Storia & Politica

Seminario di Futura Umanità

Facoltà di Filosofia della Sapienza

"100° Rivoluzione d'Ottobre" - 28/29 settembre 2017

L’OTTOBRE ROSSO,

L’ITALIA E LA STRATEGIA DEL PCI

di Gennaro Lopez

In Italiaun'ampia opinione popolare, che si estese fino ai soldati impegnati sul fronte di guerra, vide già negli eventi russi del febbraio/marzo 1917 il concretizzarsi di diffuse aspirazioni alla pace e alla giustizia sociale. La volontà di un radicale cambiamento si manifestò attraverso il voler "fare come in Russia", espressione che fin dal mese di marzo cominciò a circolare insieme con le parole "pace" e "terra", "socialismo" e "rivoluzione". Si può perciò facilmente comprendere come l'eco della Rivoluzione d'ottobre e della conquista del potere da parte dei bolscevichi, nelle stesse giornate segnate dalla rotta di Caporetto, suscitasse immediate ripercussioni tra i lavoratori italiani.

Tutto ciò indurrà Trotzkij ad affermare (discorso al Soviet del 22 novembre) che, tra i Paesi dell'Intesa, l'Italia era quello che aveva accolto con maggior entusiasmo la vittoria del bolscevismo. Del 25 dicembre è il famoso articolo di Gramsci sull'Avanti!, La rivoluzione contro il "Capitale": i bolscevichi, secondo Gramsci, hanno infranto le ferree leggi del materialismo storico facendo la rivoluzione là dove, secondo Il capitale di Marx, sarebbe stato necessario creare innanzitutto lo zoccolo storico della società capitalistica. Gramsci poneva perciò l'accento sulla "volontà sociale e collettiva" di "avanguardie e masse consapevoli" come forza trainante della storia, rifiutando ogni concezione deterministica del marxismo; all'opposto, secondo Bordiga, la rivoluzione bolscevica si era sviluppata proprio secondo le linee tracciate dal marxismo classico. Nel gennaio del 1919 Lenin invita "tutti i partiti contrari alla II Internazionale" a partecipare ad una conferenza a Mosca, con l'obiettivo di creare una terza "Associazione internazionale dei lavoratori". Pochi delegati (mancano italiani, francesi, belgi, inglesi, spagnoli) riusciranno a raggiungere Mosca, dove comunque, il 4 marzo, nascerà ufficialmente la Terza Internazionale (Komintern), che avrà un ruolo fondamentale nelle vicende dei comunisti italiani. Poco dopo la sua fondazione vi aderì il PSI, unico tra i vecchi partiti socialisti dell'Occidente europeo.

In Italia il 1919 si caratterizza per un duro scontro sociale, con una larga adesione popolare all'esperienza sovietica, che suscita allarme e reazione in seno alla borghesia e al governo (a marzo si costituiscono i mussoliniani "Fasci di combattimento"). Ai primi di aprile il divieto a tenere una pubblica dimostrazione di solidarietà verso i rivoluzionari russi, tedeschi e ungheresi porta ad uno sciopero generale a Roma e a manifestazioni in tutta Italia in favore del governo bolscevico al grido di "Viva Lenin". Vengono boicottati produzione e trasporto di materiale bellico destinato ai controrivoluzionari russi. La "simpatia di massa" per la rivoluzione d'ottobre è testimoniata - tra l'altro - da un fatto singolare: soprattutto in Emilia e in Toscana, numerosi figli di proletari vengono iscritti all'anagrafe col nome di Lenin. Tutto ciò ci fa capire perché alle elezioni del 16 novembre 1919 la lista socialista, che si presenta col simbolo della falce e del martello, emblema del Soviet russo, ottiene una grande affermazione, passando da 52 a 156 deputati. In quell'anno il PSI passa da 24.000 a 87.580 soci; l'Avanti! raggiunge una tiratura quotidiana di oltre 300.000 copie. La CGL passa da 250.000 a un milione e mezzo di iscritti (saranno due milioni nel 1920). Dati impressionanti, che però rendevano ancora più evidente la contraddizione tra la propaganda massimalistica imperante nel PSI e la sostanziale impotenza di quel partito nella prassi politica. Di quella fase è l'esperienza dei consigli di fabbrica (definiti correntemente "soviet" o "soviety"): essi esprimevano la necessità che la classe operaia assumesse il ruolo di forza dirigente nazionale, a partire dal luogo stesso del proprio lavoro. Ma soltanto a Torino si intese il significato di rottura e la profonda carica innovatrice del movimento dei consigli, grazie al gruppo che si formò intorno all'Ordine nuovo (dal 1° maggio 1919).

Nel corso del 1920 il clima politico cambia rapidamente. La classe padronale riacquista tutta la sua arroganza, la classe operaia è più che mai determinata a combattere, ma la lotta operaia è destinata tuttavia alla sconfitta per l'incapacità del partito socialista di agire e tradurre quella lotta in iniziativa politica. In presenza di uno sciopero a oltranza dei lavoratori piemontesi, contro una serrata e licenziamenti decisi dagli industriali, il Consiglio nazionale del PSI, già convocato a Torino per il 20-21 aprile, viene spostato a Milano: il dibattito non solo non produce alcuna iniziativa di solidarietà con i lavoratori in lotta, ma addirittura segnala una diffusa presa di distanza, con l'isolamento di chi tenta di spronare all'azione (Angelo Tasca e Umberto Terracini). Si consuma così quella che Gramsci definirà come "la scissione di aprile". La fiammata torinese si spegnerà con una mediazione al ribasso dopo sette giorni di sciopero generale e un mese di lotta dei metallurgici. In ogni caso, il protagonismo e la volontà di lotta che manifestava il proletariato italiano era tale da indurre Lenin, ancora nell'estate del 1920, a ritenere che l'Italia sarebbe stata, insieme con la Germania, il paese dell'occidente capitalistico più prossimo alla rivoluzione socialista. Quel che mancava era un partito politico all'altezza di una prospettiva rivoluzionaria, capace di direzione politica del movimento.

Su questo terreno di sempre più acceso scontro sociale e politico si innestano le direttive emerse dal II Congresso del Komintern (Pietroburgo, 19 luglio - Mosca, 6 agosto 1920), destinate ad accelerare il processo di frantumazione del PSI e di nascita del PCdI. In vista del congresso Lenin aveva manifestato il suo apprezzamento per il documento dei "torinesi", redatto da Gramsci in aprile sulle lotte operaie, e polemizzato apertamente con Bordiga nel suo scritto Estremismo, malattia infantile del comunismo. Dei 21 punti poi deliberati dal congresso, uno dei quali prevedeva che i partiti aderenti convocassero entro quattro mesi un congresso straordinario, due soprattutto accenderanno la discussione e lo scontro nel PSI: uno riguardava l'espulsione dei riformisti, l'altro il mutamento del nome in quello di Partito comunista.

Intanto, ancora più acuto si faceva lo scontro sociale. A fine agosto una serrata padronale in uno stabilimento di Milano aveva provocato l'occupazione di 300 officine metallurgiche. Tra il 1° e il 4 settembre, mezzo milione di metalmeccanici in tutta Italia procedono all'occupazione delle fabbriche voluta dalla FIOM. Il 9 e 10 settembre si riuniscono congiuntamente a Milano il Consiglio generale della CGL e la direzione del PSI. La proposta che l'occupazione si estenda a tutti gli stabilimenti industriali e alle campagne viene respinta a maggioranza. Il PSI si piega all'esito di quel voto e Giolitti, capo del governo, sulla base di un accordo salariale e di un disegno di legge sul controllo della produzione (che non avrà alcun seguito) liquida politicamente il movimento. Ripercorrendo le vicende del biennio 1919-'20, la domanda che ci poniamo è se sia legittimo parlare, per l'Italia, di una "rivoluzione mancata". Certamente, il PSI si dimostrò lontano dalle esigenze della classe lavoratrice, avendo recepito solo formalmente i principî della III Internazionale. In vista del congresso del partito socialista, il 15 ottobre, a Milano, si organizza la "frazione comunista", che comprende bordighiani, ordinovisti, parte dei massimalisti e altre tendenze minori (il 23 ottobre, da Stettino, viene inviata alla frazione una lettera di Zinovev - anche a nome di Lenin, Trotzkij e Bucharin -, in cui si legge che la frazione è "l'unico serio appoggio dell'Internazionale comunista in Italia").

La scissione, ben prima che si apra il congresso socialista si è ormai, di fatto, consumata e il 21 gennaio a scindersi saranno i comunisti (finiti in minoranza); nell'ottobre dell'anno seguente si separeranno i riformisti e nel PSI rimarranno solo i massimalisti. Quel 21 gennaio 1921 Togliatti è a Torino; il giorno successivo il titolo del suo articolo su L'Ordine nuovo, dice tutte le attese, ma anche tutte le incognite del momento: Che avverrà domani?

Quello che nasce a Livorno, sotto la guida di Bordiga, è un partito massimalista, dogmatico, settario, che eredita dal PSI anche la tendenza al frazionismo e affronta l'ascesa del fascismo con la logica del "tanto peggio tanto meglio", nella convinzione che essa renda più vicina l'ora della rivoluzione e la sconfitta definitiva della borghesia. E' un partito che a lungo ignorerà l'insegnamento di Lenin, condannandosi ad un isolamento reso ancor più grave dal gioco degli avversari (il 3. 8. 1921 i fascisti firmeranno un patto di pacificazione con i socialisti e la CGL). Una spia di questi limiti sarà l'atteggiamento negativo assunto nei confronti degli "Arditi del popolo" (un movimento, a carattere unitario e spontaneo, di difesa contro i fascisti) e dell'Alleanza del lavoro per una resistenza unitaria al fascismo, cui aderiscono CGL, USI, UIL, Federazione nazionale dei lavoratori dei porti. Sarà lo stesso Lenin a sollecitare (invano) un comportamento diverso. Seguirà una lunga serie di contrasti nei rapporti tra il PCdI di Bordiga e i dirigenti del Komintern e del PCUS.

Al III congresso dell'Internazionale comunista, che si apre a Mosca il 22 giugno 1921, una commissione discute sulla "questione italiana": emergono critiche sul settarismo del partito italiano. La nuova parola d'ordine del fronte unico d'azione, coi socialdemocratici e coi sindacati "gialli", viene ufficialmente lanciata alla riunione del Comitato esecutivo del dicembre 1921: vi si oppongono italiani, francesi e spagnoli.

II II congresso del Pci (marzo 1922), con le Tesi di Roma, confermerà tutti i limiti già visti in precedenza, suscitando le osservazioni critiche del Presidium del Komintern. Era evidente una sottovalutazione del pericolo fascista o - quanto meno - un'analisi errata del fenomeno e delle sue possibili conseguenze. Dal congresso risulterà confermato il blocco di maggioranza formato da bordighiani ed ex ordinovisti; Gramsci verrà inviato a Mosca presso l'Esecutivo del Komintern. In luglio però, nella maggioranza uscita dal congresso, di fronte all'incalzare della reazione fascista, che trova una risposta operaia in una serie di scioperi spontanei, si avvertono primi scricchiolii. Il PCI appare diviso tra "torinesi", favorevoli ad un'azione unitaria, e centro, che ancora una volta è per il "tanto peggio tanto meglio". Bordiga afferma: "I fascisti vogliono buttare giù il baraccone parlamentare? Ma noi ne saremmo lietissimi." Tra luglio e agosto fallisce lo "sciopero legalitario" indetto dall'Alleanza del Lavoro, anche grazie all'offensiva militare fascista. Sarà l'ultimo bagliore della resistenza popolare al fascismo. Trotzkij commenterà così queste vicende: "Il Partito comunista non si rendeva conto della portata del pericolo fascista, si pasceva di illusioni rivoluzionarie [...] Secondo le informazioni degli amici italiani, eccettuato Gramsci, il Partito comunista non ammetteva neppure la possibilità della presa del potere da parte dei fascisti".

A novembre 1922 si celebra il IV congresso dell'Internazionale. Del 24 novembre è una lettera del CC del PC russo (firmata da Lenin, Trotzkij, Zinovev, Radek, Bucharin) con cui si comunica al PCI che la fusione col PSI è stata decisa all'unanimità dalla commissione congressuale; si preciserà in seguito il nome del nuovo partito: "Partito comunista unificato d'Italia". Si registra qui la prima spaccatura tra Bordiga e Gramsci, il quale è per assumere un atteggiamento attivo, per discutere le condizioni della fusione. Ma il Pc si mostrerà riluttante, sospettoso e il PSI esprimerà un atteggiamento non meno diffidente e ostile. La repressione fascista contro comunisti e socialisti "terzini" contribuirà per parte sua ad impedire la progettata fusione.

Tra il 1923 e il 1924 Il Pci attraversa una lunga e complessa fase di transizione dalla direzione di Bordiga a quella di Gramsci, con l'avvio di un vasto e profondo ripensamento su impulso del Komintern, la cui dirigenza, nella primavera del 1923, esprime una dura critica (soprattutto alla luce dell'avvento al potere di Mussolini) rispetto a questioni tattiche e strategiche, quali: ruolo del partito, concezione del governo operaio, tipo di lotta al fascismo, prospettiva d'azione. Ciò porterà alla nomina d'autorità di un nuovo Comitato esecutivo del PCI (Fortichiari, Scoccimarro, Togliatti, Tasca, Vota). A Bordiga verrà offerto di far parte del massimo organo rappresentativo del Komintern. Per Gramsci, a Mosca dal maggio 1922 al dicembre 1923 (poi a Vienna fino al maggio 1924), ha inizio un'evoluzione politica che lo farà apparire come l'uomo dell'Internazionale (inviterà, tra l'altro, a "non continuare più con l'atteggiamento finora avuto di "geni incompresi") e farà suo il disegno strategico di un fronte unico, di un impulso unitario reale; in una lettera al Comitato esecutivo del PCI, datata 12 settembre 1923, a proposito della fondazione di un "quotidiano operaio" decisa dal Komintern, propone come titolo "L'Unità", per un giornale con un carattere non di partito, per la prospettiva di una "Repubblica federale degli operai e dei contadini" (inizierà le pubblicazioni, col sottotitolo "Quotidiano degli operai e dei contadini", il 12 febbraio 1924, a poca distanza dalla morte di Lenin). Ha inizio ora un lavoro di creazione di organismi unitari nelle fabbriche attraverso le Commissioni interne. Gramsci opera per formare un nuovo gruppo dirigente del partito e rivendica per la prima volta in toto la linea del Komintern, demolendo di fatto le Tesi di Roma. Scrive Gramsci: "La determinazione, che in Russia [...] lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario, nell'Europa centrale e occidentale si complica per tutte quelle superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l'azione della massa e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complessa e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre 1917 [...] Amadeo [Bordiga] si pone dal punto di vista di una minoranza internazionale, noi dobbiamo porci dal punto di vista di una maggioranza nazionale". Si avvia di qui la costruzione di un partito finalmente aderente alle condizioni reali, sociali e politiche, del paese e perciò definibile "leninista".

Per le elezioni dell'aprile 1924 (con una legge elettorale che assegna due terzi dei seggi a chi ottenga il quorum del 25% su scala nazionale), i due partiti socialisti (PSI massimalista e PSU riformista) respingono la proposta di un blocco comune, ma il Pci rompe l'isolamento promuovendo liste di "Alleanza per l'unità proletaria", aperte ai "terzini"). Bordiga (da sempre astensionista e contrario anche alla fusione coi "terzini") rifiuta la candidatura. Vengono presentate liste in tredici delle quindici circoscrizioni. Gli eletti saranno 19, di cui 13 comunisti. Un successo inatteso.

Il 18 aprile Togliatti relaziona al Comitato centrale: nota che un processo di "resistenza attiva" al fascismo si sta aprendo e propone di perseguire la tattica del fronte unico o, meglio, della "unità di tutte le forze classiste rivoluzionarie". Vi è un'attenzione inedita verso le grandi masse, una fiducia nella loro conquista.

Ma il "nuovo corso" è tutt'altro che spianato, come dimostra l'esito di una conferenza (segreta) in un alberghetto-rifugio sulle montagne del Comasco intorno alla metà di maggio. Si confrontano le linee politiche impersonate da Bordiga, che ripropone le Tesi di Roma; da Gramsci e Togliatti, che fanno proprio l'indirizzo del IV congresso dell'Internazionale; da Tasca, che sottopone a dura critica tutta la condotta del partito, da Livorno in poi. La linea Gramsci-Togliatti risulterà largamente minoritaria. Per un cambiamento sostanziale bisognerà attendere il V congresso del Komintern, che si apre a Mosca il 17 giugno (406 delegati di 41 paesi, in rappresentanza di 51 partiti). Gramsci, trattenuto a Roma per lo scoppio della crisi Matteotti, non potrà parteciparvi. A quattro anni dal II congresso la rivoluzione si è consolidata in Russia, ma è fallita nel resto d'Europa. In questo contesto, si decide di procedere alla "bolscevizzazione" dei partiti aderenti. Il Komintern deve diventare - si dice - un partito davvero "mondiale, omogeneo, comunista, bolscevico, leninista". Zinovev sostiene la validità della tattica del "fronte unico", inteso soprattutto come unità dal basso delle masse lavoratrici. Togliatti però fa notare che si è in presenza "di differenti condizioni storiche e politiche, di differenti rapporti di forza tra la classe operaia e la classe borghese che ci costringono a seguire linee tattiche diverse"; insiste sulla necessità di fare del partito comunista "il partito delle grandi masse operaie e contadine".

Tra il giugno 1924 e il 3 gennaio 1925 si consuma la vicenda dell'Aventino e del suo fallimento politico. Gramsci, che in agosto viene eletto segretario generale del partito, reputa che il sistema di potere fascista sia in piena disgregazione. In coerenza con la tradizione ordinovista, emerge in lui la concezione di un processo rivoluzionario che sorga dal basso. L'Esecutivo del Komintern teme, però, che il partito italiano assuma un atteggiamento da spettatore, sottovalutando l'iniziativa di lotta: lo scopo immediato dev'essere il rovesciamento del regime fascista; si suggerisce quindi di allargare la forma di organizzazione dei Comitati operai in quella di "Comitati operai e contadini antifascisti"). Nel partito si avverte comunque l'esigenza di "fare qualcosa" e si crea la parola d'ordine dell'Antiparlamento (un'assemblea parlamentare delle opposizioni opposta al parlamento fascista): la proposta verrà respinta dagli "aventiniani". Il 15 ottobre il CC decide di rientrare alla Camera; in parallelo, vengono lanciati i Comitati operai e contadini, che si richiamano ai Consigli di fabbrica del 1919-20. Per il rientro a Montecitorio il Komintern propone di "inviare un singolo compagno per leggere una dichiarazione del partito e quindi allontanarsi". Verrà scelto a questo scopo il deputato Luigi Repossi. Le vicende politiche dei due mesi che vanno dalla riapertura della Camera del 12 novembre sino al discorso mussoliniano del successivo 3 gennaio (vera pietra tombale sulla battaglia delle opposizioni), fanno emergere le responsabilità storiche di tutto il mondo politico che avrebbe dovuto reagire alla dittatura incalzante. L'Esecutivo del PCI, che si riunisce il 4 gennaio, valuta "il gesto di Mussolini" come un semplice episodio che non sposta sostanzialmente la situazione. Permane dunque una sottovalutazione e un difetto di analisi del fenomeno fascista. Il 1925 apre per i comunisti italiani il periodo più duro. Il dibattito interno approderà al III congresso nel gennaio del 1926. Intanto, la questione del "trotzkismo" si era riaperta violentemente nel PCUS nell'ottobre del 1924 con la pubblicazione del famoso opuscolo di Trotzkij, Le lezioni dell'ottobre; sullo sfondo vi è già la scelta da fare tra la concezione della "rivoluzione permanente" e quella, sostenuta da Stalin e Bucharin, del "socialismo in un solo paese". Nell'Esecutivo allargato del Komintern, che si tiene tra il 21 marzo e il 5 aprile, la Commissione per la "questione italiana" afferma che "il congresso nazionale del PCI dovrà dire se approva la politica applicata dal [...] partito d'accordo col Komintern [...], ma dovrà anche scegliere [...] tra il leninismo e la tattica di Bordiga". L'11 e il 12 maggio la relazione di Gramsci al CC è incentrata sulla bolscevizzazione: parla di "stabilizzazione leninista" dei partiti comunisti e critica a fondo il bordighismo, il "primo tempo" del PCI e il suo estremismo: "... le esperienze dell'Internazionale comunista ... non giunsero fino a noi ... [si sviluppò] una ideologia arruffata e caotica ... si creò cioè in Italia una nuova forma di massimalismo". Il 4 novembre 1925 il fallito attentato a Mussolini dell'ex deputato Zaniboni fa scattare una vasta repressione. Ma il fatto più grave del secondo semestre del 1925 è il patto di palazzo Vidoni (20 ottobre) tra Confindustria e corporazioni fasciste, con il quale il padronato riconosce al sindacato fascista l'esclusività della contrattazione sindacale. Con la riunione del CC del 9-11 novembre il partito guarda finalmente con chiarezza alla novità della situazione profondamente mutata; Gramsci propone un indirizzo strategico che si ritroverà formulato nelle Tesi del III congresso (Lione, 20-26. I. 1926 in clandestinità). Sulla base della concezione generale leninista dell'alleanza operai-contadini nella rivoluzione, emerge ora la novità dell'individuazione del problema meridionale (e di quello cattolico) come dato specifico nazionale. Nel dibattito precongressuale Togliatti sottolinea il valore dell'elemento volontario, che influisce sul processo storico in generale e su quello rivoluzionario in particolare; si pone quindi il problema del rapporto tra masse e partito, tra classe e partito (visto non come organo, ma come parte della classe operaia). Per il congresso vengono elaborati cinque documenti, uno dei quali (Tesi politica; situazione italiana e bolscevizzazione del PCI) diventerà noto come Le Tesi di Lione. Rispetto alle Tesi di Roma, si nota un forte impianto storicistico, si fa risaltare l'elemento dirompente dell'ottobre russo, dell'insegnamento bolscevico, dell'apporto teorico leniniano. Il fascismo, considerato ora fenomeno di massa, è visto come esito di un duplice fallimento: quello di una soluzione riformista (Nitti, Giolitti) e quello di una soluzione rivoluzionaria, sconfitta "per le deficienze politiche, organizzative, tattiche e strategiche del partito dei lavoratori". Le Tesi di Lione (il prodotto più maturo dello sviluppo teorico leninista di Gramsci e di Togliatti) rappresentano il maggiore sforzo condotto dal partito italiano per applicare i principi della tattica e della strategia leninista alla situazione italiana (significativo il parallelo tra la crisi Matteotti e la situazione russa dell'estate 1917 durante il colpo reazionario di Kornilov). A dicembre 1925 si era svolto il XIV congresso del PCUS e la prospettiva storica della costruzione del socialismo in un paese solo era stata affermata con forza. Nel corso del 1926 lo scontro tra i dirigenti bolscevichi diverrà asperrimo e sarà ora Gramsci ad ammonire: "Voi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'Urss aveva conquistato per l'impulso di Lenin".

Alcuni dei temi che abbiamo visto affacciarsi in questi primi anni di storia del comunismo italiano troveranno una "sistemazione" negli anni seguenti, ad opera di Gramsci e di Togliatti. Quest'ultimo, per esempio, già nel rapporto presentato al VII Congresso del Komintern (sotto la direzione di Giorgio Dimitrov, luglio-agosto 1935) vedrà nel fascismo un regime reazionario di massa (non inevitabile) in funzione di una dittatura di classe e dunque porrà la questione dell'egemonia del proletariato nella rivoluzione antifascista intesa come rivoluzione popolare, sostenendo convintamente la politica del "fronte unico"; al tempo stesso, coglierà l'importanza dei diritti democratici (presupposto per le successive elaborazioni sul rapporto tra democrazia e socialismo); "fare politica" (come capacità necessaria per i partiti comunisti) è un'espressione che Togliatti tenderà ad usare sempre più frequentemente a partire da questi anni. Ancora: sosterrà l'esigenza che si formino partiti comunisti pienamente autonomi su base nazionale (premessa a quella che sarà la strategia della "via italiana al socialismo"). Insomma, la via maestra che porterà al "partito nuovo" era ormai individuata. Percorrerla comporterà però lotte e sacrifici terribili, ma i comunisti italiani - come sappiamo - ce la faranno.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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