Per la Critica

LA MUSICA RUSSA NEL PERIODO DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

di D. Villatico

La Russia, malata, gocce di Don beveva
stancamente, in delirio.
Un freddo zigano ...
Ed io chissà perché mi trascino
ad apprendere Kant
in tabasarano.

Velimir Clébnikov

E' passato un secolo. Ma sembra ieri. E ancora più vive, anzi più acerbe, restano le polemiche. Soprattutto qui, in Italia. Inutile esercitare la Ragione, misurare la differenza. Guardare ai fatti con la lente della Storia. Applicare, come si dovrebbe, un nietzschiano pathos della distanza. Come accadde per i moti rivoluzionari dell 1848, di cui restò indimenticabile la paura suscitata in tutta la borghesia e la nobiltà europee, al punto da essere assunta, la cifra di quell'anno, come numero specifico del disordine, della catastrofe, della rovina: succede un 48. Lo spettro evocato da quei fatti, e trascritto da Marx nel Manifesto, da lui indicato come l'inizio di un mutamento, appunto, rivoluzionario, si aggira ancora nelle coscienze della piccola borghesia del mondo. Quello spettro, infatti, fa paura ancora oggi, che il comunismo quasi non c'è più, che è stato incatenato e demolito (lo stesso non può dirsi dei fascismi). Ciononostante, proprio per l'insistenza, la permanenza di quella paura, un Presidente degli Stati Uniti può riconoscere in Cuba ancora una minaccia. E da noi, inventori del fascismo, la propaganda anticomunista attira sempre voti ai partiti che se ne fanno paladini. Era dunque il male Assoluto, la Rivoluzione di ottobre, così come era stata demonizzata la sollevazione popolare del 1848, e ancora prima, nella fantasia dei non francesi, la Rivoluzione del 1789? In realtà, al solito, i fatti sono assai più complessi di come li dipingono il rifiuto di chi ne teme la ripetizione o l'esaltazione di chi se ne augura il ripristino, entrambi, il rifiuto e l'esaltazione, inutilmente ideologici, se, come vuole Marx, l'ideologia è sempre una cattiva coscienza, anzi una coscienza falsa, che distorce la realtà. E allora, a guardare e comprendere, senza pregiudizio, quel periodo, a investigare che cosa abbia significato per il mondo della cultura, e non solo per quella russa (per la storia economica e politica, rinvio agli studi degli storici che se ne sono occupati e continuano a occuparsene), nessuna introduzione mi appare più indicata, anche per la musica, che l'aureo volumetto del grandissimo linguista Roman Jakobson, Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Perché questa fu la vera tragedia. Che la Rivoluzione ingoiò e fece fuori proprio i cervelli che l'avevano appoggiata. Majakovskij, Esenin e Blok si suicidarono. Eppure ne erano stati entusiastici sostenitori. Veramente, come dice Montale, in Satura, "la storia non è magistra / di niente che ci riguardi". Non era successo diversamente, infatti, nella Rivoluzione del 1789 o, per metterci in campo anche noi italiani, in quella napoletana del 1799. E qualcosa di analogo, se si vuole andare molto più indietro, accadde nell'antica Roma, dopo la "rivoluzione" di Giulio Cesare. Ottaviano pensò bene di liquidare i fiancheggiatori del nuovo corso e le menti troppo indiscrete o che guardavano troppo lontano. Distruggere e liquidare una tirannide è sì difficile, ma costruire, dopo, una democrazia, sembra quasi impossibile. Il potere, anche quello democratico, anzi, e spesso, proprio quello più radicalmente democratico, diffida della libertà di pensiero o del pensiero che non ubbidisce al programma politico della nuova classe dirigente. Ovidio, poeta di corte quanto altri mai, ma dal pensiero sospettosamente libero, fu confinato a Tomi, e prima di lui, Socrate fu costretto a bere la cicuta. E si badi, almeno a condannare Ovidio fu un tiranno, Augusto, ma a liquidare Socrate fu il governo dell'esperimento più radicale di democrazia mai attuato nelle storia dell'Occidente. Che cosa aveva spaventato l'Aeropago ateniese? Perché contro quel vecchio "ciarlatano" che non si faceva gli affari suoi un'accusa così definitiva, un'accusa di corrompere i giovani? Oggi, le dittature e le democrazie, più ipocritamente, parlano di pensiero "sovversivo". O di pericolo terroristico. E questi pericolosi ficcanaso li fanno più semplicemente sparire, senza tante scene, senza rumore. Nessun Platone ce ne racconta gli ultimi istanti. Forse ha ragione Spinoza: nell'atto di pensare, alla radice stessa del pensiero, s'insinua sempre qualcosa di ribelle. Qualunque sia il potere stabilito contro il quale il pensiero si ribella, contro il quale chi è libero è costretto a ribellarsi. In Russia, perciò, se la condizione dei poeti fu tragica, quella dei musicisti non apparve più allegra. Il coperchio e la mannaia di Zdanov giunsero relativamente tardi, negli anni '30, ma la diffidenza del potere era invece cominciata subito. Šostakovič, dopo l'aperta condanna della Pravda, si lamentò con Prokofiev per quest'accusa di formalismo. "Non farci caso", gli rispose Prokofiev: "chiamano formalismo tutto ciò che non capiscono". Risposta illuminante! Siamo sicuri, infatti, che riguardi solo la società sovietica? La censura italiana, almeno fino agli anni 90, non ha niente da rimproverarsi? Un tribunale della Repubblica, in nome del popolo italiano, ha condannato al rogo - alla lettera: che fosse bruciato! - un film, nemmeno un capolavoro, ma abbastanza libero da preoccupare le autorità italiane, sempre attente a mostrarsi protettive, conformi alla morale pubblica ufficiale, a proteggere la condotta privata della società italiana. Il film era Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci. E non andò meglio a Teorema di Pasolini, anche se non si arrivò a decretarne l'incenerimento. Scagli dunque la pietra, contro la persecuzione sovietica degli artisti, solo chi è senza peccato. La musica è un'arte asemantica, che cosa poteva dunque suscitare la diffidenza del Potere Sovietico? La poesia si serve delle parole, e le parole possono essere sparate come palle di cannone. Ma la musica? Interessante riscontrare, oggi, con l'occhio distanziato, che gli argomenti contro la nuova musica fossero gli stessi nei paesi comunisti e nei regimi fascisti, sia Stali sia Hitler consideravano "degenerata" l'arte che non capivano, che non serviva alla causa. Ma è poi diverso, oggi, nelle cosiddette democrazie occidentali? Se il potere si mostra più prudente, meno poliziesco, l'incomprensibilità, l'intellettualismo, lo snobismo di nicchia, come viene definita di cui viene accusata in genere l'arte moderna, suscita il disprezzo e il rifiuto di una larga fetta di cittadini, gli stessi che si dimostrano poi fieri di appartenere al mondo "civile". Eh già: perché i barbari sono sempre gli altri. In Russia, e nelle Repubbliche Sovietiche, si vedeva nell'arte troppo astrusa dei giovani artisti l'eredità di una cultura ancora borghese, un compiacimento edonistico che non appartiene alla virtù della società socialista, che ha chiuso i conti con l'individualismo borghese. Povero Marx, tradito dai suoi stessi propugnatori! Quella cultura di cui, secondo Marx, il popolo doveva appropriarsi, diventava ora oggetto di rifiuto, proprio perché era quello che era. E di fatti, artisti, filosofi, matematici, scienziati, fin dall'inizio videro nella Rivoluzione il momento della propria emancipazione intellettuale e sociale. La Rivoluzione, nei primi anni, li sostenne. Come del resto anche il fascismo in Italia. La sintonia durò poco. Ma poi, artisti e intellettuali si accorsero, sulla propria pelle, di essersi sbagliati, non tuttavia perché non fosse interesse della Rivoluzione aiutarli, coltivarli, ritenerli l'avanguardia intellettuale della sua azione politica, bensì perché, passato il furore distruttivo del primo assalto al potere della nobiltà e della borghesia, finito l'entusiasmo dell'innovazione culturale, al potere era salita la stessa classe che aveva amministrato la Russia sotto gli zar: la piccola borghesia. Quella che Gogol dipinge così bene nel Cappotto e nel Naso (Šostakovič non a caso proprio dal Naso prende spunto per la sua satira della burocrazia, che non era più zarista, ma sovietica, e tuttavia era rimasta la stessa) o che Dostoevskij tratteggia con così tagliente acume nelle Memorie del sottosuolo. Ma questo, riguarda solo la Russia, solo il Potere Sovietico, solo la Dittatura Comunista? Qualche giorno fa, un ascoltatore della radio ha mandato un messaggio furibondo ai conduttori della trasmissione La Barcaccia, Michele Suozzo ed Enrico Stinchelli, che avevano avuto il torto di parlare di un'opera del compositore polacco Karol Szymanowski, Re Ruggero, in quanto opera inaugurale della stagione concertistica dell'Accademia di Santa Cecilia. "Basta con questa fuffa d'intellettuali", diceva più o meno il messaggio. Sempre la solita diffidenza, il solito ribrezzo per il pensiero, per il marchio di una piccola élite di privilegiati. Viva l'ingenuità, la sincerità, l'emozione raccontata senza filtri intellettuali. Dunque, anche nell'Italia del 2017, si prova fastidio, insofferenza, per chi non si adegua al sentire comune. Una musica che alletti, che non faccia riflettere, che si colga all'istante, va benissimo. Che so, Giovanni Allevi. Ma guai se la musica pretenda un po' di attenzione, richieda un minimo di elaborazione intellettuale, da parte di chi ascolta. Come quel diavolo di Stockhausen. E che cavolo! La musica è divertimento, mica pensiero. Deve solleticare i sensi, mica affaticare il cervello. Dunque molti italiani del secolo XXI la pensano come i censori dell'odiata Unione Sovietica; i democratici, moderni italiani di oggi, quanto alla musica, e alle arti in genere, la pensano nello stesso modo degli odiati comunisti delle Repubbliche Socialiste. Questa digressione non è superflua. Ma vuole mettere in rilievo il fatto che la diffidenza per il nuovo, per un'arte giudicata incomprensibile, non è questione di regime politico, ma dell'orizzonte culturale della piccola borghesia, che in tutti i regimi detiene il potere politico e amministrativo. Tant'è vero che nei primi anni, diciamo finché fu vivo Lenin, l'atteggiamento della Rivoluzione verso l'arte fu di quasi totale appoggio e incoraggiamento a qualsiasi manifestazione dirompente del nuovo, del "rivoluzionario", appunto, anche nell'arte. Anzi, si accusava il pubblico "borghese" di rifiutarlo, di scandalizzarsene.

Sergej Prokofiev

C'è un film russo degli anni '20 che registra il fiasco di un concerto per pianoforte di Prokofiev - non ricordo il nome del regista - e si vede il pubblico elegante, le donne impellicciate, che ridono a squarciagola, il povero pianista che si affanna inutilmente, coperto dalle risate e dagli urli del pubblico. Siamo a Mosca, ma potrebbe essere New York, Berlino, Milano. Il futurismo russo fu tutto dalla parte della Rivoluzione. E così pure la nuova musica. Un nome spicca su tutti gli altri: Dmitrij Šostakovič. Fin dall'inizio, fin dalla sua Prima Sinfonia, del 1925. La sua capacità di apparire beffardo, dissacrante, con la musica, ha dello sbalorditivo. Come in quel capolavoro che è l'opera Il naso, 1929, dalla novella di Gogol. E cominciano le crepe. La burocrazia sovietica v'intravide una satira del potere sovietico, più che di quello zarista. La rottura, però, avvenne con la Quarta Sinfonia (bellissima!), 1936, accusata appunto di "formalismo". E con la straordinaria Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, tratta dall'Uragano di Ostrovskij. In realtà sembra che la musica non c'entrasse per niente, l'opera ebbe, non solo in Russia, un successo trionfale. E proprio spinto dalle dimensioni di questo successo, Stalin volle vederla. Arrivò tardi a teatro, proprio nel punto in cui la protagonista e il suo amante fanno l'amore su un letto. Stalin era quanto a morale sessuale un puritano, e s'infuriò. Proibì le successive rappresentazioni. E ordinò che Šostakovič fosse adeguatamente redarguito. Nacque così il caso del "formalismo musicale". Šostakovič piegò, apparentemente, il capo, si allineò, apparentemente, alla politica culturale del Partito Comunista Sovietico, compose la Quinta Sinfonia, finita nel1936, "risposta di un compositore a una giusta critica". Ma chi sa ascoltare coglie assai bene l'ironia, anzi il sarcasmo dell'ultimo "trionfale" movimento. Šostakovič sembra dire a Stalin; vuoi il trionfo, la gloria, l'esaltazione? Un artista socialista non può, non deve essere infelice, non può cantarla questa sua infelicità? Viviamo nel migliore dei mondi possibili, in una società perfetta, dalla quale è bandito il dolore? Allora, eccomi qua, ascoltami, la tua retorica assomiglia a un ghigno, il tuo trionfo alla volgare celebrazione di un pagliaccio che crede di stringere in pugno il mondo, il tuo inno è distorto e zittito dal grido di orrore delle tue vittime. Beethoven non si comporta diversamente quando presenta sulla scena il suo tiranno: la marcia che introduce, nel Fidelio, il governatore Pizzarro è una marcetta banale, volgare, quasi insignificante. Il Male non si presenta sempre con muso terrorizzante, ma è spesso la maschera di un uomo piccolo e meschino. Ecco, in questa parabola della fortuna e sfortuna dell'immenso compositore che fu Šostakovič, c'è la storia della musica russa del primo Novecento, ma forse, anche la storia dell'Europa, di allora e di oggi. E c'è anche una lezione: nessun tiranno può chiudere la bocca di un artista, se costui è davvero un artista. Può eliminarlo, condannarlo al confino, al campo di concentramento, impiccarlo, ghigliottinarlo, farlo scomparire, come fu fatto scomparire in un gulag tra tanti il grande poeta Osip Mandel'štam. Ma non chiudergli la bocca.

Dmitrij Šostakovič

Nella sua Decima Sinfonia, Šostakovič, di questo tiranno, Stalin, dopo che ne vide finalmente la morte, ci ha lasciato un ritratto terribile e indimenticabile. E' a quel ritratto che dobbiamo pensare ogni volta che un potere, un potere qualsiasi, anche quello di una falsa democrazia, se la democrazia si rivela in realtà sopraffazione della maggioranza, tirannide della massa, cerca di soffocare il pensiero, la libera e inarrestabile ricerca del pensiero umano. Grazie, Dmitrij Šostakovič! Nessun tiranno potrà farci dimenticare che cosa deve il mondo alla Rivoluzione d'Ottobre. Nemmeno che proprio un tiranno la distorse, la annientò, trasformandola in un Inferno. Ho aperto questa riflessione sulla musica nel periodo della Rivoluzione di Ottobre con i versi di un grande poeta russo, Chlébnikov. La chiudo con i versi di un altro grande poeta russo, Mandel'štam, perché proprio la poesia, in quegli anni, fu la voce più autentica della Russia, e della sua Rivoluzione, anche se proprio quest'autenticità venne ai poeti imputata a tradimento da chi invece tradiva la Rivoluzione. E' una nemmeno troppo criptica metafora della poesia, questa bellissima poesia di Mandel'štam, ma la fatica che qui viene evocata, come sempre in un vero poeta, è insieme la fatica di scrivere e la fatica di vivere. Non perché vita e poesia coincidano, ma perché nell'elaborazione travagliata di una poesia c'è la stessa intensità che si vive nel vivere la propria vita con la vigile e perenne attenzione di non tradirla:

Quando, distrutto l'abbozzo,

ti sforzi di trattenere nella mente

il periodo senza pesanti glosse,

unito e uno nella notte interiore,

e, gli occhi socchiusi, la frase si regge

unicamente nel suo slancio -

sta, quel periodo, alla carta

come la cupola ai cieli vuoti.

Novembre 1933[1]

Poesia scritta in un gulag, su un foglietto, miracolosamente nascosta ai carcerieri, e ancora più miracolosamente salvata, trascritta e pubblicata dalla sempre innamorata moglie Nadežda Jakovlevna Mandel'štam.

[1] Osip Mandel'štam, Quasi leggera morte. Ottave, a cura di Serena Vitale, Milano, Adelphi, 2017