo dei turisti, per loro è il senso di essere al mondo.

Ecco, quando ha detto "si muovevano tutti allo stesso modo", mi è tornato in mente uno degli aspetti che più mi ha affascinato nelle Avventure: leggendo si sentiva questo divario tra gli abitanti del luogo e i turisti, proprio nei movimenti. La loro andatura rigida guidata da mappe, regole, indicazioni, e la camminata regolare, senza movimenti bruschi, degli africani. L'eleganza di Amadou e Boubacar, in contrasto con quella buffa camminata dei turisti.

Il movimento......c'è una vera e propria distinzione nel modo di muoversi.

In Mali è un modo di sentire l'esterno. Ma anche in America; io son stato lì e ho notato un senso di eleganza, movimenti morbidi negli africani che attraversavano la strada. Era come se dicessero "sono in pace!", in una calma assoluta; mentre osservando tutti i miei amici americani non era così. Volevo fare un film su questo. Non ho trovato nessuno studio di antropologia. Sì, era tutto in quei movimenti la differenza.

Dopo tutto, lei nei suoi viaggi, prova momenti di "contentezza" proprio nell'incontro con l'altro, nella gente del posto. Mi piacerebbe se mi raccontasse questo aspetto.

Nella gente del posto c'è qualcosa che mi fa pensare all'abbandono della presunzione su l'individuo stesso, un rilassamento che mi fa sorgere un amore per i luoghi e le persone.

A Comacchio, alle sette di sera, tutte le ragazze uscivano, addobbate come meglio potevano.

Ed era bellissimo, ogni giorno così, segnavano il tempo. Una volta uscite, facevano avanti e dietro per il corso. Mi hanno sempre detto che questo non aveva significato, invece era bellissimo. C'era in quel rito, la possibilità di sentirsi con gli altri. Tutte quelle "sottane" indossate per quella passeggiata. Era bellissimo!

Sì, comprendo quello che dice. In quel rito, rivedo gli anni passati nel mio paese, Tramutola, in Basilicata.

Ha detto Tramutola? Ci sono stato. Ho girato il sud Italia e sono stato anche lì.

Che bella scoperta! Io a Tramutola torno poco oramai, ma quando sono lì, vivo ogni luogo, e parlo con tutti. Gli anziani sono le persone che mi regalano di più. Ci conosciamo tutti e quindi si passa il tempo a parlare. Proprio riguardo agli anziani, ricordo che in un suo saggio, parlava di un esperimento fatto con dei giovani studenti universitari: aveva deciso di portarli in giro, a parlare con gli anziani, a sentire i loro racconti, ma il risultato fu molto deludente, poiché questi giovani avevano riso, sentendo quelle persone parlare. È molto triste, questo."

Non avevano capito. C'era in quei giovani la presunzione di sentirsi superiori. Invece parlare con gli anziani, sentirsi uguali, ascoltare cosa hanno da dire, è importante. S. Agostino, parlava dell'uomo in quanto essere creaturale e la tristezza viene quando non si sente e vede qualcuno o qualcosa a livello creaturale. La pietra, il gatto... ogni cosa. È una parola magnifica "creaturale". L'uomo triste non sente di appartenere a tutto. [Dopo qualche secondo di silenzio] Tramutola.... ricordo questo posto dove le donne lavavano i panni a mano, giusto?

Sì! "N'gap l'acqua", si chiama così. Qualcuno ancora lava i panni a mano nell'antico lavatoio. Purtroppo penso che fra qualche anno, non ci sarà nessuno a lavare i panni.

Non posso crederci, Tramutola! sono stato con un poeta di Potenza. Non ricordo ora il nome di questo accompagnatore. Ricordo invece che c'era una donna che lavava, e la gente del luogo diceva essere pazza, urlava... io avevo provato ad avvicinarmi ma gridava.

Ho capito bene di chi sta parlando! "Rosaria la pazza", la chiamavano così, ora non c'è più, è morta da qualche anno. Stava sempre lì, a volte anche di notte, a lavare i panni, ad urlare.

A molti faceva paura la sua pazzia. E che pazzia! Suo marito, era uscito un giorno, dicendo di "dover andare a dare l'acqua alla vigna", come si dice dalle nostre parti, ma non era più tornato, abbandonandola. Da quel giorno diventò pazza.

È un miracolo, che io oggi abbia incontrato una persona di Tramutola! Ed è un miracolo che abbia vissuto quelle cose che io ho visto anni fa. Ho scritto qualcosa su quella donna. Avevo

iniziato i Diari del sud, che poi non ho terminato, perché mi ero stancato di scrivere, ma in quegli appunti c'è quella donna e oggi ho saputo perché era pazza. Ma pensa te, è un miracolo!

Non mi sarei mai aspettata che in questa chiacchierata potesse uscire fuori Tramutola e soprattutto che lei potesse essere passato anche dal mio paese. Cosa ha visto del Sud?

In quel viaggio, sono arrivato fino a Reggio Calabria. Quando dovevo riscriverlo, gli appunti erano molto imprecisi; Riga, mi aveva chiesto di scrivere sul Sud, ma io mi ero stancato. Mi avevano mandato a vedere la Madonna che piangeva sangue, in Aspromonte, ma quando sono arrivato lì, non ho trovato né Madonne né sangue. E lì in Aspromonte mi dicevano "vai via, ti rapiscono". Poi Eraclea. Mi piacerebbe tornare a Tramutola e in quei luoghi.

Sono posti, dove l'idea presente in Narratori delle pianure ancora si può trovare. Dove l'ascolto di storie degli abitanti del luogo ancora è meraviglia. Oggi però nessuno vuole più ascoltare.

Ci sono troppe cose che attirano più dell'ascoltare. La televisione degrada il fatto di raccontarsi le storie. Ho visto una massa di persone raccontare cose su di me e spesso non c'è una parola che non sia falsa. Non vogliono sentire più niente. Oggi lei mi ha raccontato la storia di quella donna e della sua pazzia.

È tragica la fine delle storie.

Quando ha sentito il bisogno di "uscire fuori"? E di ascoltare?

A cinque anni ho iniziato a stare fuori. Ho vissuto diversi trasferimenti da bambino, perché mio padre si "incazzava" con i padroni. A Belluno ero sempre fuori. Poi, scoppiata la guerra, eravamo senza soldi, mio padre era un disertore e mia madre faceva la sarta in casa. Per proteggermi, mi avevano mandato in una scuola di campagna, ma io non ci andavo mai. Stavo sempre in giro. C'era il fiume Piave, e io ero sempre lì in giro con le vacche, invece di andare a scuola. Crescendo, camminavo sempre di più dalla mattina alla sera, parlavo e ascoltavo tutti, mi è sempre piaciuto ascoltare storie.

Camminare ha un grande valore nei suoi scritti, specialmente in quelli della valle del Po. L'incontro con Luigi Ghirri in questo senso, è stato fondamentale.

Sì, quando ho incontrato Ghirri, ho dimenticato tutto quello che avevo iniziato a scrivere negli anni precedenti. Ci eravamo accorti, che l'immagine dell'Italia, era collegata ancora alle vecchie cartoline degli anni di Mussolini. Così Ghirri mi propose di girare l'Italia, e mi disse "Gianni, devi scrivere..." ho iniziato a scrivere e ho perso tutto quello che avevo scritto in precedenza.

Gli anni dopo il Lunario del paradiso, anni di silenzio. Cosa ha fatto dopo il Lunario?

Gli anni dopo il Lunario... ho passato due anni negli Stati Uniti e lì mi sono appassionato alla letteratura maccheronica. Ho trovato degli studenti americani che conoscevano bene il latino. Per me è fondamentale il latino nelle discipline umanistiche. Avevo passato anni al Dams di Bologna, ma la vita da professore non mi stimolava abbastanza, forse non ci credevo molto. Insegnavo letteratura anglo-americana e gli studenti non conoscevano l'inglese... insomma non ero stimolato. Poi c'è stato il '77, Alice, e tutto il movimento. Ma sentivo, che non ne potevo più. Così sono partito per l'America, con un amico matto, Alberto Sironi, che è il regista di quella serie famosa... come si chiama? quella del commissario!

Montalbano!

Giusto! Insomma Sironi era stato invitato a Los Angeles per la presentazione di un film. C'era quest'idea, prendevano dei film che avevano fatto successo e li storpiavano. A Sironi era capitato "La febbre del sabato sera". Io, mentre Sironi faceva i film, andavo a lezione all'università e facevo degli studi di linguistica. Non volevo più scrivere. In Italia la mia tesi era che all'università nessuno sapesse l'inglese e quindi avevo fatto a modo mio. Me ne ero andato. E poi ho vissuto nel Kansas... Ma è stato il mio caro amico Ghirri, che poi mi ha lasciato presto, a farmi nascere la passione per il camminare-scrivere. Questa passione è culminata in quello straordinario libro che è Viaggio in Italia.

A proposito dell'America, ho letto che lei, è tornato in quei posti dopo diversi anni e la tristezza fu accorgersi della "scomparsa dei luoghi, ossia comparsa dei non-luoghi", osservando come tutti i suoi amici americani fossero focalizzati su questa società dello "smile", dove ogni luogo era uguale all'altro. Mi può parlare dei non-luoghi?

La cosa che mi viene subito in mente pensando ai non-luoghi, è il ricordo della gente negli alberghi in Africa. Quegli alberghi per turisti, ma sicuramente avrà avuto modo di leggere di quei posti nelle Avventure.

In America, un romanzo di Steinbeck, Furore, mostra la gente abituata alla terra. Mostra proprio il momento del lancio del capitalismo, dove tutta la gente scappa. È una pietra miliare, perché quella frase "Senza un luogo!" rende proprio l'idea della perdita dei luoghi. Anche quel gran pensatore di Jack London, fa vedere nei suoi scritti come tutto è sistemato da sempre, come non ci sia nulla di nuovo.

Ma se si pensa un attimo all'elemento "creaturale" che ci rappresenta, la tristezza dei non-luoghi viene meno.

Penso, a quel gran libro che ha scritto, Fata Morgana, e c'è una cosa che vorrei mi spiegasse: i Gamuna vedono gli esploratori, gli scienziati, come "quelli che credono sia successo qualcosa". Come nasce questo concetto?

In tutte le situazioni africane, nelle tribù dove ho vissuto, c'è una memoria pedante dettagliata.

Lì è successo qualcosa nel corso del tempo e da allora a qui non è cambiato niente.

Nel Kenia, ho visto della gente che andava avanti per secoli e non sapevano nemmeno loro perché vivevano così, ancora oggi. Ho passato sei ore, chiuso in una tenda, dove si radunavano gli anziani, e un signore ricordava tutto. Sentivo la presenza della memoria.

I Dogon, si erano rifugiati sulla falesia, erano scappati, per non diventare musulmani. Hanno i loro riti, le loro usanze intatte. Per preparare una festa, che si chiama "Festa delle maschere", ci impiegano circa sessant'anni. Il senso è, che lì il tempo, non è il tempo di adesso. Dal '500 in poi hanno vissuto così. La civiltà europea dovunque va deve distruggere. La forza del pensiero occidentale è quella di una conquista. Si aspettano sempre qualcosa. C'è del tragico in questo.... ma forse se fossimo su un altro pianeta ci sarebbero altre piaghe.

Fata Morgana, è senza dubbio uno dei miei libri preferiti. Ho letto in quelle pagine la sua immaginazione. Vorrei parlare proprio di Lei, che ha definito "ineliminabile dea guida" e della fantasia.

Vico, uno dei più grandi filosofi, purtroppo non molto studiato, insegna che i bambini imparano le parole di pari passo alla fantasia. La rivoluzione di Vico sta nel concepire l'immaginazione e la fantasia non come produzioni soggettive, ma come una specie di filo che collega gli uomini. Tutto comincia quando si è bambini. La fantasia non è qualcosa di soggettivo, ma una vasta memoria che ci collega al passato e anche a ciò che è lontano da noi. Questo è il presupposto di ogni antropologia, che è una memoria dove i primitivi non stanno più in una posizione categorica rispetto a noi. L'immaginazione ha guidato ogni mio cammino, senza dubbio. Ma voglio ripetere ancora una volta la parola "creaturale", che è la bellezza di essere con gli altri. Per me è tutto racchiuso in questo.

La ringrazio di questa chiacchierata. Il mio unico rammarico è di non averla qui in Italia. Perché ha deciso di vivere altrove?

L'idea di romanzo industriale, tutti quelli libri invenduti. Nel mercato dei libri, sta succedendo quello che è successo con il turismo: vedo prodotti di consumo. Basta. Vedo prodotti creati ad hoc. Io ho mandato al diavolo Feltrinelli. Non voglio premi letterari. Ero un docente universitario, ma anche quello pian piano stava scadendo. In Normandia, ho insegnato e con i miei studenti avevo stabilito, che non dovessero scrivere papiri noiosi, ma che dovessero scrivere sonetti su quello che io spiegavo, ed è uscita una festa! Vivevo in America, ma mia moglie aveva nostalgia dell'Inghilterra, e così siamo andati a vivere lì. Ho fatto il matto per sopravvivere. Ho scritto e ricevuto premi, ma per me era come portare cavalli al trotto. Ho detto basta anche in quel caso. Ho molti progetti, vorrei fare altri film, ma non ho molti fondi. Non so se tornerò in Italia a vivere... ma oggi sono felice di aver parlato con lei, che mi sembra così positiva. Magari ci rivediamo a Tramutola, Francesca Camilla.

Gianni Celati è un sapiente. Passare del tempo con lui, oltre che un piacere è un atto filosofico.

È un uomo coltissimo, che ha passato la sua vita a leggere, studiare e naturalmente camminare. Proprio attraverso questo suo camminare, ci regala nelle sue pagine, la meraviglia di essere altrove.

Nello spostamento, la sua capacità di creare storie, rende meno traumatico l'incontro con l'Altro e con l'Altrove, che oggi, solitamente viene messo da parte. Non tralascia niente nei suoi racconti: colori, voci, silenzi, persone e paesaggi.

Con Celati i luoghi si caricano di significati ignoti e nascosti.

Dopo due ore in sua compagnia, il mio studio avrà ancora più senso, perché Celati mi ha fatto andar via quel giorno, con un grande insegnamento: l'importanza di sentirmi creaturale.