Per la Critica

LA POESIA NON È PALCOSCENICO

di Giorgio Moio

Nonostante la precaria condizione che oggi vive la poesia, una certa poesia che si muove alla riscoperta delle pieghe nascoste del presente, le varie negatività che le pullulano intorno non hanno scalfito la consapevolezza di continuare a riproporla fino all'esaurimento, in una società priva di forti richiami che fa sempre più fatica ad ospitarla, ad accettarla, ancor meno a comprenderla, bisogna certificare che non è venuta mai meno, magari in posizione di attesa, ma ancora vitale.

In un momento in cui, sia sul piano poetico sia su quello ideologico, si annota un forte riesame (sia pure critico) del passato, è assolutamente indispensabile che, chi si metta a poetare, ancor prima di stabilire ogni contropartita con l'interdetto mondo di una cultura speculativa, abbia coscienza e controllo del presente, del punto di partenza per un cambiamento salvifico della vita influenza da una politica di governo catastrofica ed evanescenza, reazionaria, iscritta di diritto alle lobby affaristiche.

A conti fatti, ci accorgiamo, nostro malgrado, che di salvabile, in quest'ultimo periodo di attività culturale, resta ben poco nell'italico paese. Le situazioni che si riescono a rappresentare danno il voltastomaco, concentrazioni di falsi miti portati all'ennesima potenza e consegnati alla dissolvenza di un prodotto del tipo "usa e getta", tuttavia costituiscono il carrefour della contemporaneità, del postmoderno, dove anche il poeta s'impone l'esigenza dello scrivere facile e quindi per tutti, unicamente per incorporarsi nell'establishment culturale con l'auspicio di partecipare così alla spartizione della torta.

L'irresponsabilità di certa letteratura attuale, ben sostenuta dalle grosse case editrici e da giornali populisti e neoconservatori, fa sì che tutto sia inevitabilmente votato alla volgarità, a un'apertura di degrado, disperatamente confuso. Un'apertura di dolore, oseremmo dire, e in questo stato di prerogative fuorvianti e per niente originali, la poiesis della decostruzione di linguaggi fasulli non fa altro che svelarci il silenzio del tempo, di questo tempo, chiuso com'è all'universo discorsivo, al valore, alla "fisicità" del corpo materico della poesia, a verità altre.

In ogni epoca si devono fare i conti con la realtà avvilente, oggi come ieri, sanzionando il fatto che non è mai stato facile proporre un certo tipo di poesia. E se la colpa non è imputabile alla scelta di fare laboratorio lontano dall'esistente ipnotico e museificante dei nostri predecessori, né tantomeno alla rassegnazione e mancanza di utopia e senso di aggregazione per una spinta in avanti che siamo costretti a registrare oggi, vuol dire che questi sono i tempi che ci meritiamo. E non c'è da stare allegri! Nonostante la precaria condizione che oggi vive la poesia, una certa poesia che si muove alla riscoperta delle pieghe nascoste del presente, le varie negatività che le pullulano intorno non hanno scalfito la consapevolezza di continuare a riproporla fino all'esaurimento, in una società priva di forti richiami che fa sempre più fatica ad ospitarla, ad accettarla, ancor meno a comprenderla, bisogna certificare che non è venuta mai meno, magari in posizione di attesa, ma ancora vitale. Certo, le attese di un cambiamento, di un linguaggio materiale anziché ideale, sono venute meno, nonostante l'impegno profuso, non soltanto per un cambiamento generazionale che sembra sordo alle alternative di un linguaggio ipnotico, pacifico e sottomesso al mercato dell'economia che in questi anni è diventato globale affidandosi a strumenti accademici e stanchi, adagiandosi su posizioni culturali e politiche ambigue e invertebrate. Al fondo del discorso, va sottolineato che oggi di noi stessi e del mondo circostante sappiamo ben poco. Ci attendono tempi duri, in cui siamo chiamati a resistere, a colmare una carenza che non è solo culturale. Il "futuro è impedito"? Ma è al presente che bisogna pensare, e resistere contro lo strapotere del pensiero monopolizzato è quasi un obbligo. E della poesia? Che cosa sanno oggi le nuove generazioni della poesia? Nulla o quasi.

«Quel che è mutato nel periodo contemporaneo ‒ ci dice Herbert Marcuse in L'uomo a una dimensione ‒ è la differenza che prima esisteva tra due ordini e le loro verità. Il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendo i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura di nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza». La scrittura in generale, adeguandosi al contesto pragmatico in cui è pronunciata (televisione, mass-media, pubblicità, riviste patinate) diventa cliché di una koinè codificata da formule magico-rituali, da feticci ritenuti a torto immodificabili. E con essa il poeta delle suggestioni auratiche, dei ritorni del mito, dell'orfismo, della poesia innamorata di se stessa, il quale da un lato si rende irresponsabile di fronte alle problematiche della realtà che lo circonda, dall'altro, scaricatosi di ogni valenza critica e strutturale, si attesta sull'effimero dell'estetizzazione, non prima di un ripiego della ragione verso l'appiattimento, lo spettacolo, il look, determinando l'apparire più che l'essere.

Sulla decadenza della cultura e della società industrializzata, ha scritto anche il citato Marcuse, mentre Platone afferma che «il filosofo deve restare solitario, perché lo è nella sua essenza. La sua solitudine non può essere discussa. L'isolamento non è qualcosa che si può volere. Proprio per questo egli deve esserci sempre nei momenti decisivi e non può farsi da parte. Egli non fraintenderà la solitudine interpretandola nel senso esteriore di un ritirarsi e di un lasciar correre le cose». E il poeta? Come deve comportarsi il poeta? Isolarsi o apparire? Come se ne esce? Ci viene in soccorso ancora il buon Marcuse dicendoci che il «fatto che la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole. È la stessa dicotomia esistente nella distinzione tra coscienza autentica e falsa coscienza, tra interesse reale e interesse immediato. Chi surclassa chi? Però il tutto conserva ancora un significato. La distinzione deve tuttavia essere verificata. Gli uomini debbono rendersene conto e trovare la via che porta dalla falsa coscienza alla coscienza autentica, dall'interesse immediato al loro interesse reale». E l'uomo nella sua totalità, onnilaterale come lo definivano Marx e Gramsci? Ci sono oggi strumenti e situazioni che possono realizzare l'uomo onnilaterale? L'economista politico tedesco Elmar Altvater, autore tra gli altri del libro I limiti della globalizzazione, scritto con Birgit Mahnkopf, sostiene che non ci sono più forze in Europa capaci di esprimere grandi utopie sulla società e sullo Stato. «È finito il tempo dei pensieri lunghi», sostiene Carlo Bernardini, fisico e divulgatore scientifico. Un aiuto potrebbe arrivare dai social, dove un individuo in un attimo può essere "presente" su tutto il pianeta. Ma questo straordinario mezzo va usato nel giusto modo, altrimenti è terra di nessuno o di conquista della peggiore specie umana e intellettuale. «... bisogna anche avere il coraggio di una utopia ‒ ci dice Enrico Berlinguer in un'intervista rilasciata a Ferdinando Adornato su «L'Unità» del 18 dicembre 1983 ‒ che lavori sui "tempi lunghi" per raggiungere l'obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e, nello stesso tempo, di guidare consapevolmente i processi economici e sociali (...) con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l'umanità».

Dunque sovrapporre l'interesse reale all'interesse nell'immediato, secondo Marcuse. Avvertire il bisogno di mutare il modo di vita, negando il positivo, rifiutando le certezze, sovente rivelandosi fasulle. Velocizzare il mondo all'esasperazione dell'apparire scaturisce una sottomissione da una società totalitaria che si propone come produttrice di strumenti per controllare il mondo, e quindi, gli uomini, la cultura, il lavoro, l'industrializzazione in un unico potere socio-economico. Insomma: si ignora il fatto che un palloncino sottoposto a continuo gonfiamento prima o poi scoppia. La società tecnologica è un sistema di dominio che prende ad operare sin dal momento in cui le tecniche sono concepite ed elaborate. Il modo in cui una società organizza la vita dei suoi membri comporta una scelta iniziale; la scelta stessa deriva dal gioco degli interessi dominanti. Essa prefigura modi specifici di trasformare e utilizzare l'uomo e la natura e respinge gli altri modi. Come se ne esce da questa dimensione del mondo a un'unica direzione, cioè quella di rendere tutto merce di scambio, ricavo economico, profitto e solo profitto, raccogliendo quanto più capitale possibile e con ogni mezzo, lecito e illecito? Quali mezzi contrappone per arrestare questa apocalisse in una società che cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, di fatica miserabile e di soddisfazione, di libertà e d'oppressione dove pensare è uno sforzo, credere un lusso? Tuttavia, la conclusione, qualunque essa sia, non potrà mai essere una vittoria. Non più obbligati a provare quanto valiamo sul mercato, rifiutando categoricamente di essere soggetto economico (già questa libertà sarebbe uno dei più grandi successi della cultura!).

Oramai la cultura è divenuta merce di scambio con lo status quo. La libertà dell'individuo sarebbe uno dei più grandi successi della civiltà se l'immaginazione "poetica" avesse un processo produttivo positivo, cioè la negazione della spettacolarizzazione e la fascistizzazione dell'arte, colpendo il sistema dal di fuori e quindi immune dall'essere sviata dal sistema. A questo punto va riformulata la domanda: come se ne esce? Quando nello specifico vengono a mancare le istanze di trasformazione di innovazione, le strategie per un effettivo cambiamento radicale, favorendo metafore sublimate in cerca di poeti da investire con un potere sciamanico e romantico, con un orfismo misticheggiante e di ritorno (unicamente per garantire la vendita di un prodotto "usa e getta"), vuol dire che tutto il sistema letterario è da rifondare: è giunto il momento di voltare pagina, in quanto, come afferma Paul Èluard, non «esiste grandezza per chi vuol diventare grande. Non c'è modello per chi cerca quel che non ha mai visto. Siamo tutti sulla medesima fila. Aboliamo le altre (...). L'immaginazione non ha istinto imitativo (...) non confonde mai quel che sarà con quel che è stato (...). Le poesie han sempre grandi margini bianchi, grandi margini di silenzio dove la memoria ardente si consuma per ricreare un delirio senza passato», espressione di dissenso contro l'ondata neo-orfica e di certe esperienze lontane dall'effettivo orientamento di una scrittura materialistica.

Quale poesia è oggi percorribile? Sembrerebbe una domanda che presupponga una risposta alquanto scontata, ma così non è. L'azione che più deve incuriosirci, con la consapevolezza della solitudine con cui la poesia alternativa è costretta a fare i conti in quest'epoca del facile guadagno, del frivolo lirismo pietoso, dell'indifferenza egotistica, è di verificare come un linguaggio diverso da quello "normalizzato" dall'industria culturale, finanche per struttura semantica, oltre che per generi e obiettivi, riesca a connaturarsi, a divenire terreno di scontro, linguaggio in movimento verso un unico obiettivo: quello di rompere il linguaggio codificato e pacifico. Basterebbe già questo principio di base, rompere il concetto di "normalità artistica", che trova corrispondenza con quanto ci tocca sopportare da un presente letterario avvilito a mero rito esteriore, a mercanzia, come assunto a proseguire sulla via dell'alternativa, rompere il guscio della solitudine, i dettami del "ritorno all'antico" o di una immissione in un futuro che non esiste, uscire allo scoperto, unendo le forze, la voce, affinché si senta al di fuor della stagnazione in atto.

Peculiare deve essere la disponibilità alla "messa in gioco", al contagio con l'altro, all'incontro-scontro per spostarsi verso uno specifico "altro da sé", in cui le possibili congiunzioni si dilatano (anche con "l'intromissione" di altri segni e generi del discorso) per determinarsi e riconoscersi in un procedimento che potremmo definire semplicemente "scritturale", di una scrittura che si trasmuta in altre movenze segniche. Peculiare è anche l'istanza storica che la giustapposizione di suoni e generi diversi secerne, polarizzandosi sul ripristino di un certo antagonismo letterario, di conflitto generazionale, evitando gli ammiccamenti di "un'euforia" caotica postmoderna, che è solita connaturarsi unicamente nelle istanze comatose del passato e del qualunquismo, in comunicazioni mercificabili e nella sterilizzazione di un presente pacifico, riducendo il fare poetico a una pratica insignificante che pertiene esclusivamente, ed in modo del tutto arbitrario, arrogante e alienabile, al consumo di morbide verbalità, indifferenti di fronte alla prospettiva di una gest/azione di sconfinate possibilità creative e rivoluzionarie.

Sia pure, e inevitabilmente diremmo, mettendo in atto le diverse e inestricabili acutezze, la giustificazione (se proprio ce ne fosse bisogno) di un'azione poietica di segni plurimi, si può ascrivere innanzitutto a un'indagine critica e provocatoria per ridare coscienza e identità, dinamismo e ragione a un processo collettivo di poesia alternativa, a una visione diversa del mondo, di cui sembra si siano perse le tracce in questa babele di bla bla ipnotizzanti. Si tratta semplicemente di andare alla ricerca di plurime energie che s'affrancano dalla parola ormai in preda all'individalismo pianificato dei nostri giorni, dove il tessuto poetico (quando c'è) diviene una questione personale, una conquista di pochi eletti, intima, argomentata sulla facile fruizione e crocianesimi di ritorno, dove tutto è permesso - pare - per grazia divina, persino vendere libri di fianco ai cesti di verdura.

Come si riesce a interagire, a venire fuori da questo pantano? Convivendo sotto la stessa egida, sotto la stessa idea di una letteratura diversa, alternativa, contraddittoria, per nulla pacifica. Tuttavia, proprio perché diversa, è portatrice di un linguaggio che si urta e si scontra, si fonde e si dilata prolungando il campo d'azione in cui si va ad insediarsi, provocando altre istanze, un vortico di nuove molecole creative che portano in superficie una serie di equazioni che non danno mai lo stesso risultato, quindi sempre vitali ed energiche. È addirittura semplice la ricetta. Non fanno altro che proporre - ma è qui la loro forza, la valenza ad esistere -, con più linguaggi contrapposti e/o

giustapposti, una poesia fatta con la poesia stessa, una pratica intertestuale che si riappropria esclusivamente del fare poetico in tutta la sua iperbolica specificità, dell'invenzione e creazione poetica, surrogata da un'analisi critica per un progetto di «alterazione» che si fa proposizione all'ennesima potenza, che diventa quasi un'ideologia, ideologia in condizione anticlimax della scrittura, un credere nelle battaglie delle idee in un mondo dove - come già si è detto - la mercificazione più vieta della poesia viene addirittura santificata, garantito un palcoscenico spettacolare. Un'ideologia, dicevo, dove le ideologie sono state messe al bando per far posto agli interessi personali. Andando controcorrente, dunque, a ritroso, alla ricerca di quella complessità contraddittoria che è propria dell'energia poetica, di quei ragionamenti strutturali e complessi di una visione dinamica del mondo, della vita, per accumuli o per cancellazioni, o semplicemente per ragion critica, che la storia vorrebbe non fossero mai avvenuti, la poesia ritrova ragion di esistere.

Sul piano prettamente creativo, la poesia lineare deve disporsi a farsi contaminare da altre forme creative, quali la grafica, la pittura, la poesia concreto-visuale, fino a giungere ad uno scambio (o intromissione) con una serie di giustapposizioni-contrapposizioni: insomma, "contaminando" e lasciarsi "contaminare", contraddicendo e contraddicendosi, per nuove sonorità, dimensioni e ritmi diversi: le parole che si generano si fondono e si rinvigoriscono a vicenda, si soccorrono, si scontrano e si supportano per un plurimo movimento creativo che si apra al mondo.

«È dunque già cominciata, per il personaggio-uomo, una vita grama: lo si trova intatto solo nel punto in cui il circolo chiude il circolo e l'inizio coincide con la fine. Egli appare, gli viene imposto un nome e uno stato civile, poi si dissolve in una miriade di corpuscoli che lo fanno sloggiare dalla ribalta, è richiamato solo nel momento in cui serve a incollare i suoi minutissimi cocci» (Giacomo Debenedetti, Il personaggio uomo, Milano, 1970).