LE PAROLE FRA NOI

L’AMORE ADDOSSO

DI GRAZIA FRESU

di Giorgio Moio

Tutto è avvolto (e precario) da un'incapacità esorcizzativa di gestione culturale, e anche economica, a misura d'uomo, anche (e soprattutto) da quella categoria che dovrebbe (in definitiva) garantire e difendere quei pochi segni positivi che pure emergono tra tanta sozzura. Tutto è avvolto, infine, da un epicureismo che non dispiace ad una certa "industria culturale".

È cosa risaputa ormai. L'uomo non disgiunge più l'essere dall'apparire quando il sentimento di appartenenza e di amore per la specie coglie nella sua pienezza e nella sua utilità: sfugge sempre il bene proprio nel momento in cui crede di averlo definito. Ed è un errore, un grosso errore; la stessa leggerezza avviene quando s'incontra l'amore: il primo sentimento che ci assale è quello di trascurarlo. Il risultato che ne esce, attento a dissipare degrado intellettuale, è una sorta di sospensione di quel rapporto con la realtà, di quell'intervento di vuoto/pieno cui siamo chiamati a realizzare per un bene comune, che tutto sommato è ancora prigioniero dell'inazione.

È bene ricordare in questo caso Karl Jaspers, uno dei maggiori fondatori dell'esistenzialismo moderno che dice: «Produrre nel solo mondo esteriore può condurre verso il nulla se non interviene un agire decisivo». L'agire decisivo di Grazia Fresu con questo suo nuovo volume di poesie, L'amore addosso (BastogiLibri, 2017), è l'amore, sia nella sua fase di esternazione sia nella sua fase di tutela, come vedremo più avanti, affrontando ed esplorando, «senza limite alcuno, i sentieri dell'anima e i mari più lontani e le mareggiate improvvise, senza le paure e le trepidazioni che comportano il risveglio di un antico amore, quell'amore ritrovato, dopo anni di silenzio [...] E a distanza di anni, troppi e da recuperare e impressi "nella memoria dell'altro" è tempo di ritrovarsi, ora, "i nostri occhi che ridono che piangono / nella memoria dell'altro". Adesso è tempo della ricostruzione di quell'amore incompleto, appena abbozzato, dove ora gli occhi affamati degli amanti "viaggiano audaci" perché "non conoscono frontiere" e "non perdono la strada"» (Rudy De Cadaval, pref., pp. 5-6).

Per chi non conoscesse Grazia Fresu, diremo che è nata a La Maddalena, Sardegna. Dottore in Lettere e Filusofia all'Università "La Sapienza" di Roma, con una tesi su Les Paravents di Jean Genet, si è specializzata in Storia del teatro e dello spettacolo. A Roma ha lavorato per molti anni come docente e ha sviluppato la sua attività di drammaturga, regista e attrice, guidando anche laboratori di drammatizzazione e scrittura scenica. Ha pubblicato tre raccolte di poesia: Canto di Sheherazade (Ed. Il giornale dei poeti, Roma 1996); Dal mio cuore al mio tempo (Maremma-Firenze Libri, 2010; vincitore del premio "L'Autore); Come ti canto, vita? (Ed. BastogiLibri, Roma 2013).

Con mandato del governo italiano (Ministero degli Affari Esteri), nel quadro di accordi interculturali, ha lavorato a Buenus Aires nel campo dell'educazione e della promozione culturale, dal 1998 al 2005 e ora a Mendoza, dal 2008, occupa la carica di docente di lingua, cultura e letteratura italiana nel Profesorado de lengua y cultura italiana, Facoltà di Lettere e Filosofia, della Università Nazionale di Cuyo.

Ma ritorniamo al ruolo dell'uomo in società. Tutto è avvolto (e precario) da un'incapacità esorcizzativa di gestione culturale, e anche economica, a misura d'uomo, anche (e soprattutto) da quella categoria che dovrebbe (in definitiva) garantire e difendere quei pochi segni positivi che pure emergono tra tanta sozzura. Tutto è avvolto, infine, da un epicureismo che non dispiace ad una certa "industria culturale". Le idee si smarriscono nell'adagiarsi sugli allori, lo scarto dalla "norma" chiede un sacrificio, una progettazione che non sia evanescenza. «È dunque già cominciata, per il personaggio-uomo, una vita grama: lo si trova intatto solo nel punto in cui il circolo chiude il circolo e l'inizio coincide con la fine. Egli appare, gli viene imposto un nome e uno stato civile, poi si dissolve in una miriade di corpuscoli che lo fanno sloggiare dalla ribalta, è richiamato solo nel momento in cui serve a incollare i suoi minutissimi cocci» (G. Debenedetti, Il personaggio uomo, 1970).

E la poesia? Che ruolo ha la poesia in tutto questo mondo alla rovescia? Dovremmo abituarci a comprendere che un poeta è un'eco che echeggia per tutte le eco, un sopravvissuto che parla per tutti i sopravvissuti. Ritornando alla poesia di Grazia Fresu, quale antidoto creano le sue poesie contro una vita grama? Beh, un sentimento che non passa mai di moda, di cui ha tanto bisogno l'intera umanità: l'amore. Sono poesie dove dimorano sensibilità, femminilità, amore per la scrittura e la vita, salvaguardia di ciò che ci circonda, e naturalmente dell'uomo amato, quasi a proteggerlo dall'usura e dal cinismo del nostro tempo. Dunque questi versi di L'amore addosso sono un grido di passione e d'abbandono nel piacere della scoperta; parlano d'amore e di ricordi vissuti sulla propria pelle, carnali e allo stesso tempo cosmici, universali; «c'è un sussurro di foglie, d'allegria, / ci sono parole che ancora dobbiamo dirci / sguardi che aspettano segreti / [...] / una libellula trasparente / che innamora l'aria»:

Il grido

Ti giungerà il mio grido

cantato dal mio corpo nella sera

pelle anima sangue l'abbandono

al tuo abbraccio d'amante,

ti giungerà il mio grido nel piacere

della tua mano segnandomi i tracciati

d'una luna invaghita del sole,

il mio grido che libera i mari

che navigheremo, le notti

che ci vedranno negli incontri fatali,

il mio grido esploso d'astri antichi

di attese il mio grido d'origami

di devozioni amiche,

il mio grido nuovo nei tuoi occhi

in un letto di passione e di rose,

nel tuo petto zattera che porta lontano,

nel tuo sesso all'accesso del mio segreto,

liberando acque fuochi emozioni

perforerò il silenzio per chiamarti,

nell'imprevisto abbaglio di una notte

ti giungerà il mio grido (p.9).

Poesie d'amore non solo per una persona, ma per il mare, la natura, il cielo, l'aria, i buoni sentimenti, per un sorriso di bambino, per la curiosità dell'inconosciuto, per «tutto ciò che di te non conosco / [che] mi abita come il velo sacro del tempio / che nasconde l'ara / come un giardino d'inverno / che ha sconfitto il freddo». Dov'è che la scelta di Grazia Fresu ci trova solidali? Ma nel senso propriamente umano, ovverosia nel riconoscere ‒ una buona volta ‒ il ruolo primario della donna nel ciclo della vita e della società. Da uomo dovrei essere critico nei confronti di tale affermazione; anzi, mi viene di dissentire addirittura sulla puerile e maschilista "messa a tacere" della donna anche in epoca moderna e contemporanea. La donna non ha ancora raggiunto la piena parità di sesso. Le cose non stanno diversamente neanche in poesia. La poesia al femminile è sempre stata vista come la sorella minore di quella maschile, ma qui, in L'amore addosso, l'autrice ha la capacità si smentire questa falsa opinione; basti leggere questi versi («ti darò il mio cuore come tana dell'impossibile / ti darò il mio sesso / come santuario del tuo desiderio / ti darò i miei versi / come uccelli notturni / per proiettare il volo su nei cieli»), dove si riscontra tutto l'amore non solo per la poesia, ma per la vita e la sua conservazione al deterioramento del tempo che passa, anche se in questo caso è una mera speranza:

Se devo nasconderti

Se devo nasconderti

ti darò il mio cuore

come tana dell'impossibile

ti darò il mio sesso

come santuario del tuo desiderio

ti darò i miei versi

come uccelli notturni

per proiettare il volo su nei cieli,

se devo nasconderti

ti chiuderò nell'archivio

dei ricordi luminosi

nel groviglio dei miei silenzi

nel profumo della mia alcova,

sarai il sangue nelle mie vene

il pensiero ostinato dell'alba

la luna che apre la sua vela alla notte,

se devo nasconderti ti seppellirò

nel dolore della tua lontananza

nel vulcano dei miei sensi

assetati di te

nei miei libri amati

nel mio diario di pagine segrete.

Se devo nasconderti, amor mio,

ti nasconderò nella mia vita (p.7).

In conclusione, ci sembra di stare davanti ad un verso delicato, carico di speranze e fertile come l'utero di una donna di un carico che sa cogliere la bellezza del mondo con una sensibilità apparentemente distaccata, come sanno costruire solo le donne, madri-terra, madri-natura, madri-maree, che sanno del valore della vita e non solo perché sono depositarie del suo concepimento, ma perché impegna il lettore alla scoperta di un mondo che tiene i fili di una sapienza cono occhi attenti sull'amore che alimenta questa vena poetica che tesse il testo con parole che sanno del suono, che sanno del ritmo, che sanno del gesto gentile ma al contempo agguerrito di una donna poeta. La vena poetica di Fresu sdrammatizza la vita e ridà speranza e garanzia ad una convivenza tra gli opposti che solo se camminano insieme possono cambiare il mondo, cambiare la vita in qualcosa che valga la pena vivere. C'è molto mare in questi versi ma con porti non sempre tranquilli, remate innocenti di amanti, poeti, marinai e cantori di un mondo da liberare dal dolore, prima che la marea tolga il piacere di parlare alle sirene o alla luna che danza nella notte:

L´Oceano

In questo oceano che ci divide

c'è un sussurro di foglie, d'allegria,

ci sono parole che ancora dobbiamo dirci

sguardi che aspettano segreti

un'alba di luce vele carminio

che chiedono la rotta dell'incontro

e ci sono gli alberi dei nostri giardini

le mani con cui carezziamo

il gioco dell'attesa che si è fatta

una libellula trasparente

che innamora l'aria,

c'è il porto con le barche tranquille

i nostri passi innocenti

quello che non sapevamo,

in questo oceano navigheranno

gli amanti e i poeti, i marinai e i cantori

di un mondo liberato dal dolore

e tu sarai il segno del viaggio

della bandiera sul pennone

del piacere di cui parlano le sirene,

nel fondo dell'abisso sarai il corallo

il suono seducente della marea

la luna che danza nella notte (p. 3).

Avvicinarsi alla poesia di Grazia Fresu è come entrare in una stanza che si scopre piano piano, con la tipica curiosità femminile. Una poesia di vocazione etica, questa di Fresu, un viaggio nella memoria per rinnovare il presente, con un'anima gentile al servizio della poesia, fatta di cuore ma anche di mente, che travalica il dato maschilista che vorrebbe le donne poete (si badi bene: poete e no poetesse che è termine discriminante e di inferiorità) proprietarie di un linguaggio minore e di sudditanza al poeta maschio. La storia della poesia invero non è mai stata favorevole alle donne poete, basti pensare al minimo sindacale presente in antologie e rassegne, una sorta di quota rosa, sempre più sovente riconosciute ante litteram. Forse, questa forzata supremazia dell'uomo-poeta sulla donna-poeta è il canto notturno di una consapevolezza del proprio limite di valutazione di fronte ad una sensibilità maggiore, a indagini di vitalità più recondite del mondo. E qui l'uomo deve fare i conti con l'infittirsi di un'ouverture con i propri limiti alimentati dalla superbia di essere "il sesso forte" anche nella costruzione di una poesia, che abilmente Fresu, in questo volume, smentisce e mette a nudo tale debolezza, attenta a percepire e ad accogliere l'amore per la vita nella sua interezza, di saper ascoltare i suoni e le voci dell'oltre umano di una nuova vita con sottomessa meraviglia, mentre il poeta-uomo rema sul mare della presunzione di essere l'unico depositario del verbo.

L'io poetico diventa quasi antropologico per una speranza di una ascesa di tutta l'umanità dal pantano dell'indifferenza, di un'invisibile anima che non ci sta a sottomettersi all'evanescenza dei nostri tempi.