Speciale Mario Lunetta

I ricordi di Mubera

di Michele Branchi

A Mario Lunetta

Ricevetti in dono I ricordi di Mubera. Avevo 25 anni. Mia sorella, di 27, me lo regalò, dopo che il suo futuro coniuge le aveva regalato lo stesso libro, per celebrare il diciannovesimo anniversario della mia alfabetizzazione, oltre per evitare che glielo chiedessi in prestito una volta che l'avesse letto. I miei genitori me ne avevano regalato un sunto adattato per l'infanzia, all'età di otto anni. Fu la mia palestra di lettura e, benché non ci capissi un granché nonostante lo sfrondamento pedagogico, buona parte della mia immaginazione si abbeverò a quel testo cardine. Lo snobbai nell'adolescenza, archiviandolo nel dimenticatoio delle letture infantili e ignorando per alcuni anni che la sua versione integrale avrebbe costituito un punto fermo della mia formazione culturale e spirituale. A 20 anni o giù di lì, ne lessi le apologetiche recensioni apparse su tutti i giornali per commemorare il centesimo anniversario della prima edizione. Altre ne seguirono, preannunciate da un discreto battage pubblicitario. Era doveroso leggerlo e rileggerlo per chiunque avesse un minimo di sensibilità letteraria. Non lo rilessi, neppure quando cinque anni più tardi mia sorella me lo regalò, raccomandandomelo con accenti entusiastici.

A 32 anni ne regalai una copia purgata a mio nipotino, figlio di mia sorella, incoraggiandolo a leggerlo insieme alla madre, così come alla sua età l'avevo letto pur non capendoci un granché. L'anno seguente conobbi Artemia, la mia futura moglie, una donna tanto bella quanto vogliosa di letture, che Dio solo sa come riuscisse a divorare volumi su volumi. Ne parlava per settimane, sottraendo tempo prezioso al corteggiamento e alle schermaglie amorose, che pur vi furono, se ben ricordo. Il giorno del suo compleanno le domandai se conoscesse I ricordi di Mubera.

- Ah, quello? - rispose, arrossendo come avrei voluto arrossire io sotto l'effetto di ben altre sensazioni. - Ne ho sentito parlare - aggiunse con aria saputella. Mi resi conto di averle scoperto una lacuna imperdonabile per una letterata del suo calibro.

- Meno male che non l'hai letto - e le porsi un pacchetto dono confezionato con cura.

- Tu l'hai letto? - mi chiese palpeggiandolo come avrei voluto mi palpeggiasse qualche volta.

- Da bambino.

- Capisco - disse, e arrossì ancora, ma d'invidia. Non le pareva vero che io, povero sprovveduto di testi, l'avessi già letto e addirittura da piccolo. Dal giorno in cui Artemia ebbe terminato di leggerlo, qualcosa fra noi s'incrinò e nello stesso tempo un'ineffabile comunione preconscia cementò la nostra unione, legalizzata poco più tardi dal matrimonio.

Quando due anni dopo nacque mio figlio, pensai di regalargli i Ricordi non appena avesse imparato a leggere. In casa ne avevamo due copie, ma ritenni utile che ognuno potesse disporne di una propria e, d'altra parte, l'edizione ridotta ci mancava. A nove anni mio figlio lo lesse tre volte di seguito, pregandomi ogni volta di chiarirgli certi passaggi. Per la vergogna di dovergli confessare che l'avevo letto trent'anni prima senza averci capito granché, lo dirottavo dalla madre, che gli forniva puntualmente le necessarie spiegazioni.

Un giorno che l'idraulico stava riparando lo sciacquone, chiacchierando con lui pensai compiaciuto che quell'uomo di scarsa istruzione ignorava sicuramente l'esistenza di tale magnifico libro, e mentre parlava armeggiando con gli utensili neppure più l'ascoltavo. Lui era convinto che seguissi il filo del discorso da me intrapreso, o forse neanche lui vi partecipava, abituato a pronunciare parole aliene da un vero coinvolgimento personale. D'un tratto, smise di lavorare, apposta per rivolgermi la domanda:

- Voialtri che avete tanti libri per casa e che avete studiato, potreste consigliarmi un libro per trascorrere la convalescenza dopo che mi sarò fatto operare di colecisti?

Quell'interesse intellettuale, che di solito esula dagli interessi spiccioli dell'operaio e dell'artigiano, mi sorprese, ma non più di tanto. I libri occorre siano letti da chiunque abbia idea di acquistarli. Lì per lì non scorsi nessun titolo alla bisogna, poi mi venne naturale suggerirgli I ricordi, incerto però fra l'edizione ridotta o quella integrale.

Optai per quest'ultima, non volendo fare brutta figura con un uomo che era pur sempre un adulto.

- L'ho già letto quando mi hanno operato di appendicite.

Sentii di essere venuto rosso come un gamberone alla griglia, non da meno di mia moglie in analoga circostanza. Me la cavai con un altro titolo scelto a casaccio fra il novero di quelli decantati da Artemia. La figuraccia, tuttavia, permase intatta, e s'ingigantì nelle recriminazioni che mi tennero occupata la mente per qualche sera. Un semianalfabeta aveva letto, e non v'era ragione di dubitarne, lo stesso libro che io, scolasticamente insignito, avevo letto da bambino senza capirci un granché, e che pure aveva presenziato alla mia vita, alla stregua di uno specchio al quale si guarda ogni mattina e ogni volta che ci garba per anni e anni, inconsapevole che tanti altri sguardi aveva restituito compreso il mio, che era stato all'oscuro di essere riflesso, soltanto riflesso, incognito alla volontà o all'impulso che lo spingeva a specchiarsi. L'idraulico non avrebbe dubitato, e non ve n'era ragione, che io l'avessi letto, avendoglielo proposto. Ma su questa indubitabilità convenzionale crescevano le mie recriminazioni e si plasmavano i rimorsi per non aver letto veramente I ricordi di Mubera.

L'onta minacciò di prendere corpo, allorché a mio figlio venne assegnato un tema sull'argomento, nel frattempo divenuto libro di classe nell'edizione ridotta. Mi pregò di dargli una mano, io che l'avevo letto e riletto in entrambe le edizioni e regalato a suo tempo alla mamma. Stavo per spedirlo da Artemia. Mi sovvenne che lei stava dalla madre, in un luogo di montagna dove il segnale del cellulare arrivava disturbato e la linea fissa era stata disdetta. Non c'era tempo per scriverle onde riceverne ragguagli, senza contare il contraccolpo subito dalla mia reputazione nel caso vi fosse stato il tempo. Impossibile inventare pretesti di lavoro, dato che ero in ferie. Mio figlio già assediava la fragile fortezza che proteggeva la mia impunità. Ne aveva varcato le mura, avanzava tronfio delle sue filiali aspettative, creategli dalle letture paterne. Si trovava a pochi passi da me, spogliato ormai di difese. Fu umiliante ma non mi restavano alternative. Finsi un malore improvviso, che lo mise in agitazione e lo tenne in allarme per almeno 24 ore, durante le quali lo mandai da mia sorella che aveva straletto I ricordi di Mubera , in attesa che mi riprendessi e che lui finisse la stesura del tema.

I rovelli si smorzarono leggendo l'anno seguente di una rivisitazione critica del libro, culminante in una imprevedibile stroncatura ad opera dell'eminente studioso che l'aveva redatta su un accreditatissimo periodico. La demolizione del monumento suscitò una vastissima eco. Non si contarono le repliche, i dibattiti, i simposi, i battibecchi, gli scontri, sui quali non mancai di aggiornarmi, per vedere a quali esiti avrebbero condotto il destino del libro e dei miei crucci. Non costituiva più un reato culturale non averlo letto. Fu ciò che dedussi e mi illusi di interpretare dal contesto fortemente dialettizzato dai contributi d'opinione. Non vi furono né vinti né vincitori. Tuttavia il valore del libro subì un energico ridimensionamento. Artemia si mantenne in una posizione di ragionata neutralità. Umbratili sedimentazioni di risentimenti umorali e regressivi complessi d'inferiorità, connessi al modo con cui si era accostata al libro, increspavano quella serenità e quel distacco che lei rivendicava e a cui inneggiava ogniqualvolta interveniva nella contesa critico letteraria Si era astenuta dal parteggiare per i pro e i contro, discettando a lungo sui contenuti, lo stile, la struttura, l'esegesi storico filologica dei Ricordi, benché avesse alla fine ratificato l'indispensabile conoscenza del testo, se non altro per valutarlo con cognizione di causa e per non arroccarsi in aprioristiche e gratuite polemiche senza costrutto.

- Chissà quanti fra questi signori del pensiero l'hanno letto sul serio - sentenziò. L'allusione involuta al sottoscritto mi gettò di nuovo nello sgomento. L'esautorazione operata sui Ricordi di Mubera mi aveva placato per troppo poco tempo. Per negare bisogna conoscere ciò che si nega. Questo bastò per immettermi in uno stato di durevole apprensione. Sognavo di continuo di affrontare l'esame di maturità e di non avere il tempo necessario per studiare i Ricordi. Il momento dell'esame non giungeva mai. La notte seguente riprovavo la stessa paura, la stessa ansia. Ma neppure in sogno mi era concesso di liberarmene con la fatidica interrogazione. Per strada mi capitava di osservare la folla e di chiedermi quante persone avessero letto il libro.

Dall'espressione soddisfatta, sicura, determinata, dal loro incedere disinvolto e nervoso, indice di alta levatura intellettuale, credevo di individuare i fortunati, vergognandomi di condividerne abusivamente i medesimi segni. L'aver letto un libro non conferisce status symbol al lettore. Per contro, lo può conferire il possesso e dichiararne l'acquisto, cui non necessariamente consegue il consumo, che si dà per scontato e di cui si può conversare essendosene ampiamente documentati tramite le recensioni e correlative presentazioni. Eppure da questa discrepanza si alimentavano i miei rovelli: non possedere un libro che si ha. Come se avessi conservato un vestito senza mai decidermi di indossarlo. Come disporre di una donna bella e desiderabile, procrastinando il momento di amarla a tempo indeterminato. Come avere un quadro senza mai guardarlo, allevare un figlio senza mai conoscerlo, avere un credito senza mai esigerlo, amici e nemici senza aver fatto mai nulla per guadagnarseli, come avere la fede senza credere in Dio, come morire senza essere mai vissuto.

Il libro, intanto, stava riposto in libreria in tutte le sue edizioni, alle quali si aggiunse un'altra pregevole e costosa, in tiratura limitata, con illustrazioni di grido, che nostro figlio ci regalò col suo terzo stipendio, gongolando per il piacere che ci avrebbe procurato. Ne regalò uno anche alla zia, mia sorella, e allora fui costretto a domandargli se guadagnasse molto, potendosi permettere a tre mesi dal primo impiego di investire una somma così ragguardevole in due copie dello stesso libro che entrambi i destinatari possedevano doviziosamente. Io sarei arrossito al suo posto, quando mi confidò di averli rubati in librerie diverse, con l'esultanza di chi non si è fatto cogliere in flagrante. Arrossii lo stesso, per aver ingannato mio figlio da indurlo a rubare per la mia sedicente gratificazione.

- Non merito che tu rischi la galera - gli dissi.

- Macché galera, papà. E' stato un gesto irripetibile. D'ora in avanti scambierò i libri col denaro, stai tranquillo.

Non lo rivelai ad Artemia. Si sarebbe di sicuro allarmata, rivivendo le sue paure di quando da giovane rubava tutti i libri che non poteva comprare, ed erano tanti.

Allineai tutte le edizioni sul ripiano nobile della libreria, in bella vista. Una notte di tenace insonnia, turbato dai fantasmi della coscienza, mi alzai e andai a pararmi al cospetto della libreria. I libri letti dormivano sotto la coltre del tempo il sonno dei giusti, paghi degli amplessi dell'intelletto e saturi delle fantasie trasfusevi. I non letti riposavano anche loro beatamente nell'indifferenza dell'attesa. Tranne I ricordi di Mubera nelle sue svariate edizioni. Non era servito che Artemia li avesse letti e riletti almeno dieci volte. Fremevano di desiderio nell'immobilità austera e sovrana per i miei sguardi non avuti; per la mia anima sospesa fra lo scorrere delle sue pagine, come erano scorsi gli anni e le stagioni.

Ne afferrai una copia. La tenni stretta quasi si trattasse di una moneta rarissima, di cui si accarezza il possesso e che non si avrebbe mai il coraggio di cedere. Era quella una notte fatale, propizia a sacrificare sull'ara dei Ricordi. Avrei aperto il libro e letto fino alla fine. Se mi avessero sorpreso, mi sarei giustificato dicendo che ero assorto in un'ennesima rilettura. In realtà lo sarebbe stata, ché l'avevo già letto in edizione per l'infanzia non capendoci un granché. Ma non lo avevo sverginato. Avevo solo amoreggiato con la fantasia. Ora dovevo realmente farci l'amore, intridermi dei suoi profumi, inebriarmi dei suoi secreti, dopo che ne avevo ostentato, per una vita, una passione in differita. Lo sfogliai fino alla dotta prefazione. La saltai. Giunsi al frontespizio del primo capitolo. Mi sedetti in poltrona, accesi la lampada. Il sonno discese improvviso, ghigliottinandomi.

- Papà è stato tutta la notte sui Ricordi di Mubera. Ci si è addormentato - commentò divertita Artemia rivolta a nostro figlio che ancora, ma non per molto, partecipava alla regola del desco natio.

- E' fissato con quel libro. Scommetto che imparerà la lingua per leggerlo in originale.

Per vincere la scommessa con se stesso, mio figlio mi regalò l'edizione in originale, comprata col suo denaro. Invece di dirgli che mi aveva recato una tremenda afflizione, lo ringraziai, con la promessa di imparare la lingua. Lo collocai accanto alle altre copie, contrito e addolorato per questo gioco di infinite supposte agnizioni, generato dalla mia ipocrisia e viltà.

Andai in pensione. Mio figlio si sposò ed ebbe una bambina. Al compimento del settimo anno tutti in casa sapevano che cosa avrei regalato alla nipotina, lei compresa.

A 70 anni mi trovai a girovagare per una stradina del centro storico, mentre Artemia, pure lei pensionata, era attappata in casa a crapulare con la letteratura. Entrai d'istinto in una vecchia e angusta libreria. Era estate piena, nelle prime ore meridiane, in giro non si vedeva quasi nessuno. Il titolare parve sorridere di sollievo alla comparsa di un potenziale acquirente in quel periodo di magra. Non era mia intenzione comprare libri. Il mio appartamento ne rigurgitava. Mi ci soffermai, per obbedire alla golosità dello sguardo. Il libraio, chissà perché, se la ghignava. L'oziosa percezione tardò a sintonizzarsi con l'altrettanta oziosità del cervello, dimodoché mi occorse un po' di tempo prima di accorgermi che gli scaffali e il ripiano del tavolo posto al centro del locale erano ricolmi soltanto ed esclusivamente dei Ricordi di Mubera. In tutte le edizioni, ristampe, traduzioni, uscite attraverso gli anni e nel mondo. La libreria di un unico libro, replicato in centinaia e centinaia di esemplari. Mi chiesi se fosse opera di un sortilegio, una visione allucinata, o se fossi ancora calato nella sfera onirica, lasciata parecchie ore prima.

Il libraio accentuò il sogghigno. Pensai che volesse sfottermi e burlarsi di me. Gli piantai gli occhi addosso, sospinto da un impulso inquisitorio. Lui non mutò atteggiamento, seppure cominciasse a parlarmi, ma non per delucidarmene. Intendeva esternare il discorso che teneva in serbo, forse per chiunque, o per me, per sé, o per nessuno.

- I ricordi di Mubera sono stati scritti da anonimo - disse, e io pensai che la scontatezza dell'informazione non mi aveva mai prodotto riflessioni di sorta, quasi che l'autore e il libro fossero un tutt'uno, allo stesso modo con cui acquistato un mobile non si pensa al carpentiere o al maestro d'ascia, ma semmai allo stile, alla funzionalità, al valore estetico, al prezzo.

- Gli studi di filologia comparata, di semiologia, di storia della lingua, non hanno ancora accertato l'età dello scrittore. Poteva avere vent'anni come ottanta, o è possibile che ne avesse dodici o dodici e mezzo. Poco si sa delle fonti storico letterarie. Una teoria sostiene che i Ricordi fossero i vissuti biografici di un uomo dalla vita tumultuosa e ricchissima, raccontati prima di morire a un parente o a un esecutore testamentario.

- Lei sa tutto di tutto in merito al libro.

- Gli ho dedicato la vita e intitolato la libreria. La mia è una monolibreria.

- L'avrà letto... chissà quante volte.

Il libraio sogghignò.

- E lei, quante volte lo ha letto?

- Svariate volte. A cominciare dall'età di sette anni.

Sogghignò, e non compresi se avesse capito che mentivo o se continuasse semplicemente a sogghignare per una ragione ignota.

- Anche lei come me? - proruppe il libraio, accigliandosi. Il tono, la spinosa circostanza, mi intimidirono.

- Capito. Anche lei come me. - Non era più interrogativo, il tono, ma affermativamente tagliente e categorico. Tacqui. La mente ingombra della folla di pagine non lette che incombevano consacrate dai milioni che l'avevano lette.

- Anche lei come me - Non era più né interrogativo né affermativo, ma il tono di chi si è dato da solo la risposta. Ebbi allora la convinzione che anche lui non l'avesse letto. Solo alimentato il fuoco del desiderio inappagato, ed era più anziano di me, di almeno dieci anni. Il ricordo di averlo letto da piccolo senza averci capito granché doveva essere così nebuloso nella sua mente, che la memoria non lo tratteneva più. Non avrebbe più potuto porre rimedio all'immensa lacuna. Il tempo invecchia assai di più di chi con esso si misura.

- Sì, anch'io come lei - risposi, finalmente scagionato dalla mia colpa, nello stesso suo identico tono, con la stessa voce, come se lo avessi voluto emulare a forza di lunghi esercizi e faticose sedute.

Tornato a casa, mi sentii leggero, leggero. Un altro, molto più protervo di me, si era caricato del peso delle mie contraddizioni La sua completa assunzione del castigo aveva impedito che continuassi a espiarlo per suo conto, restituendomi lo stato d'innocenza.

Presi una delle qualsiasi edizioni e mi ci tuffai dentro. Lo lessi d'un fiato, ma senza tralasciare una virgola. Non ci capii assolutamente nulla. Mi avvidi, a lettura ultimata, che avevo scelto l'edizione in originale. Mio figlio aveva perduto la scommessa o per lo meno l'aveva vinta a metà. Non ebbi, non ho più lo spirito né quello stato di grazia di leggerlo nella mia lingua. Ne avevo così pervicacemente ripudiato la lettura che era ormai inutile adoperarmi per accoglierla. Da vecchi non si legge, si rilegge. I libri non letti sono morti già prima di te. Sono loro che ora ti attendono, dopo averti letto per tutta la vita.

Michele Branchi