PER LA CRITICA

Nino Borsellino, Critica e storia. Rendiconti per il Duemila, Roma,

Fermenti-Fondazione Marino Piazzolla, 2016

INSCINDIBILITÀ

TRA LETTERATURA E VITA

di Gualberto Alvino

La tesi centrale del libro è che critica e storia non solo si alimentano a vicenda in una osmosi continua e irrinunciabile, ma formano un binomio inscindibile il cui valore sopravanza di gran lunga la somma degli addendi...

La prima edizione dell'opera, risalente ormai a un quarto di secolo fa (Critica e storia. Rendiconti di fine secolo, Roma, Kepos, 1993), recava il seguente avviso non firmato dell'autore: «L'età della critica inaugurata in Italia dall'opera di De Sanctis ha conosciuto lungo tutto il Novecento una vivace fioritura di teorie, metodi ed esperienze. È una vicenda che segna i caratteri della nostra modernità e si intreccia strettamente con il destino della letteratura in Europa. Questo volume ne traccia i percorsi attraverso una serie di indagini che mettono a confronto la tradizione italiana con quella delle altre culture fino a delineare le prospettive che si vanno disegnando a fine millennio: dagli sviluppi della critica desanctisiana ai suoi ricorrenti 'ritorni', dalla crisi dello storicismo idealistico e gramsciano al prevalere delle metodologie strutturaliste poi confluite nel grande estuario di un'ermeneutica in cui torna ad agitarsi la dialettica dei contenuti e delle forme, inestirpabile dalla riflessione critica. Una serie di profili (di Serra, Borgese, Debenedetti, Russo, Sapegno, Salinari, Ripellino, Sanguineti) riporta a situazioni personali, di pensiero e di stile, le mappe di un paesaggio generale che dà evidenza alle tendenze della saggistica e della storiografia, agli strumenti della ricerca e ai prevalenti sistemi interpretativi. Da ultimo 'opinioni' dettate da interessi d'attualità mettono, seppure trasversalmente, in 'situazione' anche una poetica, più che il metodo di questo libro». Oggi, recita l'Avvertenza alla nuova edizione, «riesaminata nel frattempo quella saggistica sviluppata in quasi un ventennio, si è reso urgente un aggiornamento del titolo ed anche un'integrazione di contributi necessari a un libro di storia letteraria, benché di letteratura riflessa nello specchio dell'interpretazione, che giunge oltre il limite del millennio. Va segnalato il capitolo sul primo e più rilevante dei 'ritorni' di De Sanctis, l'anello mancante nell'edizione del '93, che salda lo storicismo crociano e postcrociano al successivo ritorno nel dopoguerra, garantito da una continuità di ascendenza nazionale, dal trinomio De Sanctis Croce Gramsci. Gli altri apporti sono variamente caratterizzati: ritratti e opinioni come si riprende a classificarli e due supplementi di obbligante stringatezza enciclopedica [sulla crisi della critica alla svolta del secondo millennio]».

La tesi centrale del libro - costruito, come tutti i prodotti del critico calabrese, con straordinaria capacità di sintesi, nitore espositivo, spiccato senso storico, rara competenza comparativistica, sterminata cultura linguistico-filologica - è che critica e storia non solo si alimentano a vicenda in una osmosi continua e irrinunciabile, ma formano un binomio inscindibile il cui valore sopravanza di gran lunga la somma degli addendi; sicché, se è inammissibile la posizione di chi sostiene la signoria del testo sul contesto, del significante sul significato, e si dica pure il trionfo del funzionalismo descrittivo sull'istanza interpretativa, reputando l'arte una monade autosufficiente, totalmente autonoma rispetto alla storicità, ossia staccata dal contesto socio-culturale che la produce (si allude alla corrente strutturalistico-semiologica francese, non già a quella italiana, saldamente legata alla tradizione e assai meno dogmatica e razionalizzante); è altrettanto inaccettabile, oltreché deleterio, concepire l'oggetto estetico come puro riflesso del reale o espressione di una data ideologia. Determinante, nell'evoluzione della critica del ventesimo secolo, la terza via indicata dal De Sanctis: l'arte non può essere né chiusa monade né mero specchio del sociale: cómpito dell'esegeta è sviscerare la complessa relazione delle singole forme con l'universo storico che ha generato la personalità, essa pure storica, dell'artista.

Il binomio del titolo - avverte Borsellino - «testimonia dell'emergere di volta in volta nella coscienza dell'autore di una inscindibilità tra letteratura e vita, della permanenza della parola come atto individuale nel divenire e nel farsi essa stessa storia». Asserto pienamente condivisibile - come, d'altronde, l'intera concezione estetica dell'autore, sulla quale s'è formata con profitto più d'una generazione di studiosi -, salvo per un concetto di non scarso momento perché oggi in auge presso le nuove leve della critica insieme a quelli, non si dice quanto irrazionali, di naturalezza e di sincerità in arte: altro, infatti, è sostenere la (sacrosanta) inscindibilità tra critica e storia opponendosi con forza a quanti, negandola, privano l'ermeneutica della sua linfa vitale; ben altro è deplorare la scissione tra letteratura e vita (mai parola fu più ambigua e inconsistente) esortando a fonderle, e postulandone quindi la separabilità, quasiché la letteratura non fosse parte della vita, non fosse essa stessa vita, pur serbando - lo si dimentica troppo spesso - la sua natura di artificio.

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