Le parole fra noi

LA PORTA ROSSA

di Marco Palladini

Una volta c'era una giovane donna ventisettenne col viso angoloso e i capelli castani tagliati molto corti, che per campare scriveva tesi di laurea per altri e abitava in una casa al limite tra città e campagna. Viveva sola, Patrizia Sgravio, e mangiava poco, talora quasi niente. Leggeva libri su Caterina da Siena, attratta dalla sua 'santa' anoressia, dalla sua ferma volontà di uscire dalla prigione mondana del proprio corpo per trasferirsi in un 'corpo spirituale'. Patrizia non ce la faceva ad astenersi completamente dalle cibarie, ma aveva adottato una drastica dieta vegana a base di semini e di frutta e verdura, e beveva soltanto qualche bicchiere d'acqua quotidiano. Il problema era il dormire: Santa Caterina come iperdopata dalla propria anoressia riposava sì e no una mezz'oretta al giorno o, addirittura, ogni paio di giorni, stendendosi a terra su un tavolaccio. La Sgravio era invece una dormigliona: anche otto ore consecutive in un comodo letto a una piazza e mezzo e, quando si svegliava, si sentiva ancora spossata e avrebbe voluto sonnecchiare un altro po'. Peraltro Caterina eccedeva nel torturarsi, nel far coincidere la fede con il sangue, nell'umiliare la carne: portava il cilicio, si avvolgeva il busto con pesanti catene che le procuravano delle dolorose piaghe; e ancora intignava a fare penitenze, ad autoinfliggersi ulteriori punizioni. Patrizia all'estremismo di questa vita stenta e allucinata non riusciva neppure ad avvicinarsi. Per questo, si diceva, quella era una santa ed aveva delle scatenate estasi e le venivano le stimmate e la sua radicale ascesi la proiettava nei misteri e nei segreti del divino. La Sgravio si rendeva conto che Caterina nella sua mistica follia aveva attinto l'indicibile della verità, mentre lei rimaneva una borghesuccia vista dagli altri come una poveretta con seri disturbi alimentari.
Senza saperlo Patrizia sulla natura la pensava come Céline che nel Voyage au bout de la nuit aveva scritto: "La natura è una cosa spaventosa e anche quando è decisamente addomesticata... continua a dare una sorta di angoscia". Perciò si teneva lontana dai movimenti 'verdi' e rifuggiva da tutte le battaglie ecologiste, una vita integralmente tecnologico-cibernetica le faceva meno paura, anzi la rassicurava. Poi però le toccò una volta di stendere una tesi sulle tribù native del Sud America e si appassionò al loro integrale animismo, che attribuiva un'anima tanto agli uomini quanto ai fiumi, alle piante come agli uccelli, agli alberi come alle scimmie, ai laghi come agli animali che andavano sulle rive ad abbeverarsi. E a poco a poco incominciò a pensare che la natura non esiste, o meglio che esiste solo quando è mediata da una visione culturale. È la cultura degli indios amazzonici che dà un senso alla natura della foresta in cui essi vivono. Così, il corpo certifica l'esistenza, ma è soltanto l'anima che rivela l'essenza di un essere vivente a qualsivoglia specie appartenga. Questo almeno in parte la riconciliava con il conflitto che aveva col proprio corpo, immaginandolo guidato e illuminato dallo spirito.
Certo, pure la sua natura-spirito femminile le procurava una indecifrabile angst, anche se lei in fondo era pertinace e orgogliosa e si reputava una donna speciale, capace di interrompere durante un'omelia il prete della chiesa vicino a casa per domandare ad alta voce: "Che cosa significa essere untori oggi? Chi sono gli untorelli che diffondono la peste spirituale che ci sta alienando tutti?".
E il sacerdote che la guardava furioso, replicava con stanche giaculatorie che non convincevano nemmeno lui.
Alla Sgravio accadevano di tanto in tanto cose strane, inquietanti. E incominciò a credere che un'energia diabolica si fosse coalizzata contro di lei. Una notte venne svegliata da una ragazza scarmigliata e schizofrenica in sottoveste bianca che urlava come una erinni e batteva furiosamente alla porta di casa. Molto preoccupata, anzi in preda ad un timor panico, Patrizia andò a serrare il catenaccio. Però dopo un po' di tempo sentì dei passi: la ragazza era riuscita, non si sa come, a penetrare nella sua abitazione indossando una maschera di gomma di Paperina. La Sgravio paralizzata dalla paura la guardava aggirarsi per le stanze senza dire nulla, felpata e felina come un animale selvatico. Facendo mosse perturbanti, ma senza dare l'impressione di volerla aggredire. Patrizia percepiva una insidia incombente da cui non sapeva come difendersi. Si sentiva impotente. L'altra sembrava essere diventata la padrona dello spazio domestico. E tutto quello che rimaneva da fare, era accettare di coabitare in un silenzio carico di tensione. Sognava? Era desta? Soltanto la mattina dopo constatò che la ragazza era svanita. Ma per terra in corridoio, non poté fare a meno di notare una maschera di Paperina.
Poi una volta, mentre era in coda ad un ufficio postale, si trovò accanto una donna sui cinquant'anni con un elegante tailleur blu pervinca e una rosa damascena infilata all'occhiello della giacca, e con un rossetto che le incideva le labbra sottili.
La donna la approcciò ex abrupto, dicendole: "Deve sapere che io sono apparsa a Carmelo Bene". Siccome la Sgravio era rimasta impassibile, la signora le chiese: "Ma lei sa chi è Carmelo Bene?"
"Veramente no, chi è?" "Inconcepibile! È un attore teatrale! Il più grande di tutti." "Mi scusi, non mi occupo di teatro." "Io mi chiamo Giuliana Fossi, ero un'attrice e andai a casa di Carmelo per sostenere un provino. Ma lui non mi fece recitare nulla. Mi disse che io dovevo essere per lui un'apparizione. Così, mi fece spogliare nuda e girare teatralmente su me stessa. Poi lui si stravaccò su un divano e aggiunse che oramai era pressocché impotente, altrimenti avrebbe senz'altro gradito di scoparmi. Quindi mi fece rivestire e si mise a leggermi dei testi complicati di Lacan e di Schopenhauer. Io non capivo quasi nulla e mi addormentai. Al risveglio la sua assistente mi accompagnò alla porta." "Comprendo, ma perché mi sta raccontando tutto questo?" "Perché poi Bene non mi prese per la parte, che andò ad una attrice che le assomigliava molto, direi quasi una sua gemella. Lei ha una sorella gemella?" "No, sono figlia unica." "È curioso, vede, io sono convinta di averla già incontrata... magari in un'altra vita..." "Per carità, a me basta la vita che ho e che è già abbastanza difficile... Peraltro, io sono sicura di non averla mai vista." "Non si può mai dire, comunque la saluto." Finito di pagare il bollettino, la signora elegante si dileguò, lasciando una scia di Parfum Lanvin. La Sgravio si chiese a lungo se quello che la Fossi le aveva raccontato fosse vero o il frutto di una pura mitomania.
Un'altra volta ancora, mentre sedeva su una panchina a leggere, fu avvicinata da un uomo stempiato di oltre ottant'anni, vestito sobriamente con un giubbotto e pantaloni grigi con le pinces. Il signore che aveva un'aria modesta, ma decisa, si presentò - Enrico Rommelli - ed estrasse da una borsa nera da impiegato un manoscritto rilegato, intitolato La seconda vita di Adolf Hitler. Questo libro, spiegò, non è un romanzo, è una bomba! Qui c'è la vera verità riguardante il Führer. Che non è morto il 30 aprile 1945 a Berlino a cinquantasei anni. Ma a ottantadue anni il 6 settembre del 1971 in un paesino delle Ande tra Argentina e Cile, dove aveva vissuto per un quarto di secolo sotto mentite spoglie, con il nome di Aloisius Muñoz. Un nome-spia, le faccio notare, dal momento che il padre di Hitler si chiamava Alois.
Patrizia non gli disse che lei in materia aveva altri interessi, per esempio quelli relativi alle vittime, ai milioni di vittime dello sterminio, e che queste vecchie narrazioni che appassionavano tanto nostalgici e fanatici del nazismo, la urtavano, le sembravano una oscena pornografia della storia. Inoltre, le sembrava di ricordare che questa storiella del Führer che non era morto, che era fuggito in Sud America e si era rifatto una vita, non fosse affatto nuova. Era girata più volte, senza mai avere dei seri, probanti riscontri. Ma Rommelli insisteva imperterrito. Guardi, la storia vera di Hitler io la so perché mi è stata raccontata per filo e per segno da un camerata oramai deceduto che aveva incontrato Muñoz e aveva parlato con lui, venendo a sapere che produceva latte e formaggi in una fattoria di montagna e continuava a dipingere acquerelli che ritraevano paesaggi, vette innevate e praticelli in fiore. Adolf-Aloisius portava la barba e non rinnegava nulla, anzi continuava a sognare la rinascita di un Quarto Reich che sancisse il definitivo dominio mondiale della razza ariana. Si era anche coniugato con una donna del luogo, che però dopo il suo decesso venne fatta sparire. Intorno a lui c'era una discreta, ma ferrea rete protettiva composta da ex SS che sorvegliavano possibili ficcanaso e visitatori.
La Sgravio guardava assai scettica, se non disapprovante il vecchio, ma non poteva negare che la colpivano l'ardore e il candore con cui lui parlava. Magari il libro era soltanto una grande balla o una favola, ma una favola a suo modo interessante, che faceva capire tante cose, nel momento in cui proiettava altro mito sulla mitologia negativa del genio del male del '900. Chiese così a Rommelli: ma lei perché si sta rivolgendo a me? Io posso ascoltarla, ma non so davvero come aiutarla. Anche fosse tutto vero, che cosa cambia ormai? Perché ha scritto questo libro? E, poi, perché non lo ha proposto a qualche editore?
L'anziano scosse la testa: si scrivono tanti libri, intere biblioteche per occultare la verità. Milioni, miliardi di parole per non fare sapere. Sì, ho parlato con qualcuno, ma non sono interessati, mi hanno detto di lasciar perdere. Certe verità sono scomode. Che Hitler sia sopravvissuto alla Götterdämmerung nazionalsocialista e sia poi campato tranquillamente è una verità che stona. Meglio far credere che il malvagio dittatore si sia suicidato, che abbia pagato con la morte quello che ha fatto. La storia la fanno i vincitori e la loro verità non può essere invalidata. La vittoria politica tante volte nella storia non è stata altro che la certificazione del falso.
Rommelli si alzò, rimise il manoscritto nella cartella di pelle e soggiunse: ho voluto parlare con lei perché, a istinto, aveva una faccia che mi ispirava, ed è giusto che qualcuno sappia, anche se non serve a niente. Poi si accommiatò e si allontanò con un passo strascicato.
Patrizia rimase seduta a chiedersi se quell'uomo fosse un mentecatto, un vecchio filonazi o uno sfortunato testimone di luce. E quell'incontro aveva un significato particolare per la sua vita? O era un episodio destinato a finire lì? Era sempre la sua faccia che attirava tipi balzani o fuori di testa che la prendevano per confidente. Ma che aveva la sua faccia? Appariva stramba e, dunque, richiamava queste persone strambe? Non sapeva che pensare e si reimmerse nella lettura del suo libro. Il titolo? Se questo è un uomo di Primo Levi.
La Sgravio si riconosceva un temperamento malmostoso. A chi con sicumera le diceva "credimi, è una cosa di cui tutta la città ne parla", lei opponeva un fiero "ma anche no!". Del pari respingeva gli inviti e le telefonate continue dei genitori, la fatale coppia anaffettiva che era la ragione prima dei suoi evidenti disturbi alimentari, del suo essere dimolto sotto peso, senza ancora apparire anoressica.
Preferiva vedersi con una sua amica, Nadia, che provava a fare la critica musicale ed era in fissa con il rock'n'roll delle origini. In particolare, adorava il cantante e chitarrista Chuck Berry, secondo lei quello che aveva realmente inventato il rock, quello che con Johnny B. Goode ne aveva determinato la sua forma sonora prototipica una volta e per sempre.
Fu giusto Nadia che la indirizzò verso un cantante rock italico di sua conoscenza, Carlo Colli, che aveva deciso a quasi quarant'anni di prendersi la laurea per accontentare la mamma a cui era devotamente legato. Non avendo tempo, tra una incisione, una tournée e una ospitata televisiva, di scrivere la tesi, aveva bisogno di qualcuno che lo facesse al suo posto. Paga bene, aggiunse Nadia, che le diede un numero di telefono.
Patrizia parlò con la segretaria del rocker con cui prese un appuntamento per la settimana successiva. Quando arrivò in un albergo, appena fuori città, percepì subito lì dentro un'atmosfera stranita e straniante, a partire dal design ipermoderno degli arredi interni. Linee bianche abbacinanti e strisce rosse sfuggenti. Sembrava di entrare in una astronave, tra luci al neon e monitor informatici che vomitavano immagini ed informazioni no-stop. C'era, poi, nella hall un via vai misterioso di persone che potevano essere uomini d'affari o membri di una organizzazione criminale o partecipanti ad un summit politico un po' sinistro, in stile complottardo. Il maître che aveva una faccia gommosa da bertuccia sorridente, la spedì al quarto piano dove all'uscita dell'ascensore l'attendeva una ragazza con i dreadlocks biondi e un vestitino di seta amaranto lucida di foggia indiana. Era la segretaria del cantante che la fece accomodare su una poltroncina, pregandola di aspettare. Quindi scomparve dietro una porta rosso acceso sormontata da un display elettronico che indicava il numero 403.
La Sgravio prese a sfogliare una rivista, dove l'attirò un articolo che illustrava delle recenti ricerche neurobiologiche, secondo cui i processi mnemonici non sono affatto casuali, ma procedono secondo un piano funzionalistico. In altre parole, non ricordiamo quello che vogliamo, ma quello che ci sarà utile in futuro. La memoria è una stratigrafia psico- sinaptica complessa che ricostruisce gli accadimenti passati in vista di quello che potrebbe avvenire domani. La memoria è, ovvero, assai selettiva, seleziona soltanto i 'memi' importanti, quelli che ci possono essere d'ausilio ad orientare il futuro della nostra esistenza.
Patrizia prendeva appunti su tale argomento, che molto la colpiva, ma intanto il tempo scorreva e si rese conto che il numero sul display adesso era diventato 405. Sbatté gli occhi perplessa, si alzò e si mise a camminare lungo il corridoio, tornò indietro. Ora il numero era 407. Senza sapere perché, si sentiva agitata, il cuore le batteva in petto. Andò verso una finestra e guardò di sotto: degli uomini col cappello stavano transitando in strada verso una limousine come uno stormo di uccellacci rapaci. Intanto il numero era mutato ancora: 409. Passò una formosa cameriera di colore e la Sgravio la fermò chiedendole: perché il numero della stanza dietro la porta rossa cambia in continuazione? L'altra non capiva, alzò lo sguardo: numero 411. Allora sorrise: ma no, è tutto a posto, stia tranquilla. E se ne andò dondolando un grosso deretano a bauletto. Patrizia riprese a passeggiare nel corridoio, arrivata in fondo da dietro la porta di un'altra camera sentì la voce di Mina che cantava a palla È l'uomo per me. Le erano sempre piaciuti molto i versi: "Ma ciò che amo in lui, / è il ragazzo che / nasconde in sé...". Però l'angoscia le cresceva dentro. Bussò alla porta. Nessuno rispose. Cercò nella borsetta una sigaretta che non aveva. Riguardò il numero: 413. Crollò quasi paralizzata sulla poltroncina, chiuse gli occhi e si addormentò. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso, quando venne svegliata dal trillo del telefonino. Era la segretaria di Colli che si scusava: l'artista aveva avuto un improvviso impegno e non aveva potuto riceverla. Comunque, l'avrebbero richiamata appena possibile. Patrizia riguardò il display: 403. La porta rossa però le sembrava di una tinta diversa, assai più sbiadita di come la ricordava. Si avvicinò e spinse, la porta inopinatamente si aprì. La camera appariva disabitata, nessun segno che qualcuno in quel momento la stesse occupando: il letto era perfettamente rifatto, il bagno in ordine, l'armadio vuoto. Soltanto il televisore era acceso: su un canale satellitare di musica classica. D'un tratto Patrizia non capì perché si trovava là. Le girava leggermente la testa, si sentiva in totale non controllo dello spaziotempo. Poi percepì che quella stanza aspettava proprio lei. Epperò, quel posto, per citare Mina, nascondeva qualcosa in sé, forse un segreto. C'era qualcosa di metafisico e di maligno che la riguardava in quel luogo. Allora non resistette, si precipitò fuori, non prese neppure l'ascensore, scese correndo per i quattro piani di scale, letteralmente assalita dal panico.
Nei giorni e settimane successivi la Sgravio prese a nutrirsi sempre di meno, dimagriva a vista d'occhio, finché ebbe una crisi grave e stramazzò. Si risvegliò in ospedale in una stanza a quattro letti. Non rammentava bene che cosa le fosse successo. Scorse sulla soglia la madre e Nadia che confabulavano fittamente. Finse di non riconoscerle. Credeva di meritarsi un futuro diverso. Adesso riaggallò un ricordo fisso: una porta rossa che si apriva su un ambiente sospeso tra ieri e domani. L'ago della flebo infilato nel braccio le dava fastidio. Quella porta rossa le aveva dischiuso il passaggio verso il suo futuro, ma lei era scappata. Filando via da quella camera comprese che si era giocata la chance di approdare al proprio futuro, qualunque cosa fosse. Le gocce nel tubo della flebo sembravano piangere al suo posto. Come sul punto di spezzarsi la Sgravio intese qual era l'alternativa: non mangiare più o ritornare là dove era fuggita. Non essere o essere. A ventisette anni era tempo di decidersi. Forse c'era una seconda chance: dovrebbe esserci per tutti, si disse. Osservò il padellone in alto dell'orologio a muro: segnava le 4 e 03.