Per la Critica

LA FILOLOGIA PIZZUTIANA*

di Gualberto Alvino

Nessuno più di me detesta i preamboli, ma oggi me ne concederete almeno un paio. Anzitutto, considero sempre una manna dal cielo il fatto che una sala possa affollarsi di persone attratte da uno scrittore che non solo non tende mai al consentimento del lettore, ma o rèma contro di lui o lo ignora altrettanto cordialmente che programmaticamente, costringendolo a un tour de force interpretativo perpetuo e spesso vano. Quindi, grazie di essere qui.

E non posso non notare con una certa commozione che siedono a questo tavolo due scolari di Walter Pedullà, nella cui aula udirono per la prima volta pronunziare il nome di Pizzuto nei lontani anni Settanta: Arnaldo Colasanti e chi vi parla.

È stato proprio Arnaldo a proporre il tema e il titolo del mio intervento, cogliendo, da par suo, un dato fondamentale per chi si attenti a penetrare i segreti di fabbricazione del prosatore palermitano: La filologia pizzutiana, dove, si badi, l'attributo è soggettivo (non, cioè, la filologia esercitata sui testi pizzutiani, ma la scrittura filologica del Nostro) perché lo spazio autografo dell'ultimo Pizzuto - non, beninteso, quello figurativo dei capitoli (Rosina, Bambole, Ravenna) e delle lasse (Paginette, Sinfonia, Testamento), ma quello di cui qui mi occupo, quello delle pagelle (avverto che sono pagelle tanto i due volumi così intitolati, cioè Pagelle I [del 1973] e Pagelle II [1975], quanto Ultime e Penultime, Giunte e virgole e Spegnere le caldaie, tutte opere di cui ho procurato l'edizione critica) -, lo spazio autografo dell'ultimo Pizzuto, dicevo, è un mostro filologico o intenzionalmente plasmato ad usum philologi in cui, ad esempio, i fogli annullati non sono mai sostituiti da copie in pulito (nulla deve andar perduto) e perfino nelle zone di forte impasto correttorio il tragitto variantistico è reso perspicuo dalla mirata tenuità dei freghi di penna e dal ricco corredo "segnaletico": frecce di raccordo e di rinvio, indicazioni di pagina, cartelli come «see in the next page», «IInd edition», ecc. («[i miei manoscritti] - scrive Pizzuto in una lettera a Contini del 19 marzo 1966 - sono sempre utilissimi per interpretare termini o espressioni dubbi attraverso cancellature ed eventuali postille marginali». E non sarà puramente aneddotico avvertire che lo scrittore rifugiò gran parte dei suoi manoscritti in una cassetta di sicurezza della sua banca).

Ma procediamo per gradi (e vi prego di perdonarmi se ricorrerò a più di un tecnicismo, ma una scrittura ingegneristica quale quella dell'ultimo Pizzuto lo impone).

Che cos'è la pagella pizzutiana? Il termine è tratto da una lettera di Cicerone (Ad familiares ii 13; xi) «Extrema pagella pupugit me tuo chirographo» ('Le ultime parole della tua lettera, scritta di tua mano, mi hanno trafitto') e si tratta di brevi componimenti in sé conclusi, caratterizzati dalla soppressione del verbo ai modi finiti, con relativa, inevitabile disgregazione di personaggi e vicende: quelli, depressi a puri simulacri («quantici, discontinui» li definisce l'autore) destituiti d'ogni "potere" sul piano tematico e agenti quasi in absentia (l'analisi psicologica è bandita insieme all'io giudicante); queste, le vicende, ridotte a illusorî motori d'intreccio (minimi i nuclei referenziali parafrasabili senza grave danno per i valori significativi) polverizzati da una visione subatomica postulante l'assoluto in ogni particella (Pizzuto: «L'osservatore non può essere continuo in un mondo di cose discontinue»), per una sempre più rarefatta formalizzazione, alla quale coopera la soppressione dell'articolo, la paratassi sincopata dall'asindeto e, come avviene in poesia, l'orchestrazione della testura fonica, con uso in copia di parallelismi, ripercussioni timbriche, strutture iterative («Non le cose, - dice Pizzuto - ma la poesia delle cose io sento di narrare. Allora la distanza fra prosa e poesia si restringe e contrae»). Ma soprattutto la compagine musiva, contesta d'infinite tessere memoriali variamente addentellate: impressionante lo spiegamento di citazioni prestigiose, allomorfi arcaici, moduli sintattici classicheggianti, riscritture di cose proprie o altrui talmente dissimulate, trasfigurate o scarnificate da rendere estremamente gravosa e non di rado fallimentare la ricerca di fonti e auctoritates. Un rito intertestuale officiato all'insegna della più energica spregiudicatezza verso il linguaggio e d'un'onnipotenza espressiva senza confronti nella storia delle nostre lettere.

Si ha a che fare, insomma, con la scrittura più grammaticalizzata e "ambigua" del Novecento non solo italiano, la cui fruizione, formale non meno che concettuale (nel Nostro i due piani convergono come in nessun autore), esige armamentarî di nozioni e competenze, massime d'ordine filosofico e filologico, difficilmente immaginabili in un solo individuo. Al pari della speculativa, infatti, la pagina del Pizzuto estremo ambisce essenzialmente a rivestire il valore d'un sapere, fondendo la funzione fantastico-creativa con quella razionale-cognitiva, e per giunta allargando sino all'inverosimile le virtualità del sistema lingua non, o non solo, a scopi comunicativi, ma d'instaurazione di mondi: donde la sua talora disperante complessità.

Come Joyce secondo Curtius, Pizzuto è un formidabile costruttore di «puzzles intellettuali», e uno dei varchi d'accesso, spesso l'unico, è offerto proprio dalla prospettiva intertestuale, giacché egli reimpiega ossessivamente i medesimi materiali, quasiché temi e motivi (ecco il lato Petrarca di Pizzuto) si spiegassero privilegiati ed esclusivi, numerati e immutabili intorno a lui, e il solo scopo perseguibile altro non fosse che l'escogitazione di nuovi modi d'accostarli e quindi di esprimerli («sempre gli stessi, varia forma» si dice, non certo per caso, in una pagella).

Ma la pagella costituisce principalmente l'atto di nascita della cosiddetta «sintassi narrativa», spina dorsale del narrare opposto al raccontare: questo consistendo nella registrazione d'un dipanarsi d'eventi cristallizzati nella loro impartecipabile compiutezza; quello componendo l'aporia di tradurre l'azione in rappresentazioni attraverso la riduzione del fatto a pura astrazione; cito: «Se i personaggi raccontati sono dei documenti, i personaggi narrati sono dei testimoni, la rappresentazione non è più offerta ab extra, come una planimetria sottoposta al lettore, ma scaturisce intuitivamente da ciò che legge, con una compartecipazione attiva, direbbe un tomista in contuizione».

Sconfessare il factum, e di conseguenza il raccontare, non può non implicare l'abbandono della determinazione, anzitutto in sede grammaticale: d'ora in poi il verbo sopravvivrà soltanto nelle sue forme infinitive (gerundio, gerundivo, ablativo assoluto, participio, infinito storico), sotto il segno della sottrazione e della brevitas (il rapporto di Pizzuto con la cultura medievale resta tutto da indagare), in un procedere insieme discreto e verticale che ricorda i minimi tocchi del pointillisme. (È interessante notare quanto Giovanni di Garlandia, uno dei maggiori retori mediolatini, afferma circa i modi d'abbreviare: oltre all'asindeto e alla scelta di locuzioni che rendano perfettamente la materia, si hanno il verbum conversum in participium e l'ablativus absolute positus: una vera e propria estetica pizzutiana ante litteram.)

Non si tratta, preme dirlo, di condanna del sens trop précis a norma mallarméana e generalmente simbolistica, non di vago leopardiano né tantomeno di petrarchesca evasività semantica, ma del modo più efficace di attivare una estetica della partecipazione (o «contuizione», per usare il termine tecnicamente ineccepibile di Pizzuto): la narrazione si fa sostanza-forma, cioè stile, solo a patto che delle cose non sia il ritratto, ma - diversamente dal racconto - la risonanza interiore, di cui a ciascun lettore è dato moltiplicare gli echi (un lettore improbabile, s'intende, se non coincidente col più acuto e ammobiliato dei filologi).

L'essere delle cose - sostiene Pizzuto contro il determinismo meccanicistico, di cui la sua poetica è negazione recisa nelle forme sia del contenuto che dell'espressione - equivale all'essere percepito (l'«esse est percipi» di Berkeley), in quanto l'oggetto conosciuto dipende esclusivamente dall'io percipiente: ne consegue l'impossibilità di penetrare l'essenza del reale e di conoscere le cause efficienti dei fenomeni. Se lo spirito è un fatto, la materia è appena un'ipotesi. E poiché nulla esiste al di fuori dello spirito, è necessario non solo creare ex novo una lingua in processo perpetuo che rispecchi ed esprima in tutta la sua rete d'implicanze l'inattuabilità della conoscenza oggettiva (nonché la discontinuità del pensiero e della vita), ma un diverso sguardo da spiegare sul mondo: seconda vista che sappia scorgere, come nella migliore tradizione del simbolismo figurativo, il vero, ossia il poetico, al di là del reale, alla cui molteplicità il narrare è perfettamente omologo (un narrare sfornito di centro e disperso in mille rivoli, ciascuno dei quali insieme marginale e centralissimo).

Di qui l'abnorme ingrandimento del dettaglio (la cellula vale quanto il tessuto; la monade è specchio del macrocosmo) e la sua promozione a protagonista assoluto del campo visivo, con gli effetti nefasti che ne derivano in sede esegetica.

Ogni discrimine tra res cogitans e res extensa è completamente abolito. La realtà esiste solo in quanto nominabile, tramutabile in segno. Una cosa non è ciò che è, ma la costellazione delle cose che sembra - o meglio: che potrebbe sembrare - e che richiama alla mente. Il gusto per l'immagine, per la parola-oggetto, per i valori fonici puri, e soprattutto per l'originalità di nessi e paralleli (chi vorrà negare le tentazioni estetistiche, perfino parnassiane dell'ultimo Pizzuto?), fa sì che la pagina diventi una trama anarchica di corrispondenze, similitudini e rapporti tanto arditi e misteriosi da rasentare l'impenetrabilità; una pagina tessuta da un continuo metaforizzare - a sua volta figura dell'espansione coscienziale - e schiacciata in uno spazio-tempo svilito a pura virtualità (non si dà mondo più temporis expers di quello pizzutiano), che proprio per questo può contenere tutto il dicibile.

Dal che si evince pure come la carriera letteraria di Pizzuto sia in costante ascesa, ossia come egli non esiti a rinnegare continuamente sé stesso e i proprî successivi traguardi, al punto che l'autore dei capitoli ha ben poco da spartire con quello delle lasse, ed entrambi con quello delle pagelle: scrittura della più assoluta inappartenenza, priva di tracciabilità genealogica; una lingua morta (ossia ignota a tutte le bocche) ma aspirante al massimo di vitalità, un transitaliano camaleontico e spiazzante, senza predecessori né prosecutori (se davvero, come pare si creda, il talento d'un artista dipendesse dalla sua continuabilità, Pizzuto varrebbe meno di zero). Una lingua in cui, tanto per citare qualche caso, il punto e virgola ha licenza di svolgere anche funzione esclamativa; uno spazio vuoto può surrogare i punti di reticenza; il verbo può sostituire il nome; il nome l'avverbio o la preposizione; l'aggettivo il sostantivo e viceversa.

«Ciò infatti che stacca questo da ogni altro autore - avvertì Contini - non è un semplice stilema o sistema di stilemi poi grammaticalizzato, bensì un insieme di caratteri quale quelli che nella tipologia linguistica contraddistinguono lingua da lingua, nel caso di Pizzuto l'italiano dalle indoeuropee arcaiche, latino o greco o magari russo [...], ma anche le lingue occidentali dal cinese (dove cede la distinzione di nome e verbo), dall'eschimese, dal tibetano».

Sicché:

- cobra significa 'alla maniera del cobra';

- caminetto vale 'del caminetto';

- parete 'contro la parete';

- udito rovescio significa metonimicamente 'orecchio sinistro' (la funzione per l'organo);

- quarto 'a mezzaluna';

- editore 'guida' (Pizzuto alludeva, ovviamente, ai leggendarî editori dei suoi tempi: Roberto Lerici, Alberto Mondadori...: figure oggi, ahinoi, completamente estinte);

- omerico 'omericamente';

- atomo 'momentaneo';

- vesbio 'accanto al Vesuvio' (dal lat. Vesbius 'Vesuvio');

- rabeschi 'arabescati';

- ultimo 'infine';

- vapori 'di vapore' (il testo reca «cirri vapori»: il cirro è una nube filamentosa, quindi 'straccetti di nubi di vapore');

- l'incerta vale 'l'ora incerta' (scil. la morte);

- superno 'dall'alto';

- da può sostituire un 'come';

- che vale 'benché';

- arduo 'a fatica' o 'alto' o 'inarrivabile';

- quanto 'quanto più';

- analogo e consimile 'similmente';

- estremo 'alla fine';

- allora che 'sino a poco prima';

- non che 'come';

- non circa 'quasi';

- circa vale non solo 'presso', ma perfino 'in direzione di'.

E veniamo (qui si gioca duro) a contrabbando. Ecco il contesto: «Contrabbando tigri obbligato varco immobili disattente su scogli»; ebbene, il termine acquista qui il significato di «framezzo» (questo il primo getto che si legge nel manoscritto); e si tratta, come lo definisce Pizzuto, di un «nome-preposizione», ossia di un sostantivo vuoto (o, con un brutto tecnicismo, sincategorematico), con mansioni, cioè, puramente preposizionali.

Tuttavia, si badi: l'universo delle pagelle, lungi dall'essere aniconico e crudamente astratto (Pizzuto non è mai oscuro simpliciter, ma secundum quid, la complessità del dettato essendo il riflesso d'una visione fortemente problematica del reale) è innervato di forti istanze naturalistiche, dalle cui minuzie - filtrate dall'umorismo e dalla più sottile ironia - scaturisce la genesi teoretica: pensionati casalinghe infermieri geometri soldati uscieri galli osti impiegati grilli locandiere son messi a convivere pacificamente con sontuose elucubrazioni filosofiche circa i massimi sistemi; ecco allora:

- le cinture di sicurezza farsi antiproclitiche;

- un teodolite (strumento a cannocchiale per la misurazione degli angoli azimutali) può esser detto treppiede ottico;

- le corde di chitarra amigdaline (da amigdala 'antico strumento di pietra a forma di mandorla', come la chitarra);

- un drappo taumantide (dalla dea Taumantiade o Iris, personificazione dell'arcobaleno, col suff. ‑ide patronimico: ergo nel senso di 'iridato, lucente').

Di qui lo spaesamento, l'effetto di nebulizzazione informale, di cubistica scomposizione. Ma è solo un effetto: tutto in Pizzuto erompe dall'esperienza vitale per farsi materia fandi, perfino la matricola d'un orologio da polso; e qui si tocca il vertice della temerarietà e dell'olimpica noncuranza del lettore: rivela lo scrittore in una celebre intervista: «In Quiescenza, ... parlando di un orologio, l'orologio che è stato offerto a uno che va in pensione, ci ho messo come predicato il numero di matricola del mio orologio»: vale la pena di citare il passo: «a carati nel quatto astuccio sericeo, ancor vergine orologello 1325449».

Ma torniamo al nostro tema centrale. Uno spazio autografo, si diceva, di difficilissima decrittazione, nel quale nulla può dirsi fortuito, preterintenzionale o extratestuale, e che è al tempo stesso agenda, post-it, bloc notes, bozza perpetua, messaggio in bottiglia, testamento, libro di conti e di preghiere (Pizzuto era un fervente cattolico), dove albergano in placido ordinamento paritario preziosi scolî autointerpretativi; allotropi e serie sinonimiche di riserva; varianti alternative in attesa di scelta, propositi imperseguiti; orarî dei limae labores (rivolti a chi, se non al futuro studioso?); esultanti formule di devozione - come il triplice «Deo gratias!» a suggello d'ogni unità - che sarebbe quanto meno singolare celare al lettore; precisazioni cronistiche approssimate al minuto primo, da cui traspare l'estenuante lentezza e il travaglio dell'elaborazione (trenta giorni per le diciotto righe di Solitudine, sessanta per le trentatré di Hallali), ovviamente utilissime per l'individuazione e la seriazione temporale delle varie campagne correttorie; schemi accentuativi su cui testare spessore e sapore prosodico di minime porzioni frastiche a rischio di dissonanza o d'eccessiva eufonia (quale prosatore ha mai operato a partire precipuamente, e si dica pure esclusivamente, da suggestioni ritmiche? ciò l'esegeta dovrà tenere a mente); e infine memoranda privati che persino il più diplomatico e feticista degli editori si guarderebbe dall'accogliere in apparato (nel migliore dei casi dislocandoli in appendice), ma che a ben vedere sono solo apparentemente fortuiti o eccentrici, poiché nessi sottili - al critico il cómpito di snidarli - paiono accomunare lo stato d'animo che li connota sia al contenuto sia all'aura cui s'impronta il testo in ripresa.

Qualche esempio.

Il manoscritto della pagella intitolata Buona notte reca il seguente appunto a margine: «Sono andato, da solo, a comprarmi le sigarette»; e il lavoro del vegliardo affetto da «ptofobia» (neologismo pizzutiano: dal gr. ptoma 'caduta': 'paura di cadere') da quando un carretto l'ha travolto, prosegue con: «a fatica gavio dopo gavio» (il gavio è, per l'appunto, ciascuna delle parti della circonferenza di una ruota).

Altra nota marginale nella pagella Ancora: «25.2. riparte Giovanna [la primogenita di Pizzuto], volo 122. h. 19.30. Telefona suo arrivo a Palermo - 26.2. Pranzo con [il musicologo Gianandrea] Gavazzeni»; si tratta della primogenita di Pizzuto e del celebre musicologo Gianandrea; potrebbe sembrare un appunto del tutto casuale, ma ecco apparire nel testo, in un vibrato struggente di nostalgia per la figlia appena partita, non solo una lattante, ma un emblema musicale: «affigurarti io tra mille vicende: neonata in stradivario vagito»: la figlia e il musicologo fusi nella stessa immagine.

In Cutufina, l'episodio evangelico dell'adultera è salutato da fervidi «Venerdì Santo» e «Santa Pasqua», che si stenterebbe a definire non pertinenti ed extratestuali.

Di più. Finanche un mutamento di penna o l'arrivo della pedicure hanno precise funzioni: avvisare il filologo del cambio inchiostro nel primo caso, segnalare una sospensione del lavoro nel secondo.

Si può forse nascondere tutto questo al lettore? O non è invece indiscutibile che l'ultimo Pizzuto chieda d'esser letto in edizione critica?

Tutto ciò - al contrario di quanto si creda - è spia clamante, oltre che d'un rapporto arte-vita straordinariamente intenso e serrato, della sostanziale pretestualità delle opzioni tematiche: nient'altro che occasioni per incarnare il credo teoretico soggiacente: per il Questore il sospiro d'un batterio non vale meno della Via Crucis. Donde il rischio, comprensibilmente paventato da molti osservatori, del discorso a tesi, se non della deriva verbalistica e didascalica: a torto, perché fin la nozione più aguzza e cerebrale non resta mai pura diànoia, ma si risolve in musica, e questa si materializza in immagini: fantasmi poetici capaci di riscattare ogni asprezza ideologica.

Se ne ricava che scrivere è per Pizzuto non una sospensione d'esistenza, né pausa o nido scavato a forza nella vita, ma l'unica possibilità di vivere in autenticità e plenaria coscienza, perché è lampante che egli pensi scrivendo (si direbbe che l'idea non preceda la stesura ma ne sgorghi, per suscitare, in un sistema d'interazioni e gemmazioni esponenziali, altre parole, nuove idee: pacchetti d'energia pronti a proliferare a loro volta) e si ritrova temprando i concetti alla fiamma del dubbio, attraverso il supplizio dei ripensamenti, delle rifazioni, delle rinunzie, dei cambî di marcia e di progetto, costantemente sotto il segno della più sfibrante fatica fisica, mai scansata con artifici e accorciatoie che pure non sarebbero mancati a un ingegno di quell'altezza, bensì pervicacemente cercata quale unico varco per giungere al cuore delle cose, viverlo dal didentro e farlo esplodere. Sicché non è azzardo asserire che l'ultimo Pizzuto stampato nudo sia un Pizzuto monco, dimidiato, essendo l'esplorazione della dimensione autografa - vero e proprio sistema in cui ogni dettaglio è totalmente semantizzato - il solo modo d'accedere all'officina per cogliere a pieno tutte le sfumature del processo creativo in perfetta simbiosi col creatore.

Uno dei rari casi letterarî, forse l'unico, in cui il percorso conti quanto la meta.

Se poi l'artificio riesca a trasformarsi in arte e ne venga assorbito senza lasciare scorie, se cioè l'unicità basti a risarcire gl'innegabili eccessi e a far sì che il poeta sbaragli l'artista, sarà il lettore a decidere.

Quel che è certo - potrà sembrare un paradosso, dopo quanto detto - è che Pizzuto ha molto, moltissimo da dire in un momento storico come il presente, digiuno d'estetica e marchiato a fuoco dalla grossolanità e dalla più disarmante approssimazione.

* Il 7 novembre 2017 si è tenuto presso la Casa delle letterature in Roma un convegno su Antonio Pizzuto al quale hanno partecipato Maria Ida Gaeta, Arnaldo Colasanti, Pietro De Santis, Anna Maria Milone e Gualberto Alvino, di cui pubblichiamo qui la relazione.