Le parole fra noi

IL RE DEL SETTIMO PONTE

di Marco de Franchi

Nella mattina piena di odori e suoni, quelli soliti, quelli che riconosceresti ovunque e che ti dicono che sei a Roma, sei nel quartiere, sei a casa, in questa mattina consueta e uguale a tutte le altre, l'urlo sembra assolutamente coerente e familiare per quanto terribile e improvviso. Infatti nessuno si ferma, nessuno si chiede chi o perché abbia gridato. Ogni cosa, ogni azione procede verso la propria fine. Il quartiere non si scuote. L'urlo si spegne. Tutti si fanno i cazzi loro.

Ed eccolo lì, nell'angolo, il maledetto figlio di puttana che ha urlato, che lo guarda con occhi assurdamente grandi e ormai privi di luce, pozzi neri in cui Aldo teme, a volte, di poter cadere. Eccolo lì, il bastardo. Che non si muove. Non può, perché suo padre gli ha appena spezzato il braccio e anche se il dolore lo annichilisce, lo schiaccia dentro il suo odio infame, non si muove e non piange. Resta a fissarlo. Non piange.

Aldo apre finalmente la bocca per chiedergli: cosa vuoi? cosa guardi? Perché non piangi? Ma poi rinuncia. Fatica inutile. Il bambino è cotto dal rancore, rosicato dall'imbecillità di sua madre. Non capisce neanche che quello che suo padre gli fa, a volte, è per il bene suo e per il bene di tutti loro. Non sa quanto lui lo ami veramente.

Non lo sa o non gli importa. Che è lo stesso.

Da fuori, dalla finestra aperta, ancora l'aria e il rumore del quartiere. Aldo aspetta, per sicurezza, con l'orecchio attento a ogni suono. Ma nessuno si muove. Nessuno fa mai niente. Il bambino potrebbe anche continuare a urlare. Non sposterebbe una foglia o un'ombra di coscienza.

Laurentino. Settimo Ponte. Qui se non sei un uomo, crepi. Qui se sussulti alle urla, crepi. Qui se chiami gli sbirri, crepi.

E a volte crepi e basta.

Aldo si sposta, finalmente, abbandonando il bambino alla sua paura, e percorre il corridoio. Accende le luci, via via che passa, per scacciare le ombre sporche che si annidano lungo il muro e sui pavimenti, e perché non gli piace avere il buio alle spalle. Raggiunge la cucina, spoglia e priva di odori. Marta è sempre seduta al tavolo, la testa reclinata sulla tovaglia di plastica, fiori rossi, grandi, e ciliegie assurde, false come una moneta da tre euro. Nasconde, in parte, il volto con le braccia ché forse pensa di proteggersi così. Braccia bianche e magre e perciò adesso luminose dei segni tumefatti che lui le ha lasciato. Lividi così ne ha per tutto il corpo. Alcuni sono vecchi e sanno ormai di tintura di iodio e cellule morte. Aldo le conosce, quelle ferite. Non ce n'è una di cui abbia rimorso. Sono la testimonianza, semmai, della sua devozione. Ah, se solo lo capissero!

Marta non si muove. Sopra di lei un calendario con il Papa che benedice la casa e benedice tutti. Aldo pensa che sia morta. Una fantasticheria innocente, un sogno ormai ricorrente. Anche lei lo presagisce. Glielo ha detto proprio questa mattina. "Mi ucciderai, prima o poi mi ucciderai".

Ma non accadrà. Lui non è una bestia cieca. E' soltanto un amante deluso, un marito provato e un padre rigoroso che tenta, a volte senza riuscirvi, di aggiustare le cose. Di conferire la forza. E', semplicemente, che loro sono così stupidi, così stupidi, così stupidi.

Non capiscono mai, per esempio, il male che fanno, non riparano i danni che procurano. Come con quella busta gialla, la raccomandata indirizzata a lui, che è rimasta a giacere sul tavolino all'ingresso, dimenticata per ore. Dimenticandosi, Marta, di dargliela, pure quando lui è rientrato dalla solita giornata di lavoro e, colmo di una stanchezza di pietra, s'è seduto al tavolo, mai apparecchiato a dovere. Salvo poi lei, con la sua espressione perennemente sbigottita e quella paura che le cerchia gli occhi, alzarsi di scatto, correre alla porta, recuperare il plico e consegnarglielo, prudente, come gli donasse un serpente velenoso.

"M'ero scordata" ha detto, vibrando.

Aldo ha fissato la busta, stretta nelle mani della moglie, a lungo. Poi gliel'ha tirata via, l'ha aperta, ha estratto quel foglietto bianco e sdrucito e ha letto quello che c'era scritto.

Tribunale di Roma. Spiccava per imponenza. Faceva quasi paura quella scritta stampata in capo al foglio. Solo che Aldo ha smesso di aver paura da molti anni. Della vita. Delle botte. Della giustizia. La paura è stata scacciata via sin da quando era bambino anche lui e correva da un portone all'altro, qui, al Laurentino. Qui dove sorgono gli undici Ponti.

Tribunale di Roma. Una lettera importante.

"E' una cosa importante, Marta" le ha infatti spiegato, con pazienza, lentamente ripiegando il foglio, guardando le pupille morte di quella donna inutile. "E' una cosa maledettamente importante. Cosa aspettavi a darmela?"

Marta ha iniziato a tremare, come colta da una febbre improvvisa. E le sue mani, sempre le sue mani, si sono strette in un groviglio di dita esangui e nocche spellate, davanti alla pancia, come in un preavviso di difesa, una precognizione di dolore, ché lui è là che colpisce, quando vuol far male davvero e non lasciare tracce.

"E' una convocazione, Marta," ha proseguito Aldo, sollevandosi. "Una con-vo-ca-zio-ne," scandendo le parole, per dar loro il giusto peso. "In Tribunale, pensa! Sono le autorità che mi scrivono, cristo santo! Mi devono fare comunicazioni urgenti, importanti. Non capisci mai quando una cosa è davvero seria, stupida puttana mia?"

E lei ha capito e s'è preparata, come sempre. E Riccardino, come al solito, che s'è messo in mezzo. Piangendo, strillando. Alzando i piccoli pugni contro suo padre. Signore, contro suo padre.

Non c'è niente da fare. Così stupidi, stupidi, lei e quel figlio scemo, quel frutto malato. Così insensibili. Anche al dolore che gli provocano, tutte le volte che deve punirli. Lui, che li ama totalmente, nonostante tutto. Che li ama più della sua stessa vita.

***

L'edificio del Tribunale è un dedalo di pietra, infinito e ostile. Anche il luogo in cui sorge è terreno minato per Aldo. Piazzale Clodio. Un altro pianeta rispetto al quartiere. Una città diversa. Sì, sempre Roma, Aldo lo sa, Aldo che una volta si sentiva il re di questa città di merda. Ma comunque un altro posto. Un luogo lontano dai suoi Ponti. Un luogo dove non si sente sicuro.

Ci si è anche perso dentro, alla ricerca di quel tal ufficio, di quel tal settore, di quella tal sezione... sì, una cosa così. Ma alla fine, chiedendo, s'è districato. E adesso è qui, in un ufficetto che è poco più di uno stanzino, e non c'è neanche l'aria condizionata ma una pala al centro del soffitto mangiato dalla muffa che gira e non solleva aria, ma solo polvere. Polvere negli occhi e dentro la bocca.

L'ometto che gli consegna il pacco ("reperto", ha detto; così lo ha chiamato: reperto) gli spiega che a volte la burocrazia è strana, che la legge è legge, per carità, e che macina, lenta sì, ma mai come questa volta. Gli riconosce, pertanto, l'eccezionalità del caso (la sua è proprio una curiosa storia, da raccontare guardi) e lo invita però a firmare per ricevuta. Aldo lo fa, quasi automaticamente, e ancora non capisce bene, non inquadra la faccenda.

Il reperto, che l'uomo della cancelleria penale gli consegna, consiste in un' altra busta gialla, come quella che Marta ha dimenticato all'ingresso, questa però legata con uno spago e sigillata con ceralacca rossa. Ci sono segni di timbri sbiaditi, che macchiano la carta come tracce di vecchi baci all'inchiostro. E una scolorita dicitura, diligentemente battuta a macchina, che recita: Procedimento penale nr. 14626/1980 della Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Roma. Reperto nr. 1, consistente in un coltello da cucina, con lama affilata da 22 centimetri e tracce di sangue. Sequestrato in data...

All'improvviso ricorda. Impallidisce.

L'ometto, che si sporge dalla sua guardiola, gli sorride. "No, guardi, non si stupisca. Succede che un vecchio oggetto, sequestrato anni prima nel corso di un'indagine, alla fine di un determinato iter venga infine restituito all'avente diritto. Passano anni, certe volte. Ma la Giustizia, ciò che non deve conservare, dà!"

Avente diritto, è un termine che Aldo fa fatica a percepire.

"Sì, in genere succede molto prima," prosegue l'addetto, che non scorge l'orrore sul volto dell'altro. "E, debbo ammettere, in questo caso sono passati più di trent'anni. Ma sa com'è? Con l'arretrato che abbiamo... E poi, a caval donato, come si dice... Ma, nello specifico del procedimento in questione, lei cos'era : la parte offesa?"

Aldo soppesa la busta tra le mani.

"Nello specifico," precisa, "io ero l'assassino."

***

E' quello, indubbiamente. Il coltello con cui l'ha ammazzato. Lo riconosce perché il filo è interrotto a metà, lì dove la lama ha incontrato l'osso e ha perduto la sua lucentezza dentro la carne e il sangue di suo padre. E' un coltello di marca. Una lama da arrosto che sua madre amava sfoggiare sulla tavola, tutte le domeniche. Non capisce come abbia potuto dimenticare. Ma ricorda, adesso, la facilità con cui la punta s'era fatta strada nello stomaco di papà per poi bloccarsi, come imprigionata, contro le sue ossa. Rammenta, e succede d'improvviso, l'espressione di sua madre, quel misto di raccapriccio e sollievo. E il suo cruccio, in quel momento, certo che la mamma lo avrebbe sgridato. Era un coltello troppo bello per essere rovinato in quel modo.

I ricordi sono più come una marea pigra che come uno tsunami violento. Aldo si fa sommergere lentamente, stando sulla riva, mentre siede nella penombra della sua camera, con il coltello d'arrosto in mano. Il tocco è piacevole, anche a distanza di tanto tempo. Aveva dodici anni e trovava, già allora, quell'impugnatura perfetta, il peso della lama adeguato. Un'ispirazione. Quando suo padre aveva sollevato la mano per la millesima volta, Aldo aveva lasciato che ricadesse sul filo tagliente. Poi aveva iniziato a colpire, sfogando la voglia che covava in sé, ma senza cattiveria, né odio. Era stato piuttosto un gesto d'amore, ribadito dieci, venti, trenta volte. Non picchiarmi più, per favore, ché non voglio mai smettere di volerti bene. E ti amo, papà, ti amo, ti amo davvero tanto.

Qualcuno, dopo, lo aveva preso e portato via, di peso, togliendogli il coltello dalle mani e separandolo da quello scempio.

Aldo ricorda ancora le facce e l'atmosfera, quell'aria irreale e silenziosa, come di una festa attesa. Ricorda l'uscita dal portone, l'auto che l'attendeva, e il quartiere intero, tutti fuori, ai balconi e per strada, a guardare lui. Lui che passava ancora grondante di sangue. E piano piano sollevava la testa. Si guardava intorno. Sorrideva, felice. Lui che quel giorno era stato re. Il re del Settimo Ponte. E tutti si scostavano, si segnavano al suo passare. Tutti lo ammiravano.

Ma mai era stato rinchiuso. Era minore, non imputabile, anche se allora non sapeva cosa volesse dire quella parola. Parola magica, per la verità, perché Aldo era stato affidato, immediatamente, a sua madre e le cose poi erano tornate presto al loro posto. Senza più papà, però, che rimasto ad affogare in tutto quel sangue. Senza più le sue botte, le urla di sua madre, il buio della camera dove si rinchiudeva quando poteva e dove il dolore si stemperava e finiva nei brutti sogni e nei pianti senza più lacrime.

Anche il quartiere, alla fine, lo aveva dimenticato. E questo era, in fondo, l'unico dispiacere che Aldo aveva provato.

La porta di camera si apre, uno spiraglio di luce timido. La faccina raggrinzita di Riccardino lo guarda.

"Mamma dice che è pronto...vieni?"

Aldo ricambia quello sguardo, come suo padre, probabilmente, aveva ricambiato il suo un'infinità di volte. Vorrebbe far entrare suo figlio, adesso, abbracciarlo e spiegargli finalmente cos'è il vero amore. Illustrarglielo, se può, magari facendogli ammirare quel coltello perfetto, farcendoglielo toccare, impugnare. Il bambino ha le mani forti, non avrebbe problemi a stringere il manico in legno di cedro, a manovrare la lama nell'aria o provarla su un pezzo di carne. Certo, dovrebbe farlo con la sinistra, ché la destra è bloccata dal gesso che lo imprigiona dal polso al gomito. Ma avvertirebbe lo stesso la forza di quel coltello, la sua bellezza e forse allora, nonostante tutto, comprenderebbe veramente cos'è l'amore di un padre, come lui lo ha capito, definitivamente, venticinque anni prima.

"Vengo" dice invece, semplicemente, e la porta si richiude di scatto, i passi veloci e terrorizzati di Riccardino si allontanano. Aldo soppesa una volta di più la lama pesante, ancora brillante come la prima volta che sua madre gliel'aveva messa in mano. Poi la ripone nel cassetto più alto del comò, tra le mutande pulite e le foto del suo matrimonio.

***

Il pensiero che lo trafigge è lampante, pulito, bello: e' carne della mia carne, è sangue del mio sangue. E poi: dio, quanto gli voglio bene!

La cosa che gli entra nello stomaco è invece dolore, fuoco liquido, ma riconosce che è altrettanto limpida e forte.

Apre gli occhi, sveglio, più per ciò che gli passa per la testa che per la lama che gli apre la pancia, lo manda a morire.

Riccardino incombe su di lui, nel buio, e piange. Anche nella poca luce vede il riflesso delle sue lacrime, come ragnatele brillanti sulle guance lisce, che una volta, secoli prima, amava baciare e accarezzare. Perché quello è suo figlio. E' il suo amore più grande.

Il bambino è tenace: continua a colpirlo, con una mano sola, affannandosi con una rabbia che Aldo apprezza, anche se il dolore, adesso, lo paralizza, lo inchioda nel suo letto, tra quelle lenzuola ormai fradice del suo sangue, bagnate delle sue viscere. Non ha bisogno di guardare per sapere che il coltello che Riccardino impugna è lo stesso che ha usato lui, tanto tempo prima, quella bellissima lama d'arrosto di cui sua madre era tanto orgogliosa. Come lo aveva chiamato quell'ometto buffo? Il reperto restituito all'avente diritto.

E' giusto, pensa mentre muore. Tutto deve tornare dove è iniziato. Dal padre al figlio al padre, al padre...

Il bambino continua a sollevare e ad abbassare il coltello, mentre urla e piange e lo implora e il suo pianto s'impasta a tutto quel sangue e dalle sue labbra escono parole che Aldo, ormai allo stremo, fatica a comprendere.

"Io ti voglio bene" singhiozza il bambino, senza smettere di colpire, di ammazzarlo, "io ti voglio bene, io ti voglio bene, io ti voglio bene".

Aldo sorride, orgoglioso, o forse immagina solamente di farlo, ché il mondo è diventato, ormai un puntino trascurabile di luce fredda.

E' proprio mio figlio, gli dice l'ultimo, frastagliato pensiero, questo figlio di puttana è come me. E tutto il quartiere lo ricorderà per questo. Lui. Il nuovo re dei Sette Ponti.

Un attimo di silenzio.

Sangue del mio sangue.

Buio.