CULTURA & DIRITTI - FORO ROMANO

IN RICORDO DI ALDO MORO

di Aldo Pirone

Vi sono degli avvenimenti politici, è stato osservato, che hanno un impatto così generale e scioccante da far ricordare a ognuno dov'era e quel che stava facendo nel momento in cui essi si sono compiuti o se ne è avuta notizia.

E' questo il caso del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, 39 anni fa, nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani. Era stato assassinato la mattina presto dai terroristi delle "brigate rosse". Io me lo ricordo bene perché, inconsapevole, stavo a due passi da quella via. All'epoca collaboravo a Botteghe Oscure con la sezione nazionale di organizzazione diretta da Gianni Cervetti. Aiutavo nella redazione di una pubblicazione mensile interna di partito intitolata "Partito oggi". Responsabile della rivista era la compagna Giuliana Gioggi. Da qui la facile battuta che girava nei corridoi fra i funzionari del PCI che avevano ribattezzato la pubblicazione in "Partito Gioggi". Giuliana era una donna capace, intellettualmente molto acuta, ma fragile. Stava vivendo un periodo difficile della propria vita. A volte si costringeva a casa, e a me toccava portare avanti il lavoro. Le stanze in cui eravamo allocati stavano al sesto piano, in una parte del "Bottegone", come era affettuosamente chiamato dai compagni il palazzo sede del PCI, che dava su via dei Polacchi.

Quel giorno, mentre lavoravo, sentivo le sirene delle forze dell'ordine, polizia e carabinieri, lacerare l'aria di quella parte della città. Dapprima non ci feci caso, perché in quei giorni e in quelle settimane, da quel 16 marzo in cui Moro era stato rapito e la sua scorta annientata in via Fani, era diventato normale sentire quei sibili laceranti. A un certo punto, però, ebbi un po' la sensazione che quella mattina di mezzodì l'urlo delle sirene fosse particolarmente invasivo e prolungato. Ma non diedi importanza, più di tanto, alla cosa. A un certo punto mi telefonò Giuliana dicendomi: "Hai saputo?", "che cosa?" risposi. "Moro è stato ritrovato morto proprio sotto di noi, in via Caetani". Che poi era, uscendo a sinistra del grande portone su via delle Botteghe oscure, la strada successiva a via dei Polacchi. Riattaccai e mi precipitai giù verso quella strada. Ma era già stato tutto bloccato da polizia e carabinieri. Potei solo scorgere, tra la folla che andava crescendo, l'accalcarsi, attorno alla macchina che conteneva ancora il corpo rannicchiato e abbattuto di Moro, di funzionari delle forze dell'ordine, giornalisti e fotoreporter, persone della DC e dello Stato che, però, non riuscii a riconoscere. Si sentiva aleggiare fra i presenti, insieme alla commozione, anche un senso di smarrimento.

C'era, evidente, la percezione che con la scomparsa dello statista democristiano veniva meno, in quel momento, un uomo decisivo per quella fase politica in cui la Repubblica democratica era assaltata, da ogni direzione, dalle bande terroristiche. Si capì poi, quasi subito, che con Moro era stato colpito al cuore il tentativo politico più alto di rendere "scorrevole", come lui stesso aveva detto, la democrazia italiana attraverso il graduale - troppo graduale in verità - coinvolgimento del PCI nel governo del Paese. Per definire la sua politica di transizione parlò anche di "passaggio da una democrazia difficile" a "una democrazia compiuta", cioè il superamento della conventio ad excludendum nei confronti del PCI, in quello che lui vedeva come il "terzo periodo" della vita repubblicana: dopo il centrismo degli anni'50 e il centro-sinistra con i socialisti del successivo quindicennio. Era l'accettazione - che lui si era acconciato a gestire con la sua visione, i suoi modi e i suoi tempi, quelli consentiti dall'articolazione interna alla DC - della proposta e della sfida del "compromesso storico" lanciata da Berlinguer cinque anni prima. Nella sua concezione, però, quel "terzo periodo" doveva essere considerato come eccezionale, di passaggio e del tutto funzionale all'approdo a una normale dialettica democratica fondata sull'avvicendamento al governo e sull'alternanza di diversi e opposti schieramenti.

Ma quel tentativo aveva in sé un altro elemento che allora non fu percepito in tutta la sua portata, ma che in seguito ci si accorse quanto fosse importante. Un elemento il cui mancato svolgimento ha poi segnato sia il declino del sistema politico della prima Repubblica sia il degrado di quello successivo, in cui ancor oggi siamo immersi: il rinnovamento del sistema politico dei partiti e la loro interna rigenerazione.

Con Moro cadde il più corposo intento, unitario e nazionale, di rinnovamento dell'Italia della storia repubblicana dal '48 in poi. L'intesa con il PCI e gli altri partiti della sinistra ebbe ancora la forza di portare, nel luglio successivo, un uomo come il socialista Pertini a fare il Presidente della Repubblica.

Poi cominciò un'altra storia. E i demoni che, dietro le quinte, avevano presieduto all'assassinio di Moro, poterono, più facilmente, dispiegare la loro azione nefasta nel paese.