LE PAROLE FRA NOI

IL VOLO DELLA PIETRA

di Federico Salvini


Sì, bisogna dire che Lui mi aveva avvertito. È il tipo che le cose le sa sempre. Basta conoscerlo un po' per capire che Lui è quello che arriva prima, che ci pensa subito ed errori non ne fa. Anche quella volta aveva fatto tutto Lui, mentre io gli stavo dietro ad osservare - senza nessuna speranza di imparare - come da una serata qualsiasi era stato capace di creare un'avventura, come era stato abile nel dominare la Mia Crudele Signora inducendola a seguirlo, lei sempre ribelle nel suo cuore eppure resa normale, resa umana dall'immenso potere di Lui. Ci avevamo fatto l'amore entrambi... e io sapevo che quello era stato come un dispetto, il segno che lei non voleva sentirsi domata.

Aveva preteso venissi anch'io e aveva avuto parole più dolci per la cimice che per il leone. Io non seppi mai cosa fosse avvenuto veramente. Eppure c'ero.

Sì, vi dico. Lui mi avvertì perché era sempre sincero e perché sapeva. Era fatto così: integro, spietato, geniale e, soprattutto, disinvolto come io non sarei mai potuto essere. Per Lui era tutto chiaro: "quella è solo una viziosa" diceva "se vuoi il suo numero puoi averlo, perché ricordo che voleva dartelo, e poi invece l'ha lasciato a me. Io non tornerò mai a cercarla. È stata una serata trasgressiva, un diversivo, nulla più di questo. Se la richiamassi so già come mi risponderebbe. Vorrebbe capire perché l'ho fatto, penserebbe che sono un debole a corto di femmine e comincerebbe a riflettere su come approfittare di me. Potrei farlo solo se a mia volta volessi prenderla in giro. Ma ho altro da fare. E anche tu."

Sì, chiaro, anch'io avevo da fare. Lui partiva per alcuni giorni, mi lasciava la chiave di casa sua in campagna, con la raccomandazione di badare agli animali, al giardino, a tutto. "Per qualche giorno non sarai costretto ad attraversare la stanza da letto dei tuoi per uscire di casa" aggiungeva impietoso. Partiva insieme all'Altro, quello che cercava segretamente di scavalcarlo ogni dì, eppure mai rinunciava alla sua compagnia perché, come me, sapeva per certo che Lui era il migliore di tutti, il naturale catalizzatore di qualsiasi cosa. Andavano a rivelare segreti, smuovere potenze e a osservare gli déi, come sempre facevano nei loro viaggi. Lasciavano indietro me e dicevano: "un giorno avrai la forza di accompagnarci." Un giorno... ma ora avevo la casa di Lui, potente in ogni stanza, in ogni parete e suppellettile; ora il mio giorno stava nel numero che Lui mi aveva lasciato.

Perché sì, sì! Lui aveva ragione e la mia devozione era infinita, ma come non capiva che per essere al suo pari dovevo vivere la mia follia? L'avevo visto impazzire e l'avevo ammirato perché la sua pazzia, al contrario della mia, era qualcosa di meraviglioso, una specie di sogno che lasciava intravedere un mondo di cose mai viste prima. Essere come Lui doveva significare seguire i desideri, senza guardarsi alle spalle. E il mio desiderio indicava una via sicura, una linea nuova, sì, nuova persino per Lui. Aveva considerato tutto, sapeva già che forse avrei usato quel numero, mi avvertì perché sapeva, eppure qualcosa gli sfuggì. Io avrei contraddetto la sua saggezza, l'avrei cavalcata, l'avrei distrutta, o per sempre sarei stato colui che osserva e non vede. Questo era il mio coraggio, questo era amore: e Lui viveva già a tal punto circondato da essi da non poter mai capire cosa potessero significare per me. Vi dico che non si aspettava che il mio tradimento potesse essere così totale, così convinto, così definitivo.

Tradimento, è la parola giusta. In seguito mentii, affermando che il mio malsano comportamento era dovuto a un pensiero più o meno schizoide, all'incapacità di resistere al fondamentale fascino di lei, o infine, a semplice stupidità. Molti diedero fede alle mie parole, o pensarono le stesse cose da soli, certo non Lui. Lui parlò subito d'infamia, volontaria e senza scusanti, e anche l'Altro la pensava allo stesso modo. Ed anch'io. Vero è che non gli avevo giurato fedeltà, ma in qualche modo Lui l'aveva fatto per me accettandomi come amico. Non gli importava fossi un po' ritardato perché, diceva, le doti più importanti di una persona stanno nel cuore e sono coraggio, passione e la capacità di sognare e ricordare. L'intelligenza, della quale era straordinariamente dotato, la considerava un sostegno spesso prezioso, ma non risolutivo. "Serve a difenderci dalle scemenze" diceva, e a niente altro. Gli era bastato ascoltare le descrizioni dei miei sogni perché si convincesse che ero una persona non banale. Io avevo accettato la sua amicizia, ero legato. Non avevo il diritto di approfittare delle lacune che il suo valore e la sua bravura aprivano molto, molto più in basso degli spazi dov'era solito aggirarsi il suo pensiero. Perciò, quando non devo convincere nessuno a essere pietoso con me, come oggi che non ne ho più bisogno, non posso parlare altro che di tradimento.

Come attenuante per ciò che feci, al massimo posso dire che un po' se l'era cercata. "Tutti vivono la stessa vita, la differenza sta nel come la vivono" diceva, e poi: "gli errori che uno commette sono sempre gli stessi: non voler essere quel che si è, e questo è spreco; e, peggio ancora, tentare di essere quel che non si è, e questo può costare carissimo. Perché se un uccello vola quando gli pare, una pietra invece vola solo quando cade. E ogni volta che vola, è solo per cadere ancora più in basso". Ecco, lo odiavo quando parlava così, perché era verissimo, eppure era una verità troppo tremenda, troppo mostruosa per essere vera sempre. Bastava dire: io non so ancora chi sono! Che importa che intuissi già che non avrei potuto resistere? Essere me stesso poteva ben significare che sarei dovuto soccombere di fronte a una Signora così bella e crudele. Questo non era cadere, era vivere il proprio carattere, ciò che certo Lui stesso avrebbe fatto se i suoi desideri così l'avessero guidato. Senza tentennamenti, al più con qualche cautela. Ricordo che ancor prima di agire, avevo già in mente una sfilza interminabile di scuse, vie di fuga, stratagemmi per buttarla in cavalleria e far finta di niente. Sapevo persino che poco di tutto ciò avrebbe funzionato. Tuttavia, neppure per un istante pensai di rinunciare. Avevo deciso. Telefonai appena seppi che i due erano arrivati a destinazione e che non sarebbero in nessun caso rientrati per quella sera.

Lei mi rispose subito e, col cuore in gola, costatai che mi aveva riconosciuto senza esitazioni. Mi pare avesse commentato che non si era aspettata una chiamata, ma poi passò senz'altro al dunque: cosa le proponevo? "Hai la casa di Lui libera, bene. Ma se Lui è via, chi mi procura la cocaina e tutto il resto? Tu? Ok, non l'acido però... no, infatti, hai dell'afgano, va bene, mi basta. Arrivo."

L'attesa mi parve interminabile, ma infine il campanello squillò. Si presentò con il sorriso sulle labbra e io allora pensai che era la donna più splendida, più magica che mai mi avesse rivolto la parola. Gli ostacoli, anche i più inanimati, parevano scansarsi davanti al suo passo; il suo profumo era pura voluttà. Ci avvicinammo al tavolo, dove facevano bella mostra il sacchetto di coca e tutto il resto. Sembrò compiaciuta. Allora senza esitazione mi gettò le braccia al collo e mi baciò, un bacio selvaggio durante il quale finimmo a rotolarci nel divano, senza fiato.

O meglio, io rimasi senza fiato. In quel momento il tempo mi parve essersi fermato, mentre il mondo si trasformava in un vortice pazzesco e io mi sentivo come un grano di polvere nella tempesta. Ecco, questo è essere un dio, è dissoluzione e rinascita, è amore senza fine , pensai in quel momento, mentre mi smarrivo per sempre nel suo abbraccio. Come il rospo baciato dalla principessa, avvertivo in me delle tremende metamorfosi. Tutta la vita mi passava davanti e scompariva di lato salutando. Le vene mi scoppiavano. Sospettai che non mi sarei più ripreso. Ma anche la morte mi pareva un vago dettaglio. Quello era un bacio che neppure la morte avrebbe potuto interrompere.

Però lei sì, poteva. La Mia Crudele Signora poteva tutto. Dopo un tempo ignoto, ma comunque infinito, si staccò da me e restò a fissarmi con occhi divertiti, mentre io costatavo, con una certa sorpresa, che il mio cuore non si era fermato dopotutto. Ridendo, si gettò sulla coca e cominciò a sniffare. "Ora riprenditi" diceva, "rolla una canna, cribbio!" Con le mani tremanti, non ci riuscivo. "Dammi qua!"

Fumammo insieme. Ma lei mi concesse un unico tiro di cocaina, poi dichiarò che il resto era soltanto suo. Domandò se tra le cose di casa vi fosse qualche droga strana e io le portai il barattolo di funghi allucinogeni immersi nel miele che Lui usava di tanto in tanto. Lo soppesò con curiosità, lo osservò in trasparenza, ma non lo aprì. "Per questo non basti tu", disse. Una vampa di gelosia mi percorse le viscere. Ci rinunciò dicendo: "rimettilo a posto". Intanto continuava a tracciare delle righe di coca. Nulla per me e mi stava bene, purché mi baciasse ancora. Ma ormai non voleva più.

Mi respinse. "Rolla e basta", disse. "Io tocco te se mi va, tu non tocchi me". Io insistetti, ero in frenesia. Ma lei in qualche modo mi spostò sinché mi ritrovai inginocchiato ai suoi piedi, sempre impetrando un altro bacio. "Quando lo voglio io, e nel frattempo quello è il tuo posto. Resta giù" ingiunse. "Ti proibisco di alzarti."

Pensai a Lui. Lui si sarebbe alzato. Sono più forte, mi dissi. Mi risollevai e tentai di baciarla con la forza. Lei parve cedere, ma vidi che, mentre lo faceva, la sua mano si muoveva verso il cellulare appoggiato sul tavolo, per premere un unico tasto. In un attimo compresi tutto, mi sentii perduto. Lei si tirò indietro, furiosa. "Ma davvero hai pensato che sarei venuta da sola?" E rise, come solo il più crudele dei demoni potrebbe fare.

Lottò per impedirmi di arrivare alla porta. Faticai molto prima di riuscire a scansarla, mentre mi tempestava di pugni sulla testa. Ma era tardi, un'auto si era già fermata appena fuori dal portone, non avrei fatto in tempo a scendere le scale e a chiuderlo. Tornai dentro e chiusi a chiave la porta che dava sul cortile interno. Lei era di nuovo seduta e rideva, sghignazzava. "Ora vedrai cosa ti succede", disse.

Mossi verso lei con l'intento preciso di strozzarla. Anche quello sarebbe stato amore, mi dicevo. Le misi le mani al collo e per la prima volta la vidi davvero impaurita. Urlava. Ma poi udii uno schianto e avvertii come il suo spavento si trasformasse in un grido di trionfo. Mi sentii preso per i capelli, sollevato e scaraventato a terra. Poi un uomo alto e corpulento - che non potei vedere in viso né in quel momento né in seguito - mi si sedette sulla schiena, immobilizzandomi.

"Cos'abbiamo rimediato?" Fu la prima domanda dell'uomo. "Insomma, circa tre grammi di coca, dieci di nero e i soldi che ha in tasca. Andiamo via subito?" "Sì, a meno che lui non ti piaccia." "Ma sì, può andare, e poi se lo merita. Però bisogna legarlo. Vuoi occupartene tu?" Mentre mi legava ero triste, ma il tocco di lei era come quello di una Vergine Santa. Pensai che sì, lei mi amava dopotutto.

Sì, certo! Mi aveva vinto, ma quale essere come lei, tanto glorioso e terribile, vorrebbe dispiegare tutto il suo potere per vincere me, se non lo facesse per amore? Il suo piede sul mio collo era un gesto inequivocabile, fatto di infinita tenerezza e partecipazione, ciò che nessun altro avrebbe potuto fare con altrettanta passione. Lui per esempio non avrebbe mai mostrato altrettanta considerazione per me e in seguito, quando ogni cosa fu rivelata, non ne ebbe. Mi avrebbe ucciso piuttosto che tentare di capire cosa provavo. Lei invece si degnò, per amore, di infliggermi la più tremenda delle umiliazioni. E poi per tutto il tempo restò come sognante ad assistere alle evoluzioni del suo amico. Non si disinteressò, no. Ne ebbe essa stessa piacere. Ed ero stato io ad averglielo dato.

Poi tornò a parlarmi. "Qui non è accaduto niente", disse. "La casa di Lui è intatta, salvo la porta che tu hai sfondato e che tu ripagherai. Se oserai fare il mio nome a Lui, il mio amico tornerà e ti ucciderà. Non dubiti di questo, vero?" No Mia Crudele Signora, se tu dici così, così sarà. Mi lasciarono legato. Ci vollero ore perché mi liberassi.

Tre giorni dopo, Lui e l'Altro tornarono. La porta? L'avevo sfondata io, in un momento di confusione nel quale avevo temuto di aver lasciato dentro le chiavi, mentre il fornello era acceso. Non se la bevvero neppure per un istante. Non mi amavano. Chiusero il portone. Tirarono fuori i coltelli. Poi perlustrarono la casa e trovarono i segni della presenza di due persone, una donna e un uomo. Non seppi mai come fossero riusciti a svelare il segreto. Io negai. Non era venuto nessuno. La porta l'avevo rovinata io ed ero disposto a rifondere il danno.

Lui voleva la verità. "Se non posso avere quella allora non voglio niente", disse. L'Altro era propenso ad ammazzarmi lì sul posto. "No, spieghiamogli che sappiamo tutto. Dunque, tu hai chiamato quella puttana, lei è venuta con un amico e la situazione ti è sfuggita di mano. Direi che ti hanno proprio fatto la festa. Tu però non lo ammetterai mai, perché hai più paura di lei che di me. Ora devi decidere: se dirai di nuovo che la porta l'hai sfondata tu, potrai andartene. Rischierai solo il lavoro, perché il tuo principale è amico mio e io andrò a riferire quanto sei inaffidabile. Non per vendicarmi, per salvaguardare lui. Cosa dici?" "Sono stato io", risposi ancora.

Mi liberarono. Ma avevo ancora paura. Di lei, di Lui, e anche di mio padre, che sarebbe stato furioso di sentire che avrei potuto perdere il lavoro. Feci le mostre di un figlio che si confida, inventando una storia contorta che mi assolveva e mostrava come Lui si fosse approfittato di me, accusandomi di ciò che era stata opera di ladri, per farsi risarcire. Poi sparsi la voce. Si disse in giro che io avevo strenuamente difeso la casa contro i ladri, per essere poi incolpato di furto essendo innocente. Ma dopo un paio di giorni Lui mi sorprese per caso in un vicolo buio e mi stampò in testa il cric della macchina. "È l'ultima lezione che ti do" disse andandosene.

Mio padre lo denunciò per quello, nonostante lo avessi scongiurato di non farlo. Riuscii solo a far sì che la querela fosse per danni e non anche per lesioni. La polizia ci convocò insieme e domandarono se volessimo in qualche modo riconciliarci o giungere comunque a un accordo. "Sì" risposi io. "No, affronterò il processo" disse Lui. "Ma perché, se l'offeso è disposto a ritirare la denuncia?" "Perché restano verità ancora non dette." Vuole umiliarmi, pensai. Di nuovo, senza amore.

Un anno dopo al processo, come era ovvio, vinsi la causa e ottenni quattromila euro di risarcimento. Vinsi, ma la mia sconfitta fu totale, perché Lui seppe spiegare in ogni dettaglio cosa fosse accaduto veramente nella casa, chi fosse stato a sfondare la porta e disse apertamente di essere convinto che io fossi stato violentato. Disse di avermi rotto la testa solo per fermare le calunnie che avevo sparso sul suo conto allo scopo di stornare i sospetti su quanto accaduto in casa sua. Poiché diceva la verità, e poiché in bocca a Lui la verità era sempre convincente, tutti la seppero, soprattutto mio padre. Ciò non bastò a evitargli la condanna, ma a distruggermi sì. Lui era così. Le cose come stanno, sempre. Sempre! Lui aveva avuto il potere di ristabilirle.

Ma com'erano, come sono le cose oggi, così come stanno? Il ricordo di un languore infinito, la vaga sensazione d'essere stato amato, un pomeriggio interminabile fatto di silenziosi andirivieni per le vie della città. Cose da fare che si accumulano e poi si sbrigano. Forse ancora un po' di paura, qualcosa che vorrebbe crescere e trasformarsi in terrore, come ai bei vecchi tempi. Ma dovunque è noia, dovunque è consolazione. Mio padre mi guarda e a volte si torce le mano nel farlo. Pare disposto a prendersi la sua parte di colpa per il fatto che io sia come sono.

Ma come sono io alla fine, cosa sono oggi senza Loro? Un residuo esangue, una memoria ambulante sempre più sbiadita. Vorrei scappare, vorrei essere ferito, vorrei un posto dove andare, fosse anche l'inferno. Varie volte ho incontrato Lui per caso e un senso di spavento è tornato ad affacciarsi in me, carico di speranze; ma per poco, perché, per quanto non cercassi più vie di fuga, per quanto gli offrissi il collo indifeso, Lui, è chiaro, non ha più alcuna volontà di vendicarsi di me; neppure se mi cogliesse addormentato sul ciglio della scarpata, neppure se farlo dovesse costargli appena un singolo respiro.

E lei... non l'ho mai più rivista. Talvolta gioco con l'idea che forse un giorno vorrà pensarmi di nuovo, con amore, come un tempo. Ma è un piacere effimero, perché si trasforma subito nella lucida nozione che questa è la più irrimediabile, la più funesta e dolorosa forma di follia. È come un sogno che svanisce da sé, e si perde ad un solo battito di ciglia, restituendomi quietamente al tenue veleno dell'aria tutt'intorno, e all'attesa della morte vera.