Speciale Mario Lunetta

L’ISOLA DELL’OCCHIO

di Valerio Magrelli

Mentre la famiglia era in viaggio sull'aliscafo per Ventotene, il figlio di sette anni iniziò di colpo a manifestare il tic. Il tic è un gorgo, meglio starne alla larga. Fa mulinello in un attimo e ti porta via, trascinandoti giù nell'isteria di un gesto che chiede sempre un ritorno, un altro almeno.

Tic significa "ancora", e dunque quella volta era venuto il turno delle palpebre, un battito improvviso ed ossessivo, mentre lo scafo scivolava veloce. Ignaro della forza che sfidava, il bambino era finito preda dell'invisibile Animale Percussionista, che batte e ribatte fino alla possessione, senza tregua.

Tutto quel giorno ne restò avvelenato. I genitori, spaesati, soffrivano per quel brivido inarrestabile, mentre lui non poteva, non voleva più sottrarvisi. Scesi al porto, affittarono un barchino, dirigendosi verso la vicina isola di Santo Stefano. Si erano ripromessi di visitare l'Ergastolo, l'elegante prigione settecentesca fiorita dallo spirito dei Lumi. Non c'erano attracchi, e approdarono a fatica, cominciando l'ascensione in mezzo a rovi e sassi, sotto un sole a picco.

Entrare fu più difficile del previsto. Riuscirono a trovare una finestra sfondata, e di lì, fra calcinacci e fuochi spenti, raggiusero le cucine. Vetri, vecchi vestiti, bivacchi abbandonati, mura imbrattate di scritte: avevano paura, avanzavano cauti, armati di bastoni, e in tutto questo, leggero e palpitante come un battito d'ali, lo sfarfallio del tic continuava a pulsare sul volto di quel giovane iniziato ai Misteri della ripetizione.

Ci volle tempo perché, dopo tanti stanzoni, sbucassero sulla spianata del cortile, lasciando l'ombra maleodorante e chiusa per l'infinita vampa pomeridiana. Solo allora gli apparve il cerchio magico di quel teatro fatto penitenziario, con le celle disposte tutte intorno, su più ordini, proprio come palchetti. Ma ecco la mostruosa inversione e perversione scopica: invece di guardare, gli spettatori, ridotti a vittime sacrificali, venivano guardati, fissati dall'unico occhio, centrale e impassibile, del loro carceriere. Non voyeurs, ma voyous, come se la canaglia fosse il prodotto di una bizzarra declinazione al passivo; non guardoni, bensì guardati a vista. Era il panopticon, in una delle sue più riuscite variazioni, con il mare alle spalle, presente ma invisibile. Un Club Méditerranée della detenzione.

Non si fermarono a lungo. Quel relitto deserto aveva accumulato troppo dolore. Lo stoccaggio di tanta sofferenza emanava radiazioni intollerabili. Le povere camerette dove stettero a lungo prigionieri accalcati, avevano funzionato come allevamenti per produrre ferocia o qualche altra secrezione letale, un distillato, una vera ambra del Male. Scesero che era sera, da quel monte dell'Occhio, mentre l'occhio del piccolo ancora lampeggiava. Durò per qualche giorno, il suo tremore, poi, inesplicato ospite, sparì come era giunto.