STORIA & POLITICA

Seminario di Futura Umanità

Facoltà di Filosofia della Sapienza

"100° Rivoluzione d'Ottobre" - 28/29 settembre 2017

IL CONTESTO E GLI EFFETTI INTERNAZIONALI DELLA RIVOLUZIONE SOVIETICA

di Raffaele D'Agata

Un mondo di violenza e di terrore, un mondo flagellato e avvelenato dalla guerra, era il mondo che la rivoluzione vittoriosa aveva intorno a sé. Contro un tale mondo si era sollevata, e proprio per questo aveva vinto: interpretando e guidando, cioè, il vero e proprio ammutinamento di massa di un grande esercito scagliato alla guerra, e del popolo di cui era parte, contro i capi che lo spingevano al massacro.

Ma si era svolta in quel mondo, vi era immersa, e quel mondo la intrideva con i suoi veleni. Il potere rivoluzionario muoverà i suoi primi passi entro un mondo tuttora in guerra (e i suoi passi successivi, del resto, in quello che sempre sarebbe restato un mondo gravido di guerra). Con quali sviluppi, e con quali conseguenze, essenzialmente?

Innanzitutto, la trionfante riscossa del socialismo internazionalista (umiliato e apparentemente disperso tre anni prima), che aveva luogo proprio in una delle maggiori potenze mondiali belligeranti, costringeva tutte le altre simili potenze a cambiare radicalmente i piani concepiti e perseguiti fino ad allora. Del resto, fino a quel tempo, gli scopi di guerra non erano stati enunciati né chiaramente né (ancora meno) pubblicamente.

Faceva in parte eccezione la Germania, dove gli scopi di guerra erano molto dibattuti in parlamento e nel paese, ma questo contava poco, perché la corte e i militari avevano poi la possibilità di stabilire tutto. Chiari ma non pubblici (essendo affidati a trattati segreti) erano gli scopi marcatamente annessionisti dell'Italia e della Romania. Quelli della Francia e della Gran Bretagna avevano caratteristiche analoghe per quanto riguardava il futuro dei territori ottomani del Medio Oriente, spartiti tra queste due potenze mediante gli accordi Sykes-Picot del 16 maggio 1916; ma tutto sommato non avevano niente di chiaro (e tanto meno di pubblico, o pubblicamente dibattuto) per quanto riguardava l'Europa.

Gli ambasciatori francesi presso governi neutrali o alleati ricevevano perfino istruzioni che raccomandavano la massima reticenza sull'intero argomento. E in effetti, dal punto di vista francese, dire qualcosa avrebbe potuto dare luogo a difficoltà politiche nei rapporti con l'alleato britannico, interessato a non sconvolgere del tutto l'equilibrio europeo; oppure (in un'altra ipotesi) avrebbe significato legarsi le mani impegnandosi a rivendicazioni moderate al futuro tavolo della pace. Non era neanche un vero mistero (comunque) che settori influenti della classe dirigente francese intendevano per "rivincita" non semplicemente il recupero dell'Alsazia-Lorena, ma, ben oltre, il completo ribaltamento dell'assetto europeo scaturito dalla guerra franco-prussiana del 1870.

Ed era stato proprio alla vigilia della rivoluzione di febbraio che questo programma massimo della Francia aveva trovato finalmente espressione in uno scambio di note tra Pietrogrado e Parigi attraverso cui la Russia prendeva atto dell'intenzione francese di fare della Renania uno Stato separato, mentre la Francia riconosceva al governo zarista la facoltà di incorporare più o meno ampie parti della Galizia, della Slesia e della Pomerania entro la Polonia russa, alla quale un manifesto imperiale aveva promesso qualcosa come una larga autonomia all'inizio delle ostilità. Ma non era solo l'idea di una Polonia indipendente ad essere scartata di fatto nella politica delle potenze belligeranti. Piuttosto, lo erano praticamente tutte le questioni riguardanti le nazionalità senza Stato o "irredente". Poco o per niente si teneva conto, cioè, proprio delle questioni che erano destinate invece a diventare centrali e caratterizzanti in quello che sarà infine lo sconvolgimento della geografia politica dell'Europa tra il 1919 e il 1920. La dissoluzione dell'Austria-Ungheria, specificamente, non era minimamente prevista, e l'Italia non faceva affatto eccezione in questo.

Il fatto è che nemmeno le idee di quanto immediatamente e intanto restava del socialismo internazionalista, a loro modo, concedevano spazio rilevante ai movimenti nazionali e irredentisti. E con qualche ragione, almeno. Il principio della "pace senza indennità e senza annessioni", posto ancora alla base dell'appello immediatamente diretto dal governo bolscevico a "tutti i governi e tutti i popoli" (e strumentalmente raccolto dai soli Imperi centrali per ovvie e ben diverse ragioni), comportava piuttosto continuità nella configurazione geopolitica dell'Europa, entro il cui quadro tanto i diritti sociali quanto la tutela delle identità nazionali (come diritti della persona) avrebbero dovuto affermarsi ed avanzare. Un tale schema era teorizzato espressamente soltanto dagli austromarxisti, è vero; ma in generale la maggior parte dei socialisti, anche senza condividere tutto delle loro idee mostrava di concordare implicitamente con loro su questo tema.

Sarà durante le trattative di Brest-Litovsk che proprio gli Imperi centrali cominceranno a giocare a loro modo la questione delle nazionalità (alternativamente e contraddittoriamente a proposito di Ucraina e di Polonia in modo particolare) onde ottenere un massimo di riduzione territoriale dello Stato russo come prezzo della pace. Ma soprattutto le potenze occidentali faranno lo stesso, contemporaneamente, in modo molto inizialmente cauto, ma a poco a poco sempre più deciso, (anche se non meno caotico, né meno incoerente). Non casualmente, in effetti, fu proprio durante i negoziati tra la Russia rivoluzionaria e gli Imperi centrali che il presidente americano Wilson volle sciogliere con un gesto unilaterale il nodo degli scopi di guerra di cui aveva dapprima vanamente sollecitato una enunciazione da parte delle potenze belligeranti come possibile mediatore, e poi (dopo l'intervento degli Stati Uniti al fianco delle potenze dell'Intesa) nella forma di una dichiarazione congiunta cui queste preferirono ancora sottrarsi. E, appunto, il tredicesimo dei suoi "Quattordici punti" perorava la creazione di uno Stato polacco indipendente che avesse due aspetti non facilmente compatibili tra loro: da un lato, cioè, avrebbe dovuto estendersi su territori "abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche", ma dall'altro avrebbe dovuto fruire di un "libero e indipendente accesso al mare", cioè di qualcosa di più e di molto importante (anche se altamente contraddittorio) di ciò che i polacchi potessero mai ottenere da Brest-Litovsk.

Ciò non vuol dire che tanto Wilson quanto i governi delle potenze europee occidentali non restassero e non si mostrassero ancora per qualche tempo consapevoli dei molti aspetti contraddittori di ogni ipotesi di rifacimento delle frontiere europee secondo linee etniche. Ma una delle ragioni che infine li porteranno ad adottare più o meno meditatamente e coerentemente un tale criterio nel dettare ai vinti i trattati di pace del 1919 e 1920 fu la preoccupazione di arginare la diffusione e le idee rivoluzionarie incoraggiando un'ondata di nazionalismi (per quanto in modo selettivo e contraddittorio) come forza antagonista Tra nazionalismo e socialismo, cioè tra le due alternative contestazioni del sistema in crisi della Prima Globalizzazione, le classi dominanti sceglievano insomma la ricerca di adattamenti con la prima contro la seconda: accentuavano cioè la tendenza che già aveva cominciato ad agire in modo determinante durante il processo d'incubazione della guerra mondiale interimperialista.

Ivan Vladimirov. La fuga da Novorossijsk

Tale era l'insieme di processi e di tendenze entro il quale la prima rivoluzione socialista vittoriosa si trovava a fronteggiare il compito, sconosciuto fino ad allora, di costruire uno Stato, e di costruirlo quasi dalle fondamenta là dove uno Stato era praticamente svanito, e in tutti i suoi aspetti primari ed essenziali, entro un sistema di Stati fortemente attivi ed aggressivi. Infine, e di fatto, uno degli effetti della vittoria degli eserciti rivoluzionari sulle armate bianche più o meno caoticamente e contraddittoriamente sostenute da potenze esterne, nella guerra civile che seguì la rivoluzione d'ottobre, fu la piena assunzione da parte dei bolscevichi dell'eredità dell'Impero russo come sistema territoriale multinazionale. Questa situazione si formò stabilmente come risultato della guerra polacco-sovietica del 1920-21, che rappresentò emblematicamente tutte le contraddizioni ossia le incompatibilità dei nazionalismi scatenati attraverso la guerra mondiale, e in quel caso (particolarmente) le contraddizioni del nazionalismo ucraino di allora. La formazione dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, proprio un anno dopo la pace di Riga che segnò la vera e propria fine della guerra mondiale in quella parte del mondo, ebbe luogo anche come il raggiungimento (faticoso e drammatico) di uno stato di equilibrio in questo genere di contraddizioni, destinate altrove a restare comunque un fattore di instabilità e di crisi della situazione europea durante il ventennio di tregua tra le due guerre mondiali.

Quale sarebbe stato da allora in avanti il ruolo di una tale ricostituita grande potenza territoriale, in relazione con gli scopi professati della rivoluzione socialista? Un primo risultato (interno) del ruolo chiave assunto dal potere statuale nella prospettiva dei bolscevichi si diede intanto sul terreno dell'economia, allorché - nel contesto della guerra civile, non casualmente - il modello dell'economia tedesca di guerra fu consapevolmente preso in prestito come base per la riorganizzazione del modo di produrre e distribuire il necessario (essendo fortemente incurvato nel senso di una preminente e praticamente esclusiva proprietà statale degli strumenti dell'attività economica e nel senso della sua diretta gestione). Ma lo stretto rapporto tra potere statuale ed economia, che allora e qui si stabiliva con tali determinati aspetti, non era, in sé, niente di veramente nuovo. Piuttosto - come Lenin aveva intuito nella sua interpretazione delle contraddizioni imperialistiche del capitalismo, e come Braudel avrebbe poi mostrato in forma più analitica - un tale rapporto di stretta simbiosi tra potenza statuale ed economia contrassegna in profondità la storia e dunque la reale sostanza del capitalismo, specialmente per quanto riguarda la forma più pura e veramente essenziale del capitale, cioè il capitale finanziario.

Ora, in quella continuazione della guerra con altri mezzi che costituiva l'essenza della politica mondiale nell'era di Versailles, le esigenze del capitale finanziario, e le politiche di potenza che le facevano proprie e le promuovevano, determinavano il quadro entro cui lo Stato costruito dalla rivoluzione si trovava a muoversi di necessità. Nella primavera del 1922 (appena conclusa, con la pace di Riga, la fase dell'emergenza bellica) l'avvertita necessità di alterare un tale quadro, onde aprire strade più propriamente adeguate a un'azione trasformatrice dei fenomeni dell'economia e del potere (in una prospettiva necessariamente internazionale e globale) motivò il nuovo Stato creato dalla rivoluzione a farsi co-protagonista attivo del solo importante tentativo di riforma sistemica innovativa che la politica internazionale postbellica mise in atto (e fu osteggiato con successo dai molti rapaci e immediati interessi che esso minacciava), ossia la conferenza economica internazionale di Genova. Sconfitto allora quel serio tentativo di subordinazione del capitale finanziario all'economia reale, e di corrispondente costruzione di un quadro di interdipendenza globale includente le possibilità e le esigenze rappresentate dalla nuova realtà prodotta dalla rivoluzione, l'Unione Sovietica si orienterà quindi verso una sempre più marcata separazione isolazionista dal contesto globale, rafforzata da un'intensa e ferrea preparazione militare. Una combinazione, questa, che avrà molti aspetti ed effetti tragici e veramente laceranti per la coscienza del socialismo, eppure avrà anche un effetto (strettamente e contraddittoriamente legato) su cui l'intera umanità consapevole e degna di sé fonda ancora oggi la continuità della sua storia e delle sue speranze di futuro: cioè la vittoria, condivisa, sul potere mondiale del fascismo.

E in effetti il sistema internazionale di Jalta-Potsdam, che appunto scaturì dalla guerra mondiale di resistenza al fascismo, costituirà il quadro geopolitico globale entro cui la crescita complessiva delle risorse e delle opportunità di vita sarà la più intensa, e la loro ripartizione almeno tendenzialmente la meno ineguale, in tutto il corso delle vicende umane. Sarà anche simile per la sua stabilità, e per la sua capacità di assorbire sollecitazioni e adattamenti (come in un caso l'unificazione italiana e quella tedesca, e nell'altro il gigantesco fenomeno della decolonizzazione) al sistema internazionale postnapoleonico durato con modificazioni significative ma non eversive dal 1815 al 1914; mentre ovviamente apparirà del tutto contrapponibile all'acuta e critica instabilità del sistema di Versailles, e di quello presente.

L'Unione Sovietica, in tutto questo, ebbe un ruolo bifronte. Essendo stata forza e volontà determinante e fondante di un tale sistema, ma essendo stata poi ben presto respinta e contestata come tale dalle sue altre fondamentali forze effettivamente fondanti (che mal soffrivano le conseguenti e connesse limitazioni) in quella che fu chiamata una lunga "guerra fredda", l'Unione Sovietica ritornerà di fatto a una forma di isolazionismo che in una fase matura (da Chruščev in poi) diventerà sempre più pericolosamente euforico, sistematico, e incapace di cogliere (tanto meno, poi, di sollecitare) occasioni di dialogo innovativo simili a quella (sfortunata) del 1922 e a quella (in qualche modo efficace e promettente) del periodo 1944-1945. Infine, le barriere isolazioniste, diventate ormai del tutto insostenibili nella loro costrittiva irrazionalità, saranno smantellate improvvisamente d'un colpo e nell'ora peggiore, ossia nell'ambiente globale meno appropriato, in modo sostanzialmente passivo, e con le conseguenze che sono note.

Il sistema internazionale della Seconda Globalizzazione, subentrato per effetto di quella catastrofe, cominciò fin dall'inizio ad apparire già simile alle tendenze che accompagnarono piuttosto la crisi che lo sviluppo della Prima Globalizzazione per quanto riguarda l'importanza del ruolo della potenza militare e della guerra, sebbene in modo questa volta diluito nel tempo e (salvo importanti eccezioni in pur ampi contesti locali) nell'intensità, ed essendo comunque anche contrassegnato da fenomeni sinistramente nuovi. Per i movimenti democratici e antisistemici mondiali, generalmente ancora sparpagliati e spesso deboli e dispersi proprio dove erano stati forti, è aperto il compito di rileggere le lezioni del passato anche al fine di chiarire, interpretare, e trattare adeguatamente, i vincoli del sistema internazionale, e delle sue dinamiche, in relazione con i propri fini.