CULTURA & DIRITTI

IMPARARE A LEGGERE?

di Francesco Muzzioli

Siamo attorniati da media immersivi (intrattenimento fatto trattenimento). Il libro appare molto più discreto: il suo gioco di apertura/chiusura , in cui qualcuno ha voluto vedere un invito erotico, si presta a momenti di pausa in cui lo sguardo può vagare in direzioni altre, aprendosi perciò lo spazio di una distanza critica.

È fin troppo ovvio che coloro che lavorano attorno alla "cosa letteraria", scrittori, professori e quant'altri, parlino a difesa del libro e della lettura. È la difesa del posto di lavoro, sacrosanta come ogni altra, però un tantino corporativa. Eppure, anche a mettersi nella prospettiva generale del "bene comune", non si può non rilevarne la giustezza. Perché si tratta né più né meno della difesa della "biodiversità": se perdiamo il libro e la lettura o anche se vengono marginalizzati e confinati a stravaganti gusti individuali, ci troveremo con uno strumento culturale in meno.

È vero che i bisogni che soddisfano il libro e la lettura possono essere assolti con altri mezzi: il bisogno di fiction da cinema e TV, l'espressione sentimentale-emotiva dalla musica leggere. Ma non c'è più ricchezza se possiamo usufruire anche di quelle diverse strutturazioni che sono il romanzo e la poesia? L'imperialismo invadente dei media più agili, più immediati e più tecnologici rischia, nei termini di una economia "generale", di privarci di utili risorse.

Anche perché la forma-libro, lasciatemelo dire, ha degli aspetti suoi specifici che meritano attenzione. Infatti, siamo attorniati da media immersivi, che tendenzialmente ci terrebbero "connessi" a loro per l'intera giornata, intrattenimento fatto trattenimento, insomma vorrebbero tutta la vita. Il libro appare molto più discreto: il suo gioco di apertura/chiusura, in cui qualcuno ha voluto vedere un invito erotico, si presta a momenti di pausa in cui lo sguardo (non ipnotizzato come di fronte agli schermi) può vagare in direzioni altre, aprendosi perciò lo spazio di una distanza critica.

È vero che oggi il libro, soprattutto nelle politiche dei maggiori gruppieditoriali, sempre più "concentrati" in poche mani, ha le sue colpe per la sconfitta subita nella "guerra dei media": ha la colpa, preciso, di aver data per scontata quella sconfitta e di essersi ridotto ad una corsa verso il basso oppure a vivacchiare a ricasco dei vincitori, raccogliendone le briciole e accontentandosi (in quanti mai casi!) di passare per scrittori degli scriventi, basta che aureolati di qualche notorietà indotta, appunto, dai media egemoni.

Difendiamo il libro, benissimo, però non qualunque libro. Difendiamo il libro come spazio di riflessione e di critica. E non parlo propriamente di critica letteraria (per quanto anch'essa oggi avrebbe un gran bisogno di essere difesa), parlo di quella criticità che anche un libro di invenzione, perfino quello più completamente fantastico, dovrebbe produrre nel lettore - uso consapevolmente il verbo "produrre", perché la produzione di cittadini civili è auspicabile più di quella di consumatori passivi: e questa produzione è il compito di una cultura che si rispetti. Purtroppo, di questi tempi ("tempi bui", avrebbe detto il nostro Brecht), tra lettura e critica si è scavato un solco che è ormai è diventato un abisso. Non per niente: al mercato la critica non serve, anzi al contrario può infastidire, gli basta la pubblicità. Perciò la critica viene lasciata agli studi accademici e il suo linguaggio è guardato con sospetto di esagerata difficoltà (mentre non è mai più difficile di quello delle comunicazioni bancarie), mentre al lettore comune si consiglia l'abbandono irriflessivo a vivere la vicenda nel mondo possibile equivalente alla vita (la lifelikeness, come ha detto Eagleton con un bel neologismo) senza porsi domande e senza guardare per il sottile. Incentivato in questo atteggiamento da "utilizzatore ultimo" distratto e credulone, il lettore ha difficoltà a recuperare i codici stessi della criticità letteraria, che il Novecento, per vie plurali e radicali, aveva elaborato. Dovrebbe in una parola imparare a leggere? Ovviamente, tutti - si spera - sappiamo leggere fin da bambini, ma qui si tratta di leggere con attenzione ai dettagli e alle sfumature del significato, leggere "tra le righe" il sottinteso e il non detto, fino a portarsi dietro le quinte e domandarsi cui prodest, cosa mi vuole dimostrare sotto sotto quel testo che leggo; e si dovrebbe estendere questo atteggiamento anche a tutte le altre espressioni, anche là dove il linguaggio è secondario o assente, imparare a leggere le immagini, non solo quelle pittoriche, ma anche le cinematografiche, le televisive, persino quelle ludiche dei videogiochi - dei quali poco si parla, eppure sono una potente matrice di comportamenti, in quanto sono il medium che meno di tutto lascia spazio alla riflessione, inclinando il più delle volte alla rapidità stimolo/risposta.

Epperò capisco che messo così "imparare a leggere", suoni davvero come un imperativo un po' troppo antipaticamente professorale, da uno che sale in cattedra perché si ritiene da più degli altri. Per questo ci ho messo il suo bel punto interrogativo: imparare a leggere? Perché davvero la perentorietà della perorazione morale è inutile: la criticità è uno strumento di libertà che andrà a cercare qualcuno cui serve liberarsi. Chi ha capito sulla sua pelle che liberarsi "gli conviene". Che liberarsi è necessario a uno sviluppo più pieno delle facoltà che possiede per energia naturale e formazione culturale.

Che poi è vero che nella lettura noi "leggiamo noi stessi". Ma il punto è nella lettura mettersi in gioco. Quell'apertura del libro deve corrispondere alla nostra apertura dell'identità ricevuta: e l'apertura dell'identità è il gesto politico più importante e decisivo che la situazione attuale richiede.

Scarica il PDF