Cultura e Diritti

“LA MISURAZIONE DEI RISULTATI NEL TERZO SETTORE: GLI ENTI NON PROFIT E L’IMPATTO SOCIALE”

di Alberto Improda

La Società Contemporanea trova una sua tipica cifra identificativa in una inedita e peculiare forma di iper-liberismo, che riversa pervasivamente i suoi effetti in ogni ambito della realtà odierna.

Gli elementi caratterizzanti di questo fenomeno possono essere individuati, per quanto rileva con riferimento al discorso che qui ci occupa, in una forte primazia della sfera del privato rispetto a quella del pubblico ed in un progressivo ritiro da parte dello Stato rispetto alla vita dei cittadini.

Altrove ho già definito "allo-liberismo" una simile evoluzione - a mio avviso degenerativa - del pensiero liberista, che conduce alcuni principi storicamente caratteristici di questa grande tradizione culturale a risultati estremi e ingiusti (IMPRODA, La rotta dei brand, 2017).

In un simile contesto, profondi cambiamenti si stanno producendo anche nell'ambito del cosiddetto stato sociale.

Qui si assiste ad un graduale ma evidente passaggio da un modello di Welfare State ad un sistema di Welfare Society, due meccanismi di protezione sociale radicalmente diversi: il primo, come noto, individua il suo principio fondamentale nel concetto di Redistribuzione; il secondo, in via di rapida espansione, vede la propria nota caratterizzante nel metodo della Sussidiarietà.

Il Terzo Settore, componente essenziale e imprescindibile del nuovo sistema di welfare, è a sua volta oggetto di un progressivo e radicale cambiamento: i suoi meccanismi, infatti, vanno gradualmente perdendo le proprie caratteristiche redistributive, per assumere un'impronta sempre più marcatamente produttiva.

Il ruolo dello Stato si va gradualmente affievolendo, o comunque significativamente modificando, pure nell'ambito del comparto non profit: l'ente statuale perde progressivamente la propria posizione di soggetto unico (o largamente prevalente) finanziatore e quindi anche la qualifica di centro indiscusso di progettazione; di contro, nel campo vengono assumendo un ruolo nuovo - e per qualche verso spiazzante - le imprese, gli enti finanziari, le compagini associative.

Queste dinamiche hanno conferito una fondamentale importanza ed una centralità inedita, rispetto alle prassi ed alle tradizioni del Terzo Settore, ad uno strumento usualmente tipico dei soggetti profit: la Misurazione dei risultati.

Anche per gli Enti Non Profit, infatti, è ormai diventata ineludibile l'esigenza di quantificare e misurare la propria performance.

Una tale necessità deriva da diversi elementi: innanzitutto, il bisogno di fornire ai nuovi soggetti finanziatori un riscontro positivo rispetto all'esito dei propri investimenti; in secondo luogo, l'utilità di dare prova tangibile della propria efficienza, soprattutto in considerazione della scarsità delle risorse finanziarie disponibili nell'attuale frangente storico; più in genere, la congruità rispetto ai principi economicistici che oggi disciplinano qualsiasi aspetto della nostra società.

Le presenti note hanno lo scopo di affrontare un aspetto fondamentale della questione, preliminare e propedeutico a tutte le considerazioni di carattere successivo: individuare cosa deve essere oggetto di misurazione, definire quali elementi vengono a costituire l'obiettivo della valutazione.

Il dibattito sulla misurazione delle attività dei soggetti operanti nel Terzo Settore si caratterizza per una lamentela di fondo da parte degli stakeholder del comparto, che torna in maniera regolare e ricorrente: la mancanza di elementi oggettivi, l'opinabilità dei presupposti di partenza, la carenza di punti di riferimento certi e affidabili.

Le considerazioni che seguono, nell'intento di fornire un qualche elemento il più possibile fermo e oggettivo, vengono svolte assumendo come parametri di orientamento e come basi del ragionamento alcuni dati positivi e inconfutabili: le fonti dottrinali e le disposizioni di legge che concernono diversi profili del discorso.

Le indicazioni derivanti da numerosi contributi di studio (tra gli altri, EVPA - European Venture Philantropy Association, "A Practical Guide to Measuring and Managing Impact", 2015; ZAMAGNI-VENTURI-RAGO, "Valutare l'impatto sociale. La questione della misurazione nelle imprese sociali", 2015), da alcuni documenti di origine comunitaria (ad esempio, Parere del CESE - Comitato Economico Sociale Europeo, La misurazione dell'impatto sociale, 2013; Approcci proposti per la misurazione dell'impatto sociale, Commissione Europea, Direzione generale Occupazione, affari sociali e inclusione, 2014) e da due recenti riforme legislative interne (Decreto Legislativo 3 luglio 2017, n. 117, "Codice del Terzo Settore"; Decreto Legislativo 3 luglio 2017, n. 112, "Riforma delle Imprese Sociali"), consentono di affermare con ragionevole certezza che l'oggetto della Misurazione delle attività degli Enti Non Profit consiste nel loro Impatto Sociale.

La Misurazione dei risultati conseguiti dai soggetti operanti nel Terzo Settore, dunque, si realizza nel valutare l'Impatto Sociale che essi hanno determinato con la propria attività.

Questo primo risultato, come pare evidente, non risolve il problema, ma si limita a spostarlo: il passo successivo sta nel dare un contenuto oggettivo al concetto di Impatto Sociale.

Il significato di Impatto Sociale, in mancanza di una sua descrizione in disposizioni normative, è stato oggetto di numerose definizioni, delle quali riportiamo qui in appresso - a titolo esemplificativo - un piccolo campione.

Il Parere CESE, sopra menzionato, si attesta sulla seguente posizione: "gli effetti sociali e l'impatto sulla società determinati da specifiche attività di un'impresa sociale", (Punto 4.2); con il termine effetto che deve essere letto come "i cambiamenti (positivi e negativi) che presentano un valore intrinseco. Gli effetti possono essere a breve, medio o lungo termine, di tipo sociale, ambientale o economico. Gli effetti sociali si riferiscono a mutamenti fisici, psicologici e sociali percepiti dalla popolazione: gli effetti ambientali si riferiscono a mutamenti dell'ambiente naturale (...); gli effetti economici si riferiscono ad alterazioni dell'equilibrio finanziario (...)" (Allegato 1).

Il Documento EVPA, più scarnamente, parla di "attribution of an organisation's activities to broader and longer-term outcomes" ("attribuzione delle attività di un'organizzazione ai risultati sociali complessivi di più lungo termine").

Il Documento della Direzione Generale OASI della Commissione Europea, già citato, mette l'accento sul "riflesso dei risultati sociali come le misurazioni, sia a lungo che a breve termine, adattati in funzione degli effetti conseguiti da altri (attribuzione alternativa), degli effetti che si sarebbero comunque verificati (effetto inerziale), delle conseguenze negative (dislocazione) e degli effetti di diminuzione nel tempo (esaurimento)".

In un diverso contributo, ci si riferisce al "cambiamento sostenibile di lungo periodo (positivo o negativo; primario o secondario) nelle condizioni delle persone o nell'ambiente che l'intervento ha contribuito parzialmente a realizzare" (ZAMAGNI, cit.).

Altri si sono orientati verso "la capacità di un'organizzazione di contribuire ad un cambiamento in un determinato campo d'azione modificando lo status quo di una persona o di una comunità destinatari dell'attività sociale" (PERRINI-VURRO, La valutazione degli impatti sociali. Approcci e strumenti applicativi, 2013).

Alla luce di quanto sopra, malgrado le evidenti discrepanze e ridondanze tra le varie fonti, possiamo affermare che - secondo una opinione sufficientemente diffusa e consolidata, nonché corroborata da alcune attestazioni di provenienza ufficiale - l'Impatto Sociale consiste in:

  • un cambiamento nelle persone e/o in un territorio, generato direttamente, grazie alle attività di un ente, ovvero indirettamente, sulla scorta degli investimenti da questo effettuati nel breve o nel lungo periodo;
  • una differenza, che l'attività di un ente porta nella vita delle persone e/o dei territori, con riferimento alle condizioni di vita, sociali e relazionali, grazie al suo intervento diretto o indiretto.

Ma siamo ancora nel campo delle definizioni concettuali ed appare evidente che risulta necessario uno sforzo ulteriore, per riempire questi principi di contenuti maggiormente specifici e operativi.

Per tenere fede al nostro intendimento di ancorare i nostri ragionamenti a dati il più possibile oggettivi e non opinabili, procederemo nel nostro iter logico facendo sostanziale riferimento agli elementi che ci vengono forniti da un soggetto terzo per definizione: il Legislatore.

Infatti, al fine di individuare in modo più specifico i contenuti del concetto di Impatto Sociale, utilizzeremo le disposizioni contenute in due recenti testi normativi, già precedentemente menzionati: il Codice del Terzo Settore ("CTS") e la Riforma delle Imprese Sociali ("RIS").

In entrambe le fonti legislative vi è un concetto che viene espresso in modo particolarmente esplicito, con una insistenza che a tratti diviene quasi martellante: il nostro sistema giuridico mira ad agevolare ed incentivare le attività aventi finalità i) "civiche", ii) "solidaristiche", iii) di "utilità sociale" (ex plurimis, artt. 2, 4, 5, 8, 21, 93, CTS; artt. 1, 2, RIS).

L'Impatto Sociale oggetto della misurazione in esame, dunque, corrisponde ai risultati conseguiti dagli Enti Non Profit nel proprio operato lungo queste tre direttrici di azione: le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

Procediamo nel dotare ulteriormente di contenuti tali indicazioni, sempre mantenendo come stella polare i dati normativi esistenti e vincolanti.

Per quanto concerne le prime due categorie di finalità, riteniamo che la volontà del Legislatore risulti piuttosto palese ed incontrovertibile.

Le finalità "civiche" sono da considerare quelle finalizzate ad elevare i livelli di "cittadinanza attiva" (art. 1 e Relazione Illustrativa CTS), favorendo "la partecipazione" degli interessati (artt. 1 e 2 CTS); le attività relative a questa prima area di intervento, dunque, devono esercitare il proprio impatto sul grado e sulla qualità del coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica, promuovendo una moderna forma di civismo operativo, in chiara sintonia con i meccanismi della sussidiarietà.

Le finalità "solidaristiche", poi, sono da considerare quelle finalizzate ad elevare i livelli di "coesione" (art. 1 e Relazione Illustrativa CTS), favorendo "l'inclusione" (ibidem) e la "solidarietà" tra le persone (art. 2 CTS); le attività relative a questa seconda area di intervento, insomma, sono chiamate ad esercitare il proprio impatto sul grado e sulla qualità della concordia e della compattezza del corpo civico, con l'intento di rimuovere qualsiasi fenomeno di divisione ed esclusione.

Le finalità "di utilità sociale", che delimitano il perimetro della terza e più significativa area di intervento, rappresentano il punto chiave, la chiave di volta per determinare la reale portata e gli effettivi significati dell'Impatto Sociale derivante dalle attività degli Enti Non Profit; il concetto di "utilità sociale", infatti, è straordinariamente elastico e la sua traduzione in indicazioni operative è fondamentale per gli esiti del discorso che stiamo in questa sede svolgendo.

Le finalità in questione, restando ancorati alle norme in esame, sono da considerare quelle finalizzate ad elevare i livelli di "protezione sociale" (art. 1 e Relazione Illustrativa CTS), favorendo "il pieno sviluppo della persona" (ibidem) e "il pluralismo" (art. 2 CTS); i termini utilizzati dal Legislatore, come ci pare evidente, sono estremamente generici e suscettibili delle più diverse letture.

Al fine di stabilire il portato normativo della disposizione, dunque, occorre procedere ad una opera di interpretazione più ampia e profonda, che tenga conto anche degli insegnamenti derivanti dalla nostra Costituzione, testo legislativo per antonomasia, e dei principi ad essa sottesi.

La Relazione Illustrativa del Codice del Terzo Settore, d'altronde, afferma esplicitamente che il Decreto Legislativo viene adottato "in attuazione degli articoli 2, 3, secondo comma, 4, 9, 18 e 118, comma 4, della Costituzione".

Considerate le disposizioni della Carta Costituzionale appena indicate, tenendo anche conto del fatto che alcuni richiami hanno una funzione meramente tecnica, ci sembra che - nell'ottica del problema che qui ci occupa - un ruolo fondamentale sia da attribuire all'art. 3, secondo comma.

Recita detta norma: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo ella persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Siamo di fronte a parole fondamentali, ad una vera e propria architrave per gli assetti del nostro Paese, ad una delle disposizioni più moderne e qualificanti della Costituzione Italiana.

Questo articolo della Carta Costituzionale delinea e definisce in modo affatto peculiare i concetti di Libertà e Uguaglianza, i quali devono informare la vita della nostra comunità nazionale in ogni suo ambito ed in qualsiasi tempo.

Si tratta di una idea di libertà al tempo stesso estremamente antica e straordinariamente avanzata, propria di una risalente scuola di pensiero, che - pur restando nel nostro Paese sempre politicamente minoritaria - ne ha condizionato in profondità le vicende storiche.

Parliamo della tradizione del Repubblicanesimo, che trova le sue origini nei maestri romani quali Cicerone, Sallustio e Livio, passando poi per i teorici dell'autogoverno comunale del Trecento e per gli scrittori politici del Rinascimento, con Niccolò Machiavelli sugli scudi, arrivando ai pensatori dell'Ottocento quali Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo.

L'impronta del pensiero repubblicano ha lasciato un segno basilare sulla nostra Costituzione; durante i lavori della Costituente, infatti, spesso le posizioni contrapposte dei rappresentanti dei maggiori gruppi politici - aderenti alla scuola di ispirazione marxista ed a quella di origine cattolico-popolare - hanno trovato una sintesi alta proprio nelle tesi repubblicane.

Significative, al riguardo, risultano le parole di Alcide De Gasperi, pronunciate - in qualità di Presidente del Consiglio - nella seduta del 22 dicembre 1947: "A distanza di cento anni mi giunge all'orecchio come l'eco del programma mazziniano, che suonava: "La Costituzione nazionale, raccolta a Roma, metropoli e città sacra della Nazione, dirà all'Italia e all'Europa il pensiero del Popolo e Dio benedirà il suo lavoro". Valga questo auspicio anche per questa Assemblea del nuovo Risorgimento (...)" (Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana, lunedì 22 dicembre 1947).

Orbene, il Repubblicanesimo è storicamente portatore di una specifica e ben determinata idea di Libertà e Uguaglianza, che ha ispirato i principi fondamentali della nostra Costituzione e che conseguentemente incide - deve incidere - ogni giorno sulla vita reale del nostro Paese.

Come è stato brillantemente riassunto: "La vera libertà politica non consiste solo nell'assenza di interferenze (sulle azioni che gli individui desiderano compiere ed hanno la capacità di compiere) da parte di altri individui o di istituzioni (...). Essa consiste piuttosto nell'assenza di dominazione (o di dipendenza), intesa come la condizione dell'individuo che non dipende dalla volontà arbitraria di altri individui o di istituzioni che possono opprimerlo impunemente, se lo vogliono" (VIROLI, Repubblicanesimo, 1999).

E "l'uguaglianza repubblicana non comprende solo l'uguaglianza dei diritti civili e politici, ma afferma l'esigenza di garantire a tutti i cittadini le condizioni sociali, economiche e culturali che consentano a ciascuno di vivere la propria vita con la dignità e il rispetto di sé che sono propri della vita civile" (ibidem).

Chiaro appare il legame tra questa posizione e l'insegnamento secondo il quale "la libertà (...) non consiste nell'avere un buon padrone, ma nel non averne affatto" (CICERONE, De Republica, 2010).

Così come è evidente il nesso, il continuum tra una simile tesi ed il concetto che gli "uomini liberi" non "dependono da altri" (MACHIAVELLI, Discorsi sopra la prima teca di Tito Livio, 1984).

Conseguentemente "non v'è libertà dove una casta, una famiglia, un uomo s'assuma dominio sugli altri in virtù d'un preteso diritto divino, in virtù d'un privilegio derivato dalla nascita, o in virtù di ricchezza. La libertà deve essere per tutti e davanti a tutti" (MAZZINI, Dei doveri dell'uomo, 1965).

Quindi, "la mancanza di libertà non è soltanto la conseguenza delle azioni di altri che subiamo contro la nostra volontà, ma la semplice condizione di dipendenza. In estrema sintesi: se siamo sottoposti al potere arbitrario o enorme di un uomo possiamo essere più o meno liberi di fare quello che vogliamo, ma siamo servi" (VIROLI, L'autunno della Repubblica, 2016).

Per la nostra Costituzione, in buona sostanza, Libertà e Uguaglianza hanno un significato ben preciso e vincolante: la Repubblica assicura a tutti i cittadini - "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3, primo comma) - "il pieno sviluppo della persona umana" (art. 3, secondo comma).

Sulla scorta del dettato costituzionale e alla luce del pensiero repubblicano, dunque, quando il nostro Legislatore parla di attività aventi "utilità sociale" e finalizzate al "pieno sviluppo della persona" intende questo: interventi per le persone e sui territori aventi lo scopo di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" (art. 3, secondo comma), che impediscono la piena realizzazione dei concetti di Libertà e Uguaglianza tra i cittadini.

In altri termini, nella nostra Repubblica, indistintamente tutti i cittadini, in qualsiasi condizione si trovino ad avere la ventura di nascere, devono - e si vuole sottolineare: devono - avere le medesime chance di realizzazione, senza dipendere da altri, e l'ordinamento bisogna che garantisca l'effettiva fruibilità di queste possibilità.

Si tratta di un principio estremamente elevato, di un ideale modernissimo di Libertà, che si distingue sia dal sistema dei diritti di stampo liberale sia dal concetto di uguaglianza di impronta marxista, al quale l'ordinamento normativo e la realtà sociale del nostro Paese sono tenuti in maniera cogente a dare concreta ed effettiva attuazione.

Nel nostro percorso per riempire di contenuti operativi i concetti dei quali stiamo discutendo, utile appare il contributo di alcuni studiosi contemporanei, attivi prevalentemente negli USA, il cui pensiero si colloca alla perfezione nella tradizione della storica scuola repubblicana e si pone in piena armonia con i dettami della nostra Carta Costituzionale.

E' stato di recente messo acutamente in evidenza come le libertà sono idee inutili, vuoti simulacri, se i cittadini non sono posti nella condizione di poterle esercitare in termini oggettivi e nella vita quotidiana.

La libertà, infatti, "è irrimediabilmente delimitata e vincolata dai percorsi sociali, politici ed economici che ci sono consentiti"; sicchè occorre "eliminare vari tipi di illibertà che lasciano agli uomini poche scelte e poche occasioni di agire secondo ragione" (SEN, Lo sviluppo è libertà, 2012).

Il concetto di libertà viene posto in stretta correlazione con quello di capacitazione, dall'inglese capability, con il quale si indica "la libertà sostanziale di realizzare più combinazioni alternative di funzionamenti (o, detto in modo meno formale, di mettere in atto più stili di vita alternativi)", ovvero la libertà di dare luogo a "ciò che una persona può desiderare - in quanto gli dà valore - di fare, o di essere" (ibidem).

E' stato anche scritto che le capacitazioni "non sono semplicemente delle abilità insite nella persona, ma anche le libertà o opportunità create dalla combinazione di abilità personali e ambiente politico, sociale ed economico" (NUSSBAUM, Creare capacità, 2012).

E la loro tutela "punta alla protezione di sfere di libertà talmente fondamentali che la loro rimozione renderebbe una vita non all'altezza della dignità umana" (ibidem).

La Libertà, dunque, non consiste soltanto nell'essere portatori di una serie di diritti, ma deve corrispondere alla facoltà di poterli esercitare concretamente e quotidianamente, senza essere soggetti all'arbitrio altrui (come ci insegnano i pensatori della tradizione repubblicana), per vivere la vita che si sceglie per sé (secondo le tesi di alcuni studiosi contemporanei) e per un "pieno sviluppo della persona umana" (in linea con il vincolante insegnamento costituzionale).

***

Proviamo a tirare a riva le reti dei ragionamenti effettuati.

In considerazione di quanto indicato dalla nostra Carta Costituzionale, con particolare riferimento alle disposizioni di cui ai Principi Fondamentali ed alla Parte Prima (Titoli I-IV), nonché alla luce di varie disposizioni recentemente introdotte dal nostro Legislatore, con specifico riguardo al Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017) ed alla Riforma delle Imprese Sociali (D. Lgs. 112/2017), possono essere assunte alcune conclusioni.

La Misurazione dei risultati conseguiti dagli Enti Non Profit corrisponde alla quantificazione dell'Impatto Sociale che le attività di questi soggetti hanno determinato tra le persone e sui territori di riferimento.

L'Impatto Sociale si riferisce ai cambiamenti apportati in alcuni aspetti della realtà:

  • il settore della Partecipazione;
  • il campo della Solidarietà;
  • la tutela della Salute e del Benessere;
  • il mondo dell'Economia e del Lavoro;
  • lo sviluppo della Cultura e dell'Educazione.

In Italia qualsiasi individuo ha il diritto, inderogabilmente sancito dalla Legge, di essere Cittadino in senso costituzionale e repubblicano.

I soggetti del Terzo Settore, con il proprio operato, possono contribuire in maniera determinante a rendere effettivo questo basilare principio.

E la Misurazione dei risultati delle loro attività, a ben vedere, equivale ad una verifica sulla qualità della Democrazia nella quale viviamo.