Le parole fra noi

IL POETA DISARCIONATO

di Marco Palladini

E' probabilmente e non casualmente nell'ultimo componimento di questa plaquette che si disvela l'auto-mitopoiesis di Luca Succhiarelli. Laddove egli richiama la figura dell'eroe greco Bellerofonte, figlio del dio Poseidone, che dopo avere domato, mercé delle prodigiose briglie d'oro, il bianco destriero Pegaso, in groppa al cavallo alato vola sino al cospetto della tana in Licia del terribile mostro, la Chimera dalla gola fiammeggiante, e lo sfida in un epico duello trafiggendogli, infine, le fauci con la punta della lancia.

Il rovescio del mito è che Bellerofonte inorgoglito del suo successo, presumendo troppo da sé, credendosi lui stesso un dio, si dirige con Pegaso verso il Monte Olimpo, ma Zeus indispettito lo disarciona e lo fa precipitare al suolo. Dove zoppo e semicieco, Bellerofonte termina i suoi giorni errando come un mendicante. La hybris nella mitologia greca era un peccato che si scontava sempre amaramente.

Succhiarelli-Bellerofonte sembra volerci far sapere che pure la sua "quête" ha puntato all'Olimpo della poesia, assetata di "ricerca", anche se "ricerca / di un niente sembra poco". Ricerca che traccia falotici segni verbali, volontà di "scrivere vere eteree / certosine parole sine togliere / l'imbroglio illustre...".

Perché la scrittura è 'arteficium' sull'orlo dell'abisso rappresentato dal "bianco del foglio" dove insistere e persistere a "dirti che...", sospensione di un dire, la cui ultima mossa è il tacere. Ché la hybris della scrittura sta sempre in un oltre-dire, in un tra-dire, un tra-dirsi per cogliere una scheggia di verità, un lampo di verità muta, mutevole, mutante. L'attacitarsi della voce del poeta disarcionato lascia intendere che lui sa che è finita, ma insieme sa che beckettianamente essa transfinisce - "e..." - e appunto continua a finire, non può fare altro.

La poesia di Succhiarelli comunica una duplice, ossimorica impressione. Da un lato una concitata concisione, una calibrata 'brevitas', una ammirevole e soppesata misura del versificare. Dall'altro lato, invece, una eccedenza, una moltiplicazione di sé, quasi un nascosto 'vizio' barocco-espressionista. C'è una forte consapevolezza della tradizione 'antiqua' - i barbagli iacoponiani della "lengua" -, ma al contempo c'è un sottile, sotteso rinvio ai tratti liminari dell'avanguardia novecentesca, a principiare da quella dei Futuristi. Colgo un pulsante slancio ludico sia nell'insistito, permanente gioco fonico-ritmico, rimico e allitterativo, e sia nella elicitazione di una forma da simil-filastrocca stranita e un poco monella.

Nei dodici testi di questa succinta raccolta si evidenziano tre direttrici compositive. In primis, le poesie appunto filastroccheggianti ricche di doppi (o tripli) sensi che alludono al corpo e all'eros, in modi però costantemente sospesi, preteriti, insieme tendenziosi e incompiuti. Dove la ricerca permanente di una parola-suono secerne assonanze a pioggia e rimandi di rime da dire pressoché ad alta voce. Musica verbale epperò come perplessa di sé: "senza vita nella mente / senza vita non per niente / ... c'è un limite a tutto ma non al niente...". Altrove il gioco d'amore - di quella "Pira" un 'fuoco d'eros'? - si fa screanzato-bambinesco ovvero ancora oscilla tra desiderio e ripulsa: "... e lì lei lo faceva... «Noli me tangere sotto le mutande!»...". Il poetare di Succhiarelli digrada talora nel prosimetro, senza perdere il suo attante élan scoppiettante: "... relè malgré sé e me, i «Perché piangi?»...".

Un altro gruppo di testi procede su una linea di sana poesia (in)civile, sversata sull'oggi, coniugando un corrusco tono invettivale alla lepidezza filastrocchesca: "... filigrana grama grama / ... per il quale / ... sopra il quale / ... sotto il quale / ... dentro il quale / batte forte batte forse...". Il battere di un cuore che puzza, il kuore rancido e marcido della "itagliaccia" antica e presente ("sempruguale") da avversare/bestemmiare anche verbovisualmente - tra il futurismo ed Emilio Villa -, maledicendo il suo onusto ballonzolante seno ("miele fiele e portabìle") che nutre i sempiterni, insopportabili italioti. Echi danteschi e leopardiani convergono e spurgano su questo corpo-femmina malestro di una Ytalia 'indarno' che "rumoreggi col senno e col sesso". Succhiarelli, del resto, su tale versante non si risparmia lo sberleffo - "... «Chicchirichì chi è Stato?»..." - e neppure la veemente, oppositiva indignazione: "Signornò! Gnornò gnor no! / Schifalo e schiaccialo / colla mazza e la danza / col tanga e la panza...". In un successivo poème en prose poi si avvita in una bellissima catena allitterativa: "... ittero, Italia, itterizia inezia idiozia!", facendo quindi erompere il suo sarcasmo: "Però che bel diorama che sei e che ihdiohmah, idiota!", dove il disgusto si rivolge alla medesima lingua nazionale, appunto da bistorcere e combattere per essere al servizio di un fantasma, di una Italia vista come "mancanza", inessenza: "Giuvvia tu, confessa... sappiamo entrambi che non ci sei mai, mah!".

In cotale sferragliare di versi contundenti, trovano qui posto anche un paio di composizioni dedicate a due autori - Mario Lunetta e Nanni Cagnone - assunti secondo points de repère, pure come esempi, io credo, di una tenuta etico-poetico-noetica, di questi tempi non facile da trovare in giro, nella malmessa repubblichina delle italiche lettere.

Al primo è rivolto un omaggio nella chiave del gioco metaletterario e autoironico-epico - "...con il mio seguito inesistente / di crociati bambini nella mente". Dove la memoria di un incontro si trasfigura in un immaginario fabulatorio survoltato ("... certe stanze / mie come dimore d'Arpie") e dove torna e ritorna il sentimento di una assenza ("biancassente è bianco / anche il canto..."), quasi come un rimorso per quelle voci 'bianche' di bambini alla crociata che si percepiscono o, anche, autopercepiscono forse battuti, sconfitti in partenza, come è ventura e concreta esperienza di ogni poeta che si rispetti, sia esso maturo od esordiente.

Nei rispetti di Cagnone slittano, invece, pochi versi - "e dove andare devo andare / incontro a loro per andare" - che sembrano quasi fare il verso (involontario?) a Totò, alla sua sublime poesia del comico e del nonsense. C'è qui come uno scrutarsi dentro ("gli atomi miei") e fuori in attesa che arrivi una parola risonante capace di rivolgersi "ad un nullo commensale". Ché la logosfera in cui pure si intrude la disabitata, talora oracolare poesia di Cagnone è come una vertiginosa mensa di un 'diressere' che annulla se medesimo, che fa della parola pura il nihil e il tutto del senso postremo (e dissidente) dell'uomo.

Direi in explicit che il fare poesia di Succhiarelli, il suo disarcionarsi con sapienza e disincanto e spirito ludens lo distingue, nel paesaggio delle ultime generazioni, per il suo rigore e per la sua perdurante vena refrattaria sia alle derive del lirismo e sia a certo esausto epigonismo sperimentale. Il suo vitale antagonismo, parafrasando un pensiero di Carlo Michelstaedter, mi fa asserire che colui che scrive con persuasione, non può non poetare, perché ha già poetato. Ossia ha già disobbedito.