CULTURA & DIRITTI

ITALIA, “NAVE SENZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA”

di Aldo Pirone

Qualche giorno fa chi ha ascoltato in TV qualche telegiornale ha sentito di nuovo, per il nostro Paese, il termine di "fanalino di coda dell'Europa". Si trattava dell'ultimo dato dell'Ocse sulla crescita economica in Europa. Nel dibattito politico la cosa non ha avuto la meritata attenzione, anzi è stata subito sommersa dalla solita lite mediatica fra i vari protagonisti della nostra disastrata scena politica su altre questioni.


Eppure, all'inizio infuocato di un'ennesima campagna elettorale di lunga durata cui i nostri politici si stanno già preparando con crescente strepito quotidiano, quel termine "fanalino di coda" dovrebbe far riflettere sullo stato dell'Italia. E, soprattutto, sulle sue prospettive.

Come stiamo messi? Per dare una risposta occorre guardare, come si dice, ai "fondamentali", non solo economici. Per l'impresa è necessario farsi sorreggere dai versi del Petrarca: "Italia mia, benché 'l parlar sia indarnoa le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio, piacermi almeno che ' miei sospir' sian quali spera 'l Tevero et l'Arno, e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio".

Economia al palo

In economia la situazione continua a essere estremamente preoccupante. Siamo dietro la Grecia, ultimi in Europa, dice l'Ocse, per crescita del Pil: 0,9 l'anno passato, forse l'1,1 per quest'anno. Dal 2014 il surplus primario è calato di oltre 1 punto; il debito continua a salire, è arrivato a 2260 miliardi, il rapporto con il Pil è lievitato dal 129 al 132,6%. Qui siamo penultimi in Europa e sorpassiamo, in un derby tutto mediterraneo, la Grecia. Inoltre, gli investimenti pubblici sono diminuiti del 2,2 e la produttività del lavoro dello 0,3. Per inciso su quest'ultimo e decisivo terreno l'Istat aveva già certificato che l'Italia, nel ventennio 1995-2015, era stata in Europa il solito "fanalino di coda" per incremento, con un tasso medio annuo dello 0,3 contro una media Ue dell'1,6%. La negatività di questi dati è ancor più inquietante se si pensa che in questi anni ad aiutarci a mantenere bassi i tassi d'interesse sul debito è stato il buon Draghi con il suo QE (quantitive easing), acquistando 255 miliardi di bond del Belpaese. Se a ciò si aggiunge il basso costo del petrolio, non ci si può non accorgere che in questi ultimi tre anni si sono sprecate per la crescita condizioni favorevoli esterne che, stando alle indicazioni del medesimo Draghi, nel prossimo futuro verranno meno.

Questa performance mediocre, per non dire negativa, della nostra economia dovrebbe indurre a parlare più che di crescita lenta, di persistente stagnazione. Particolarmente grave se si pensa, soprattutto, al 10% di Pil perso dall'inizio della crisi economica e finanziaria che per essere recuperato avrebbe bisogno di tassi di crescita assai superiori a quelli fin qui registrati.

Crescono disoccupazione e povertà

L'effetto sull'occupazione di questo andamento economico continua a essere pestifero. Siamo sempre a un tasso di occupazione che si aggira sul 57%, con 22.800.000 occupati; il tasso di disoccupazione oscilla sempre fra il l'11 e il 12%. L'aspetto più preoccupante è la disoccupazione giovanile che sta sempre attorno al 40%. Secondo l'ultimo rapporto Istat, il 68,15 % dei giovani fra i 18 e i 35 anni, cioè 8,6 milioni di individui, vive ancora in famiglia. Crescono inoltre i cosiddetti "inattivi", cioè persone che non risultano neanche più disoccupate perché hanno smesso di cercare lavoro pur essendo disposti a lavorare. Rispetto alle forze di lavoro potenziali siamo a 6,4 milioni di senza lavoro. Sempre riguardo ai giovani siamo al penultimo posto nella Ue per numero di laureati con il 26,2%; qui, invece della Grecia, ci batte la Romania col 25,6. Secondo l'Eurostat, inoltre, nel 2016 di questi laureati erano occupati, dopo tre anni dal conseguimento del titolo, il 57,7% a fronte dell'80,7% nell'Europa a 28. Siamo al penultimo posto, dopo c'è di nuovo la Grecia. In Germania entro tre anni dalla laurea lavora il 92,6% delle persone. Gli esigui risultati ottenuti, per non dire inesistenti, in tema di occupazione appaiono ancor più miserrimi se considerati in rapporto ai circa 16 miliardi di euro di contribuzione a favore delle imprese erogati dallo Stato con il jobs act. Al prezzo di un abbassamento delle tutele, dette "crescenti" solo per l'innato buon umore dell'allora premier Renzi.

Se i dati dell'occupazione sono pestiferi, quelli sulla povertà sono mortiferi. Secondo una recente stima del Centro Studi di Confindustria i poveri assoluti sono 4,6 milioni (molti dei quali giovani e al Sud), con un aumento del 157% rispetto al 2007 (quando, secondo l'Istat, i poveri assoluti erano circa 1,8 milioni). L'Istat, nel già citato rapporto, stima in 17 milioni 469 mila pari al 28,7%. le persone a rischio povertà o esclusione sociale. Se, però, nel nord si è al 17,4% e al centro al 24%, nel Mezzogiorno la situazione è drammatica: 46,4% con valori più elevati in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%). Naturalmente - sempre secondo l'Istat - in Italia sono aumentate anche le diseguaglianze di reddito rispetto alla media europea. Dopo di noi ci sono Cipro, Portogallo, Grecia e Spagna. Anche in questa statistica il nostro Mezzogiorno rifulge in modo particolare. Sempre secondo Istat, la fotografia sociale del paese è deprimente. Crescono le diseguaglianze, il lavoro si dequalifica, l'ascensore sociale risulta bloccato e il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Tutto ciò si riflette - come lamenta la Confcommercio - sui consumi che ristagnano: è previsto uno striminzito più 0,6 per quest'anno. E con essi ristagna anche la fiducia degli italiani in tempi migliori.

Corruzione, evasione, giustizia a rilento

Quanto alla corruzione, che pesa come un macigno sulla nostra economia, cifre esatte non ce ne sono. Comunque dovrebbero essere alcune decine di miliardi, se si prendono per buoni i calcoli della Corte dei Conti, secondo cui la corruzione genera il 40% di spesa in più nei contratti per opere, forniture e servizi pubblici dello Stato. Gemello della corruzione è l'altro macigno, quello dell'evasione fiscale che, secondo stime Confindustriali, sottrae risorse allo Stato per circa 120 miliardi l'anno. Secondo le stime, più contenute, del presidente della Commissione per la redazione della "Relazione annuale sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva", Enrico Giovannini, in audizione alla Bicamerale sull'anagrafe tributaria, il tax gap, cioè la differenza tra le imposte che si dovrebbero pagare e quelle effettivamente incassate dall'Erario, si è allargato nel 2014 a 111,6 miliardi. Altri danno cifre più alte, mettendo nei loro calcoli tutto ciò che concerne l'economia sommersa. Gli ultimi dati Istat sull' "economia non osservata" risalenti allo scorso ottobre parlano, infatti, di 211 miliardi pari al 13% del Pil con il 46,9% derivante dall'evasione fiscale. Dentro questo mare magnum sommerso agirebbero, inoltre, 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero.

Un altro capitolo dolente per l'Italia è quello della giustizia civile. C'è stato un miglioramento ultimamente. Il ministro Orlando ha riferito di una diminuzione di pendenze dalle 5.200.000 di giugno 2013 alle 3.800.00 del giugno 2016. Continuiamo, però, a essere messi male per la durata sia dei procedimenti amministrativi con 1000 giorni necessari per il primo grado, solo Cipro fa peggio di noi, sia per i procedimenti civili, commerciali e amministrativi con 393 giorni per il primo grado. In questo girone battiamo solo Cipro, Portogallo e Malta.

Per quel che riguarda, infine, la digitalizzazione del paese, aspetto quanto mai importante per il nostro futuro e per la nostra competitività, la Commissione Ue sui progressi nel settore digitale in Europa (Edpr) ci mette al 25esimo posto.

Potremmo continuare con i dati sulla situazione, per niente buona, del sistema bancario con le sue sofferenze miliardarie per crediti deteriorati e inesigibili; sulla denatalità, l'invecchiamento della popolazione, la cura e lo stato dei beni ambientali, archeologici e culturali, i rischi idrogeologici, il deficit di infrastrutture, l'abusivismo, il diffondersi dei poteri criminali, soprattutto la 'ndrangheta, in alcune zone del paese ecc. Ma per ciò che riguarda i dati socioeconomici preferiamo fermarci qui. Anche per non deprimere ulteriormente il morale dei lettori.

Politici comici e comici politici

Il punto più dolente di tutta la nostra situazione non sono i problemi fin qui esposti. Per quanto gravi, possono essere affrontati e risolti. L'angoscia e il pessimismo sul futuro subentrano quando si passa a esaminare le forze e gli attori politici che dovrebbero attendere a un opera così difficile e impegnativa di rinascita e risoluzione. Al paese servirebbero partiti e leader che parlassero il linguaggio della verità. Servirebbe un Churchill che dicesse che occorrono lacrime e sudore - il sangue per fortuna non è necessario - per trarci dalla crisi, non solo socio economica ma anche morale in cui versa l'Italia. Servirebbe gente progressista audace, pronta a intraprendere politiche economiche riformatrici, volte alla redistribuzione delle ricchezze, all'aumento dei redditi di lavoratori e ceto medio per incrementare la domanda interna; politiche per mobilitare investimenti pubblici e privati; piani straordinari per l'occupazione giovanile e per il lavoro ecc.

Insomma un ribaltamento della politica economica seguita negli ultimi tre anni dal governo Renzi basata sulla facilitazione dell'offerta per ciò che riguarda le imprese e sui bonus erga omnes per incrementare la domanda. E invece, su questa specie di Titanic a bassa intensità che continua a essere l'Italia, vanno in scena delle "macchiette" politiche. Dei comici volontari e involontari, dediti a raccontare favole, a seguire umori e malumori del paese; demagoghi che, quando toccò a loro primeggiare al governo, promisero, tra lazzi, frizzi e giochi di parole, una riforma il mese. O quelli che pensano di risolvere questioni complesse, come l'immigrazione, con la ruspa; oppure quelli che pensano di risolvere tutto con l'uscita dalla moneta unica, o il solito abbassamento delle tasse. Non a caso i partiti politici, ossatura della democrazia, sono all'ultimo posto nella fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Solo il 6%, secondo l'istituto di ricerca Demos, li gradisce.

La dinamica elettorale fra garantiti e non garantiti

Il Belpaese appare più che mai, direbbe Dante, "nave senza nocchiere" con "gran tempesta" all'orizzonte. Battello in mano a quattro "mozzi" che è molto difficile definire leader e tanto meno nocchieri: Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini.

Politicamente, con i primi tre, c'è un affollamento al centro del sistema politico. Con una crescente linea di frattura sociale interna a quest'area. La si può ricavare dalla lettura del rapporto annuale dell'Istat. Da una parte l'establishment e ceti sociali anche di provenienza popolare, di piccola e media borghesia delle professioni, che sentono di stare, per reddito, nel cerchio dei socialmente garantiti, anche se con notevoli differenze al loro interno: 12,2 milioni di impiegati, 5,2 milioni di pensionati d'argento, 4,6 milioni i più ricchi facenti parte della classe dirigente. Raggruppati in 8,8 milioni di famiglie. Circa 22 milioni di persone che nella sua parte di elettorato attivo è dedita a votare PD, Fi, partitini dell'area centrista, diffidente e impaurita da un'eventuale alternativa caratterizzata dal pressappochismo e dalla faciloneria dei "grillini". Dall'altra, quelli che stanno fuori: lavoratori dipendenti a basso reddito, anziani soli, precari, ceto medio impoverito, giovani in generale, piccola borghesia intellettuale, soprattutto giovanile, senza impiego senza prospettive o con prospettive di vita decrescenti. Un blocco sociale, anche questo, di 22 milioni di persone (8 milioni di famiglie), variegato e trasversale, attraversato da indignazione, rivolta e rancore sociale. In mezzo 16,5 milioni di persone a reddito medio, tra i 18 e i 19.000 euro: operai in pensione (5,2 milioni di famiglie) e giovani bleu collar (2,9 milioni di famiglie). Non sono tranquilli, perché rischiano continuamente, basta una malattia, di cadere nel gruppone di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese. Molta parte del secondo gruppo è dislocata nel mezzogiorno d'Italia. E' da questo bacino elettorale che si è alzato il vento che finora ha gonfiato le vele del M5s. I pentastellati si presentano sì come anti establishment ma dentro un perimetro culturalmente e socialmente ambiguo, trasversale, che fatica ad andare oltre la protesta malmostosa non essendo in grado di fare scelte economiche e sociali nette, di stampo neokeynesiano, alternative alle politiche neoliberiste. In questo momento di lunga rincorsa elettorale, sono impegnati a fare propaganda un po' su tutto, a destra e a manca, più a destra che a manca, per non farsi rubare porzioni di elettorato e a presentarsi come gli anti Renzi e gli anti PD, generosamente ricambiati dagli interessati. Poi c'è la destra capeggiata da Salvini, con l'ausilio della Meloni, che grufola, anche lei, nel malumore popolare con la tradizionale impostazione di tutte le destre xenofobe passate, presenti e future: indicare nello straniero e nel diverso la causa delle loro paure e delle loro miserie. Fra questi quattro moschettieri del nulla, il più anziano, Berlusconi, sta a guardare, tende a essere presente per non farsi dimenticare, seguendo la sua stella polare di sempre: la propria convenienza personale, sulla base della quale fare le sue scelte politiche e le sue alleanze al momento opportuno.

E la sinistra? Boh!