Speciale Mario Lunetta

Per Mario

di Maurizio Barletta

Fu Alberto Bardi, che all'epoca era il Direttore della Casa della cultura di Roma, a descrivermi con un particolare fervore, i tratti più eloquenti che caratterizzavano il contributo di Mario Lunetta nei suoi assidui interventi quale membro del direttivo di quell'organismo. Eravamo al principio degli anni settanta e allora non avevo ancora avuto l'opportunità, di conoscere direttamente Mario.

Alberto Bardi riassumeva in sé i tratti ideali per rivestire quel ruolo. Nel suo carisma si completavano in un equilibrio indimenticabile l'inquietudine dell'artista, ( fu pittore finissimo e tra i più rappresentativi di quell'astrattismo nostrano che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento), e la fermezza che gli aveva conferito l'esperienza partigiana che lo aveva visto tra i protagonisti in un ampio raggio territoriale nelle zone appenniniche tra l'Emilia e le Marche. Un personaggio dunque riserbato e restio nell'azzardare definizioni che non trovassero riscontri effettivi nell'indipendenza critica e nella propositività dei suoi collaboratori.

Ricordo che Alberto Bardi mi rappresentò con la consueta pacatezza quella che era la personalità di Mario Lunetta. Mi tratteggiò insomma l'immagine di un intellettuale di tipo nuovo che, nella molteplicità dei suoi interessi culturali, delineava la necessità, di aprire un dibattito di non breve momento, e fondato su riferimenti criticamente oggettivi, orientato a prendere atto dell'evidente riflusso, tanto più in una mutazione irreversibile della fase sociale e politica, di quelli che erano stati i lineamenti di fondo delle politiche culturali seguite alla Liberazione. Il bersaglio indicato da Mario Lunetta era rappresentato da quell'engagement sempre più rituale e sfocato tanto per intenderci, che anche in termini di prospettiva continuava a immaginare che, superata l'emergenza unitaria seguita alla caduta del fascismo, fosse ancora praticabile, pur con temperate accelerazioni, una linea di conciliazione tra le linee delle politiche culturali che avevano concorso a generare l'irripetibile atmosfera che aveva assecondato gli anni della Costituente. Soprattutto il Lunetta di quegli anni era sconcertato dal fatto che una parte tutt'altro che marginale della stessa sinistra non tenesse nel giusto conto la necessità di recuperare il tempo perduto prodotto dall'oscurantismo fascista che aveva isolato l'Italia dai diversi contesti europei ,dove le grandi avanguardie avevano rivoluzionato l'dea stessa della produzione, della distribuzione e infine della fruizione artistica.

Nasce e si irrobustisce in quella fase una convinzione dalla quale mai Mario abdicherà. L'idea che la mediazione, per quanto positivamente incorporata all'azione politica, non potrà mai più combaciare con le ragioni e soprattutto con una prassi materialisticamente intesa rivolta alla costruzione di un'autononomia della cultura infine coincidente con la libertà. In questo senso si può ben dire che Mario Lunetta appartiene al ristrettissimo novero di quegli scrittori italiani capaci di interpretare questo lascito come uno degli aspetti fondativi della cultura della Krisis che attraversa, non soltanto nella prospettiva europea, gran parte del Novecento inteso nei suoi momenti più alti. E pochi scrittori più di lui, anche se con buone ragioni prediligeva definirsi un poligrafo, hanno saputo mantenersi fedele a se stesso. Come il pittore Alberto che per primo mi parlò di lui, e che sempre come lui ebbe la coerenza di accogliere come un segno tutt'altro che deprecabile la definizione di artista di opposizione.

Infine con Mario ci siamo conosciuti negli anni ottanta, quando il nostro grande e drammatico Novecento, ormai afono e traballante illanguidiva come un ospite indesiderato in uno scenario rutilante, sempre più somigliante a un Luna ParK popolato da uno stormo di attori che si rincorrevano in un girotondo interminabile. Come, del resto, aveva profetizzato Federico Fellini. Ma Mario detestava la malinconia e, come me, soprattutto la cultura della malinconia che non ha mai dato luogo a pagine o a forme esteticamente apprezzabili. E ricordo il nostro ultimo incontro, che fu disteso, come se si dipanasse nell'atmosfera della normalità. Lo trattengo in me, come avviene per le memorie che portiamo integre in noi, ma che non sapremo mai ricostruire in ogni loro dettaglio: perché non condivisibili. Pensai che quell'incontro poteva essere perfezionato soltanto dall'intervento della risata di Mario che tradizionalmente siglava la fine di uno dei nostri abituali incontri al Teatro di Porta Portese. Mi ricordai che la sua risata tante volte esplodeva nella sua natura davvero omerica quando gli manifestavo le ultime conseguenze della mia insipienza enologica.

"Mario - gli dissi - ho scoperto, e mi premuro di raccomandartela, l'ultima evoluzione del rinomato Tavernello". Ed esplose, protratta come mai, preceduta da un OOho. Volevo portare via con me la tua voce e l'immagine del tuo volto ancora disteso nella rivincita del sorriso.

Ti sia lieve la terra, amico mio.