CULTURA E DIRITTI

LA CRISI DELLA CULTURA SI CHIAMA GLOBALIZZAZIONE

di Giorgio Moio

C'è stata una anestesia della vita collettiva, e una anestesia specifica degli intellettuali che, perduta la loro funzione di legislatori e me-diatori civili, si sono ridotti al ruolo subalterno di "esperti", "consulenti" o "intrattenitori»

C'è un dato di fondo nella crisi socio-economica e intellettuale, si chiama "globalizzazione". Una corsa verso il primato di una politica che ha cambiato il suo DNA da "servizi e benessere ai cittadini" ad "affari economici personali". In questo contesto, tutti fanno la corsa su tutti con alleanze strane e improponibili purché si arrivi primi.

Questa corsa scellerata e distruttiva socialmente rende ciechi un po' tutti: rende ciechi in primis la politica, le multinazionali, i mass-media, la giustizia, la cultura, al punto da non "vedere" i tantissimi problemi che ogni giorno ci passano davanti. Pensiamo ad una politica che tende a conciliarsi con i poteri forti (banche, multinazionali, industriali, etc.) per poi farne parte; pensiamo a una cultura che sempre più spesso scivola verso la mancanza di un "grido di protesta" per aprire una nuova strada che dia speranza di un miglioramento di vita; pensiamo al postmodernismo creato proprio dalla mancanza di una cultura propositiva e meno permissiva o succube dell'economia, che si "nasconde" nella facile e privata fruizione culturale per non affrontare i mille problemi che si presentano davanti, consolatorio e tranquillizzante che ti garantisce quello che non sei e non sai fare. Basta un buon canale pubblicitario. Il vocabolario ci dice che la parola postmoderno indica un atteggiamento o comportamento che, ritenendo in crisi i fondamentali principi dell'età moderna (razionalità e fede nel progresso illimitato) nonché gli stili delle avanguardie, è incline al recupero dei valori del passato, favorendo visioni promiscue e deboli, delegittimando visioni forti come rifiuto di emancipazione del pensiero umano attraverso la ragione per far posto all'incertezza, alla provvisorietà, un paradigma della nostalgia e del rimpianto del passato per non prendere una posizione nel presente. Di questi autori "deboli" e "molli" di nomi se ne possono fare tanti, madidi di un biografismo lamentoso che si abbandona a una facile spinta assolutoria, straniante ed estraniante, descrivendo una prospettiva di ambizione senza ambizione. In filosofia, il riferimento maggiore è Martin Heidegger che eredita un po' le idee del suo connazionale Friedrich Nietzsche, rivalutando la metafisica con una proposta di comprensione di sé, di disincantamento, smontando i prodomi della ragione per infilarsi in un contesto dove l'indebolimento dell'essere diventa la prassi dell'irrazionalismo, mancanza di profondità, un punto di vista sul mondo immaginario. I critici del postmoderno hanno invece i nomi di Fredric Jameson, Jungen Habermas e Guy Debord: entrambi propendono per una spettacolarizzazione della cultura di ogni settore sociale ed economico, attraverso l'autoreferenzialità e il neo-conservatorismo, l'apparire a tutti i costi in luoghi non relazionali, non identitari, ma solo affini alla spettacolarizzazione del proprio io che trova la sua massima affermazione in televisione o nella pubblicità. In pratica il linguaggio postmoderno è ciò che ci fa essere non uno strumento a disposizione, dove tutto viene filtrato dall'esterno per una sorta di "neutralità" da parte dell'autore che si lascia guidare in tutte le direzioni come un automa. Il postmoderno ci fa essere decisamente più deboli, rifuggendo dal prendere una posizione per cui lottare per modificare la realtà inconvertibile dal potere politico-economico dei più forti per una vita migliore. E ciò avviene solo se hai ben presente l'ambiente che ti circonda. Per chi volesse saperne di più sul postmoderno, specie in letteratura, ci facciamo aiutare dalla definizione che ne dà un critico letterario che sull'argomento si è speso tanto, Romano Luperini, che lo definisce come «il periodo di una generale anestetizzazione. C'è stata una anestesia della vita collettiva, e una anestesia specifica degli intellettuali che, perduta la loro funzione di legislatori e me-diatori civili, si sono ridotti al ruolo subalterno di "esperti", "consulenti" o "intrattenitori». Ci si aggiunga la partecipazione dell'editoria che insiste su «operazioni editoriali e non culturali così prive di autorevolezza da renderne nullo il potere canonizzante. Tanto che esse rispecchieranno più il catalogo di letture personali del curatore o dei curatori», per una spettacolarizzazione, appunto ‒ come dicevamo ‒ della cultura «che si verifica in occasione di letture pubbliche in teatri o in televisione ed è un fenomeno che non deve ingannare; è un pubblico che consuma, che non canonizza, che partecipa magari con commozione a un evento, ma non ne è protagonista attivo»; rende solo la letteratura schiava della logica di mercato, dove conta più l'editore che l'autore, sempre in quell'ottica dove prevalere l'aspetto economico più che il messaggio che un libro racchiude in sé. C'è poco da fare: per un po' di successo ci si vende al miglior offerente, come se, anziché nel ruolo di poeta, ci si crede di essere un divo del cinema o della televisione, una star. Dunque, nel campo letterario questa situazione di postmoderno favorisce la grossa editoria che pubblica di tutto purché porti denaro, tutto - s'intende - che non faccia troppo pensare il lettore, altrimenti addio al business: quando la gente si mette a pensare è un pericolo per chi lucra sulle sue spalle, solo che ultimamente la gente pare non pensare più; si lamenta, sì, ma non pensa più, c'è un solo uomo al comando che pensa per essa, un solo uomo al comando che a sua volta è il burattino di un sistema speculativo e imponibile di una banca europea che si chiama BCE, e di una nazione che si chiama Germania. Dove andremo di questo passo? Cosa faranno i nostri giovani se non siamo in grado di garantirgli un futuro o gli derubiamo il presente con inganni e raggiri: pensiamo al mondo del lavoro che ora si basa su un'unica certezza pianificata: la precarietà. Precaria è anche la cultura se si pubblica immondizia avariata camuffata da fatti di cronaca o da biografie di personaggi giusto buoni per la galera. E il giornalismo? Il giornalismo si presta a questo gioco con la speranza di arrivare per primo sullo scoop a costo di infangare la dignità delle persone: insomma, senza farsi nessun tipo di scrupoli. Viviamo un po' tutti con le bende sugli occhi e i tappi nelle orecchie. Abbiamo lasciato morire il pensiero forte, l'avanguardia, e la vocazione poetica ha lasciato posto alla vocazione del poetese che ricorre sempre più spesso alla restaurazione e conservazione del sacro, in cui la poesia per affermarsi deve continuamente negare se stessa, negare la realtà. Sembra che il postmoderno stia per terminare la sua azione devastante, ma le idee propositive stentano ancora a manifestarsi.